CRONACA DI UN LEGITTIMO CONTRATTACCO

Tutto comincia quando sto tornando da Roma e il mio amico Gabriele posta una foto del Pirellone con le finestre illuminate FAMILY DAY. Non ci volevo credere e subito mi sale il nervoso per l’ennesima offesa che devo ricevere in un paese in cui non c’è alcun rispetto per me come giovane, imprenditore, pensate e… sicuramente non etero. Salgo in macchina, racconto ad Alessandro la cosa, dicendo “dovremmo andare a baciarci là sotto”. 
E niente, quando c’è un intesa che nemmeno riesci a spiegare, dopo due secondi ti ritrovi lì sotto, a fare la foto.

Sì, la foto che avete visto tutti, osannata da una parte, ovviamente criticata dall’altra. Occupandomi di media digitali, non posso negare di aver capito subito che eravamo nel posto giusto al momento giusto. 
Ma lasciatemi dare la mia spiegazione, la nostra.

Nella nostra foto ci sono due messaggi. Il primo è un bacio. Non un bacio finto. Uno di quei baci che ti dai quando ti rivedi dopo una settimana, perché durante tutta la settimana pensavi ai baci che avresti dato al tuo compagno in quel lasso di tempo, che baceresti sempre, il bacio di due che si sono scelti e che rinnovano la loro scelta con ogni bacio. 
Il secondo messaggio è un dito medio. Credo che a fronte di anni e continui insulti ricevuti da parte del mondo “tradizionale”, la reazione sia più che legittima. Ci siamo rotti. E nello specifico, Alessandro lo dedica alla scelta della (sua) Regione Lombardia che scrivendo FAMILY DAY a caratteri cubitali, in verità vuol dire:

“Sei diverso, sei strano, sei frocio, non siamo come te, non conti e non conterai niente, ci fai paura, ci fai schifo, sei di serie B, non vali come noi, ma siccome ti stai cominciando a far sentire ci dai pure fastidio, perché vai a minare le nostre grandi certezze sulla vita”.

La lotta per quello in cui si crede è davvero come l’amore, c’è il più grande dei baci e la più grande delle incazzature. Si va fino in fondo. Se non lotti per le cose a cui tieni, non ci tieni abbastanza (metafora che vendo volentieri al PD)
Sono sicuro che il singolo bacio non avrebbe funzionato così bene. E qui vi evito tutta la lezione sulla comunicazione online basata su flame, troll e haters.

Di fronte ad un’offesa come quella del Pirellone, alla luce di una continua vessazione di quello che è il semplice riconoscimento di un diritto semplicemente umano, la risposta più corretta è il contrattacco. Perché io sinceramente mi sarei stufato di dovermene stare mediaticamente zitto “perché sennò diamo materiale per parlare male di noi”. Non esiste. Dobbiamo sopportare continuamente una strumentalizzazione di quello che è il discorso dei diritti, occhieggiante da una parte, retrograda dall’altra.

Non è facile né piacevole dover ringraziare per il riconoscimento di una cosa che è del tutto naturale, comprensibile e umana: il fatto di amare qualcuno.

A prescindere da quello che sia l’orientamento. Un discorso medioevale, forse peggio, ma si sa che a destra un certo spirito nostalgico piace sempre. 
La maggioranza del Paese vive di un diritto che esclude ad una parte della popolazione e allo stesso tempo si sente “sotto attacco” (come han detto le Sentinelle in Piedi) qualora questo diritto potesse ottenere riconoscimento.
Eh, certo. Perché una volta riconosciute le unioni civili o il matrimonio per tutti, la prima, primissima cosa che il mondo LGBTQI farebbe sarebbe obbligare tutti i bambini in età scolare ad imparare tutto il lato A di Milleluci della Carrà. (Ovviamente nell’ora di religione, perché su Santa Raffa non si scherza). Non correre nei vari uffici amministrativi a regolarizzare unioni, adozioni o semplici iscrizioni a scuola. No no.

Ieri nella mia amata Milano, amatissima da quando è governata da Pisapia, eravamo in 10mila a farci sentire in piazza. Ho visto la gente combattente ma pacifista, preoccupata ma non sconfitta, stanca ma sorridente. 
Ma credetemi, trovarsi lì ogni anno a urlare le stesse cose non è divertente per niente. Soprattutto se la soluzione è semplice.