La favola cammina lentamente

Un racconto collettivo da Artisti in Piazza, il Festival Internazionale di Arti Performative di Pennabilli

Ayzoh!
Ayzoh!
Jul 17 · 36 min read
Photo by Dorin Mihai

Questa storia è interamente dedicata alla XXII edizione del Festival Internazionale “Artisti in Piazza” — l’evento che si è svolto a Pennabilli nel giugno 2018 — ed è il risultato di un reportage partecipativo che abbiamo condotto insieme agli organizzatori del Festival, agli artisti che si sono esibiti e agli abitanti di Pennabilli.

Qui ci concentriamo soprattutto su cinque storie — Le Cirque Bidon, ExArt Circus, Claire Ducreux, Teatro della Tosse e Rara Woulib — perché sono quelle che più aderiscono alla missione di Ayzoh: esplorare la relazione tra noi e l’Altro, tra individuo e comunità.

Avremmo voluto fare di più: l’offerta del Festival era così vasta — e di qualità — che avremmo voluto inserire molte altre storie. Purtroppo, per un team piccolo come il nostro, non è stato possibile. Ringraziamo comunque tutti gli artisti che hanno partecipato e che ci hanno regalato quattro giorni di pura gioia, meraviglia e comunanza.

Perché Pennabilli (noi, la comunità e l’Altro)

A giugno di ogni anno — durante il Festival Internazionale di Arti Performative “Artisti in Piazza” — per quattro giorni la piccola città di Pennabilli diventa la capitale dell’arte e dello spettacolo grazie a decine di compagnie internazionali che si esibiscono in non meno di 350 spettacoli, concerti e performance.

Fin dal ’97 — data della sua nascita — il Festival si è contraddistinto come uno dei più importanti eventi di arte di strada, attirando di anno in anno sempre più pubblico fino ad arrivare a circa 40.000 presenze (media delle ultime edizioni) che riempiono vie, piazze, vicoli, giardini e campi per interagire con esibizioni musicali, performance di teatro, nuovo circo, walking acts, clownerie, giocoleria…

Scuola di giocoleria / Photo by Claudio Maria Lerario

Completano l’offerta gli stands artigianali e gastronomici così come tutti i ristoratori locali che propongono cucina sia della tradizione romagnola che etnica, snack, frutta fresca e goloserie.

Una parte del programma è dedicato ai bambini, a cui viene riservato anche lo spazio dell’Orto dei Frutti Dimenticati all’interno del quale i bimbi possono muoversi in libertà e assistere a spettacoli e partecipare ai laboratori a loro dedicati.

Uno dei molti stand gastronomici / Photo by Claudio Maria Lerario

Pennabilli, luogo dell’anima

Durante il Festival “Artisti in Piazza”, questo antico borgo del Montefeltro — patria elettiva e “luogo dell’anima”di Tonino Guerra, il Maestro che ci fa da guida — si trasforma in un grande teatro all’aperto che vede un’interazione rilassata, creativa e gioiosa tra gli abitanti con i visitatori e gli artisti provenienti da tutta Italia e dall’estero.

Pennabilli / Photo by Claudio Maria Lerario

Per noi di Ayzoh — ogni anno, per quattro giorni — Pennabilli e i suoi abitanti diventano quindi una delle migliori espressioni e metafore di un senso di comunità attivo e fertile, forte della sua identità ma aperto a tutte le diversità portate dal Festival “Artisti in Piazza”.

Questa storia — scritta da Eleonora Viganò e raccontata visualmente dai fotografi di Ayzoh — ha l’obiettivo di rendere tangibile tutto questo.

Pennabilli / Photo by Claudio Maria Lerario

La favola cammina lentamente

Testo di Eleonora Viganò

La favola cammina lentamente, a lungo, con sguardo curioso — anzi, con molti occhi e orecchie, mani e piedi vivaci — con voci potenti, corpi muscolosi, musiche e suoni.

Si dirige a nord, a sud, a est e a ovest: è ovunque e, a un certo punto, ha trovato casa in un luogo collinare poco distante dal mare, il cui profumo un po’ arriva, anche se sembra di essere in montagna.

