8 cose in comune tra “Interstellar” e “2001: Odissea nello Spazio”

Forse quello che ci sfugge di “Interstellar” può essere compreso se riguardiamo il cult di Stanley Kubrick. Ci sono somiglianze che non sembrano casuali.

(Credit: Salon.com)

Christopher Nolan non ha mai nascosto il fatto che “2001: Odissea nello Spazio”, il capolavoro del 1968 diretto da Stanley Kubrick, l’abbia influenzato profondamente. In effetti, se lo mettiamo a confronto con “Interstellar”, non è difficile trovare scene e linee narrative che sembrano scorrere parallele o diventare dei contrappunti.

1. La lotta per la sopravvivenza

I film cominciano entrambi con problemi piuttosto seri legati alla sopravvivenza.

In 2001: Odissea nello Spazio gli antenati dell’uomo, prima di evolversi, vivono la maggior parte del loro tempo dominati dalla paura di essere sbranati dal leopardo, di subire un’imboscata da parte dei gruppi rivali e di non riuscire a trovare cibo sufficiente a sopravvivere.

Anche Interstellar comincia con un mondo malato e un uomo sempre più vulnerabile. La maggior parte delle coltivazioni di cereali stanno morendo per un morbo sconosciuto e gravi disturbi respiratori sono sempre più frequenti a causa di tempeste di sabbia generate dagli sconvolgimenti climatici.

Cooper, il personaggio di Matthew McConaughey, dice:

Ci siamo abituati a guardare in alto e a sognare il nostro posto nelle stelle. Ora guardiamo giù e ci meravigliamo del nostro posto nella polvere.

Il messaggio è chiaro, e ribadito più e più volte. Non siamo più esploratori, innovatori, pensatori. Siamo custodi. Agricoltori. Non pensiamo. Sopravviviamo.

2. Un messaggio che arriva da lontano e che porta lontano

In 2001 un ominide tocca un misterioso monolito nero. È stato messo lì da un’intelligenza aliena. Quello che succede dopo è l’inizio di un salto evolutivo che fa arrivare l’uomo nell’era spaziale. E infine lo fa trascendere nel Bambino Cosmico, uno stato quasi-divino (che fa pensare alle “tre metamorfosi” citate in Così parlò Zarathustra di Nietzsche).

In Interstellar un “fantasma” fa cadere dei volumi dalla libreria e sembra voler comunicare qualcosa con i raggi del sole. È un codice. Murph riesce a decifrarlo in parte. Cooper ne tira fuori delle coordinate che lo portano a scoprire la sede segreta della NASA. Poco dopo Cooper decide di partire per una missione che lo porterà molto lontano da sua figlia Murph.

3. Una ruota che gira

La stazione spaziale di 2001 ha la forma di una ruota e gira accompagnata dal Danubio Blu di Johann Strauss II.

Anche la nave spaziale di Cooper, in Interstellar, ha una forma circolare.

Non ci sono dubbi che la ruota sia un simbolo. Richiama il concetto medioevale di Ruota della Fortuna, che a seconda di come gira determina il nostro destino.

4. L’attraversamento della soglia

In 2001: Odissea nello Spazio Dave, alla fine del film, vicino all’orbita di Giove, si avvicina a un altro monolito nero che fluttua nello spazio. A quel punto comincia a viaggiare attraverso quello che potrebbe essere un wormhole in un altro piano dello spazio/tempo.

Cooper, in Interstellar, fa un viaggio simile. Non tanto quando attraversa il wormhole, ma quando finisce nel buco nero. Non muore, ma (grazie all’intervento di un’intelligenza aliena, forse un’evoluzione dell’uomo) finisce in un tesseratto, un ipercubo. Superata la disperazione iniziale, Cooper capisce che, in qualche modo, può comunicare con sua figlia Murph.

5. Il protagonista, alla fine, incontra se stesso

In 2001 Dave, alla fine del suo viaggio, arriva in una strana stanza bianca. Lì incontra una versione invecchiata di se stesso.

Anche Cooper, in Interstellar, dopo essere precipitato nel buco nero, all’interno del tesseratto, vede tante versioni di se stesso, mentre è in compagnia di sua figlia Murph, nei momenti che precedono la sua partenza per la missione della NASA.

6. Un letto in una stanza bianca

In 2001 Dave, nella stanza bianca, vede se stesso invecchiare e infine morire in un letto. Prima di trascendere nel Bambino Cosmico.

Anche Cooper, in Interstellar, si risveglia in un letto, dentro una stanza bianca. È in ospedale, ma non si trova sulla Terra. È in una stazione spaziale vicino Saturno. Ha più di un secolo, ma non sembra invecchiato. A differenza di sua figlia Murph che incontrerà, finalmente, alla fine della sua vita.

7. Un monolito come compagno di viaggio

In entrambi i film un monolito nero accompagna il viaggio dei protagonisti.

In 2001, il monolito nero è presente quando gli ominidi fanno il primo salto evolutivo, che porta dall’invenzione degli strumenti all’era spaziale. Poi un altro monolito viene ritrovato sulla Luna, nei pressi dell’orbita di Giove e dentro la stanza bianca, prima della trasfigurazione finale.

Anche Cooper, in Interstellar, si trova affianco a un monolito nero che lo accompagna nella sua missione. È TARS, un robot intelligente. Lo incontra per la prima volta quando scopre la sede segreta della NASA con Murph. È a bordo della nave spaziale durante la missione. Anche quando Cooper, sconcertato, finisce nel tesseratto, TARS è lì ad assisterlo. E si trova infine, nella stazione spaziale vicino Saturno, nella casa-museo (piena di monoliti neri con schermi TV che raccontano di come l’umanità sia riuscita a sopravvivere al disastro, grazie a Murph). È disassemblato. Cooper lo fa ricostruire e riparare.

8. L’evoluzione della specie

Si potrebbe dire che sia Kubrick che Nolan parlano dell’evoluzione umana, anche se lo fanno in maniera molto diversa.

In 2001 l’evoluzione è aiutata dal monolito nero. È il monolito il deus ex machina del passaggio dagli ominidi all’Homo Sapiens Sapiens. Ed è sempre il monolito che guida Dave verso la trasfigurazione finale che lo porta a diventare un Bambino Cosmico semi-divino.

Anche in Interstellar l’umanità evolve. Quando Cooper si riveglia nella stazione spaziale vicino Saturno, si ha l’impressione che l’uomo abbia iniziato una nuova fase della sua civiltà. Dopo aver, probabilmente, distrutto il pianeta Terra è riuscito a sopravvivere ed è sicuramente dotato di una nuova consapevolezza. È l’amore di Murph, verso suo padre e verso l’umanità, che ha salvato tutti (la stazione spaziale porta il suo nome).

È interessante notare che Stanley Kubrick, con la follia di HAL 9000, ha forse voluto comunicare la sua sfiducia nel fatto che la tecnologia possa far fare un salto di qualità all’uomo. Anzi, potrebbe complicargli la vita. Christopher Nolan affronta la cosa in maniera più leggera, però fa riflettere che anche un’intelligenza artificiale avanzata come TARS, alla fine, sia trovata a pezzi, dentro la casa-museo.

[Leggi anche:

Capire “Interstellar” (con l’aiuto di Stanley Kubrick);

“Interstellar” spiegato da Rust Cohle;

“Interstellar”, l’amore e l’entanglement quantistico]


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