Perché ho detto “No” a una major discografica

La semplicità delle scelte difficili


N on è facile procedere lungo un percorso tortuoso. Soprattutto se ogni scelta presa potrebbe andare contro i tuoi stessi interessi.

Queste sono le regole del gioco. Vita, business, relazioni. Come fai sbagli, diceva mio nonno. E non gli si può dar torto considerando che ogni selezione comporta un’esclusione.

La capacità è saper scegliere ciò che più ci rappresenta in un dato momento.

Medioevo.

Tutto è cambiato in materia di comunicazione. Non è necessario aggiungere altro. La polvere non si accumula più sugli scaffali. Ma nei data server dei nuovi leader mediatici. C’è bisogno di elencarli?

Barocco.

Il sogno di ogni musicista fino agli inizi del nuovo millennio era quello di poter sottoscrivere un contratto con una major discografica. E da lì iniziare una carriera.

Unico impegno essere creativi : scrivere belle canzoni, che piacessero alla gente. O per gli autori più intrepidi comporre qualcosa di nuovo, che ancora non fosse stato divulgato.

Al resto pensavano loro : immagine, marketing, comunicazione, collaborazioni, tour e via dicendo.

Restaurazione.

Anche se conosco ancora dozzine di creativi e musicisti ancorati al modello medioevale è ovvio che oggi l’artista è sempre più imprenditore e sempre meno impiegato. Non cerca più il benestare dell’editore di riferimento, ma ha la capacità di crearsi una rete per realizzare e distribuire i propri progetti.

Playlist for JD music videos

Illuminismo.

Tempo fa sottoscrissi un contratto con un editore per i miei contenuti video, mantendo comunque piena proprietà su copyright e master.

La società è stata venduta a una major discografica interessata all’acquisizione del catologo di alcuni degli artisti rappresentati (tra cui il sottoscritto).

La questione era : cedere il proprio lavoro alla major o rescindere dalla loro distribuzione, mantendo intatta l’indipendenza artistica, ma soprattutto la proprietà dei diritti.

La scelta è stata ovvia (vedi titolo).

Risorgimento.

Ciò che per me è stata un’opzione dettata dalla consapevolezza di un tragitto, (iniziato anni fa) come gioco e trasformatosi in startup, so non essere altrettanto logico per i miei colleghi.

Troppe persone sono ancorate alla mentalità del dipendere da sovrastrutture che facilitino i nostri percorsi. Oggi (non mi stancherò mai di dirlo) l’artista è una startup, e come tale deve ragionare.

Una piccola azienda (artista) si rivende ad un’azienda più grande (major) solo se le condizioni contrattuali sono strepitosamente vantaggiose. Altrimenti non serve.

Guerra Fredda

Talent televisivi, provini improbabili, raccomandazioni da autorità riconosciute. Il concetto non cambia.

Si vuole tutto e lo si vuole subito.

Creare il proprio tragitto, qualsiasi risultato si ottenga, ha un valore infinitamente maggiore. Non quantificabile. Come lo sforzo necessario a crearlo.

Più facile cercare risposte facili, in cammini facili. E poi piangere perchè si è sempre al punto di partenza. O perchè a metà strada si viene lasciati a piedi, con lo smarrimento come sola eredità.

Tutto nasce dalla forza interiore che ci chiama verso l’elezione a cui siamo obbligati a rispondere.

Tutto il resto è apparenza.




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