L’album musicale è morto

La nascita dell’evolving album


Questo non è un’articolo che parla di differenza tra formati digitali e analogici (già trattato in Lo Streaming è il Futuro). Ma dell’avvenire del disco, come insieme di canzoni.

C’era una volta

Il Long Playing. Ai tempi del vinile veniva chiamato anche 33 giri (della durata di circa 30 minuti per facciata). Con il progresso tecnologico è mutato in musicassetta, cd, adat. Mentre l’EP (Extended Play), anche noto come 45 giri, poteva durare fino a 15 minuti.

Raccolte di brani musicali

Qual’è il senso della forma raccolta? Quello di raccontare una storia. Non a caso negli anni 60/70 molti LP erano veri e propri concept albums (ossia le canzoni ruotano attorno a unico tema o sviluppano complessivamente una storia).

Quale il senso per l’ascoltatore? Quello di vivere in simbiosi con il messaggio dell’artista, in modo unitario. L’ascolta iniziava e finiva con un dato ordine.

Singolo

Discograficamente è una cartolina da parte dell’autore. In tempi analogici poteva contenere fino a 3 tracce (oltre si parla di EP). Nel mondo digitale è spesso associato alla singola canzone distribuita negli stores. Il singolo ha la funzione di anticipare un disco, dando un’assaggio del tipo di sonorità o scrittura scelti dall’artista.

Liquidità

In termini consumer, l’ascoltatore di oggi non differenzia più il disco, dal singolo. Ciò che mediamente cerca è la canzone. Che appartenga a LP/EP poco importa, vista la differente forma di fruizione (download digitale/streaming). Da una recente indagine di Universal Music meno del 10% degli utenti Spotify ascoltano un disco per intero, mensilmente.

Teaser for You Can’t Stop Us (Evolving Album)

Il disco è morto?

Le domande in realtà sono due:

  1. C’è ancora bisogno di raccontare storie? Si può riassumere tutto in una canzone o in tante canzoni senza un filo comune?
  2. Le persone hanno ancora il tempo (e la voglia) di ascoltare interamente un’album?

Risposte:

  1. Si le (belle) storie sono sempre ben accette e se non tutti, molti hanno ancora voglia di ascoltarle.
  2. Probabilmente per un’appassionato o addetto ai lavori la risposta è si. Se invece dobbiamo relazionarci alla velocità della contemporaneità e a come ci rapportiamo oggi ai media (consultazione quotidiana dei feed di Deezer/Soundcloud/Apple Music/ecc), statisticamente la risposta è no (eccetto per alcune nicchie).

E l’artista?

L’artista ha ancora voglia di chiudersi in studio per anni, riaffacciandosi sul mondo con gli occhi ancora socchiusi, perchè l’umanità colga le perle realizzate nei suoi giorni di isolamento.

La verità però è un’altra. Ed è differente che si parli di artisti mainstream o indipendenti.

  1. L’artista mainstream ha la forza di un team ingombrante e un fanbase consistente. Può permettersi l’assenza dalla scene per periodi medio/lunghi. E se pubblica un LP ogni 2 anni, è altrettanto vero che in questo periodo pubblicherà svariati remix, featuring, progetti paralleli. Non essendo più negli anni 80, il non apparire spesso potrebbe risultare deleterio.
  2. L’artista indipendente ha tutt’altra logica. Non può permettersi di assentarsi dalle scene per lunghi periodi. Cadrebbe immediatamente nel dimenticatoio (sempre che qualcuno lo conosca). Inoltre non ha l’approccio del big artist che realizza un disco, va in tournè per mesi/anni, poi ricompare con un nuovo LP. Ha minore visibilità, ed ogni micro progetto può contribuire ad accrescere la sua credibilità.
Playlist for You Can’t Stop Us (Evolving Album)

Quesiti esistenziali

Se oggi un’artista può pubblicare un canzone ogni 2 mesi, perchè pubblicare un disco ogni 2 anni?

Questa osservazione può risultare estrema o fuori luogo per puristi o romantici. Molti possono controbattere che scrivere canzoni non è come vendere formaggio al mercato, che è necessario essere ispirati per comporre, ecc… non potrei essere più d’accordo! Dati alla mano però vediamo sempre più artisti mainstream (Rihanna, Mengoni, …) o indipendenti (Kaysha, Nelson Freitas, …) che adottano questo criterio.

I miei articoli inerenti le evoluzioni dell’artista 2.0, sono frutto di riflessioni e esperienze come artista, creativo e produttore. Dunque prendono in considerazione non solo l’aspetto etico/romantico dell’arte ma anche quello pragmatico/imprenditoriale della commercializzazione.

Evolving Album

L’evolving album non è altro che l’evoluzione del concetto tradizionale di album. O meglio il suo ribaltamento.

Il nuovo modello di business dell’artista 2.0 vedrà dunque il singolo come concetto chiave di pubblicazione (costante nel tempo), e l’album come raccolta dei singoli pubblicati in un dato arco di tempo.

Esempio se pubblico 6 canzoni in 6 mesi, potrei rendere disponibile un disco pochi mesi dopo, aggiungendo 2/3 nuove canzoni (versioni acustiche, remix o brani inediti).

Se invece facessi l’opposto, ossia mi chiudessi in studio per realizzare dei brani, e li pubblicassi a distanza di 2–3 anni dalla loro composizione/produzione, rischierei che le canzoni pubblicate risulterebbero obsolete, al momento della loro pubblicazione.

Conclusioni

Capisco risulti difficile accettare alcuni concetti. La loro logica è semplice, ma la nostra mentalità fatica ad appropriarsene.

La resistenza è dovuta ad anni di abitudini a consumo e produzione (per i creatori di contenuti) che rifiuta l’allontanamento dalla nostra comfort zone.

Mi capita spesso le persone mi chiedano consulti su come approcciare un dato progetto creativo. Quando do loro le risposte, sembra siano interessate a una visione differente. Però subito dopo tornano alla vecchia strada.

Fare le medesime cose aspettandosi un risultato differente non solo è improduttivo, ma diabolico.



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