Pennabilli / Photo by Claudio Maria Lerario

In alto, salendo per alcuni vicoli stretti e lastricati, si possono osservare le colline di ogni verde possibile, che nemmeno il nostro occhio sa riconoscere.

Il vento muove le bandiere, la campana cristiana e quella tibetana sono immobili e orgogliosamente si fanno osservare. Da lì, da quell’altura, si vedono i campanili, le nuvole, scure o morbide.

Pennabilli / Photo by Claudio Maria Lerario

Siamo a Pennabilli, nel centro della Romagna, a 35 km. da Rimini, dove per qualche giorno i personaggi delle favole trovano casa. È il 14 giugno 2018. Un giovedì sera. Sto correndo per i prati inseguendo quattro donne vestite da sposa.

Ci sono lampade da terra portate a mano da uomini in giacca, pantaloni scuri e camicia: in testa un cappello, quello della festa. Avevamo appena lasciato una tavola apparecchiata, rovesciata, spezzata. Qualche valigia, qualche calice. La luce è quella soffusa e arancione del crepuscolo.

Pennabilli / Photo by Giulia Zhang

Quando inizia a oscurarsi il cielo, compaiono i primi mostri: alcuni soldati con i denti aguzzi e i fucili, altri spiritelli vestiti come se avessero addosso sacchi colorati, rossastri e bianchi. Una bambina si attacca alle gambe di sua madre: si prendono per mano.

I vestiti bianchi delle spose ondeggiano e prendono la scena. Rassicurano il pubblico e noi non possiamo fare altro che seguirle. Le voci sono un coro di suoni che comprendiamo dentro: la lingua è straniera.

Photo by Giulia Zhang

Cassandra parla e quando parla Cassandra, ogni cosa ammutolisce, si ferma. Il tempo e lo spazio la ascoltano. Le macchine fotografiche cercano di catturarla: io la seguo, la fisso, la osservo, non stacco mai gli occhi dal suo viso, quando parla, quando corre.

Tutto è molto concitato e veloce. Poche ore prima ero rimasta incantata davanti a mani che dirigevano marionette o mani appese a funi.

Photo by Giulia Zhang

Avevo ballato al ritmo di musiche brasiliane, avevo percepito la potenza di corpi che correvano e del fiato che ci vuole: tanto fiato per cantare, parlare, urlare, ridere, correre.

Mi dirigo per una strada, dove il silenzio è rotto solo da piccole voci: c’è chi ha sonno e vorrebbe un caffè, chi monta un gazebo, chi lavora con cacciativi o gioca con la figlia.

Pennabilli: la notte prima del Festival / Photo by Claudio Maria Lerario

Ovunque si guardi, sembra di essere in un mondo popolato da bizzarri individui, da fisici scolpiti e sudati, da mercanti e artigiani pronti a sorridere. Nemmeno il rischio di un diluvio sembra sconvolgere questo paese e i suoi abitanti.

è quasi notte. “Speriamo che domani non piova”, mi apostrofa una signora mentre acquisto una felpa per un freddo che non mi aspettavo. Le sorrido, mentre mi passa accanto un giovane in bicicletta pieno zeppo di canne di bambù.

Ma andiamo con ordine.

Preparazione del Festival / Photo by Dorin Mihai

Il Festival

Il Festival Internazionale di Arti Performative di Pennabilli “Artisti in Piazza” è nato, prima di diventare ciò che vediamo oggi, come un gioco di parole: Rock ai Billi era infatti un evento musicale, costruito con poche risorse economiche (quelle che si possono trovare in Italia per un festival), in un paese di 3000 abitanti.

Rock ai Billi guardava ai grandi festival europei, ma sempre con un discreto complesso di inferiorità. Mancava qualcosa: un quid in più che lo stravolgesse, rendendolo unico.

Enrico Partisani, il fondatore di Artisti in Piazza, decise quindi di proporre e di sperimentare una formula diversa, che inglobasse altri aspetti oltre alla musica.

Enrico Partisani, il fondatore di Artisti in Piazza / Photo by Alex Rollo

In quel periodo e in quella zona era esploso il fenomeno del gruppo Mutoid Waste Company, artisti performer nati a Londra, che nell’estate del 1990 arrivarono a Santarcangelo di Romagna. I Mutoid utilizzavano i rifiuti per creare sculture e spettacoli.

La prima esperienza di commistione di generi non diede tuttavia il successo sperato, tale da soddisfare gli organizzatori. La presenza e la partecipazione del pubblico erano buone, ma la qualità della concorrenza era ancora nettamente superiore. Come se non bastasse, le risorse economiche erano scarse e questo influiva sui servizi offerti.

CruCruCirque DX - Giappone / Photo by Eleonora Viganò

In questa storia, sono gli incontri a generare la svolta: come spesso accade possono infatti creare sinergie utili per migliorarsi e per avere nuove idee.

Tra questi è stato importante quello di Enrico con il busker Moreno Raspanti di Arezzo: “ci siamo incontrati per caso al Festival Blues di Locarno in Svizzera nel 1996” — racconta Enrico — “e parlando di sogni da realizzare sono venute fuori le prime idee poi concretizzate a Pennabilli”.

Dodo - Canada — Germania / Photo by Dorin Mihai

La Pro Loco di Pennabilli, inoltre, aveva in mente di organizzare un festival di pittura, scultura e artigianato. Le idee raccolte da Enrico e da Moreno si unirono con l’intento della Pro Loco dando vita alla prima edizione del Festival.

Due giorni di durata per iniziare, evitando quindi l’evento one shot di un solo giorno, formula considerata dispendiosa e congestionata. Tutto questo avvenne nel 1997 mentre vigeva ancora una legge fascista che, di fatto, impediva l’arte di strada.

Jessica Arpin - Cia Tita8lou - Svizzera e Brasile / Photo by Claudio Maria Lerario

Per ovviare a questo primo ostacolo e su richiesta degli organizzatori, il Comune di Pennabilli emanò un decreto locale e diede la possibilità agli artisti di fare spettacoli a cappello.

In quell’anno si realizzò un afflusso importante di pubblico, tanto che nel 1998 si replicò con tre giorni di Festival. La storia, a questo punto, pur essendo solo all’inizio, era già promettente.

Mons. Andrea Turazzi, Vescovo della Diocesi San Marino, Montefeltro, fa visita alla chiesa di Pennabilli durante il Festival / Photo by Claudio Maria Lerario

Le chiavi del successo

“Uno degli strumenti principali del successo” — mi racconta Enrico — “è stato l’arrivo di internet”.

In Italia la cultura degli artisti di strada era ancora poco presente verso la fine degli anni ’90 ed è stato necessario guardare fuori dai confini nazionali per potersi affermare come un festival di qualità.

Enrico, in qualità di programmatore, ha potuto dare al Festival una visibilità che all’epoca in Italia era ancora poco sfruttata e che ha permesso di far conoscere Pennabilli anche in Australia e in Giappone, luoghi in cui internet era più utilizzato.

Keiichi Iwasaki - Giappone / Photo by Claudio Maria Lerario

Alla fine degli anni ’90, Enrico incontrò Steve Henwood, direttore del Bath Fringe Festival e di un palco del Festival di Glastonbury con il quale collabora attivamente ancora oggi soprattutto nella parte relativa a gruppi musicali di eccellenza.

Dalla Francia e dalla Spagna, invece, il fondatore del Festival prese spunto per creare spettacoli di circo contemporaneo, che solo da pochi anni ha trovato casa anche a Rimini con una scuola dedicata.

Alba del primo giorno del Festival / Photo by Dorin Mihai

Per il teatro, oltre che all’estero, Enrico raccolse le sue idee anche a Santarcangelo di Romagna, dove attualmente si fa teatro di ricerca e agli albori era puro teatro in piazza.

Grazie ai viaggi di Enrico per i Festival europei e ai soldi dei biglietti staccati di edizione in edizione, il festival crebbe e migliorò di anno in anno aumentando spazi e artisti.

Sempre con una parola-guida di fondo: felicità.

Ogni anno il Festival si svolge in un clima di assoluta tranquillità e sicurezza / Photo by Claudio Maria Lerario

Organizzazione del Festival

Il Festival di Pennabilli dura quattro giorni, ma richiede tutto un anno per la sua organizzazione precisa e di qualità che non può comunque fare a meno di imprevisti da risolvere in fretta e con freddezza chirurgica.

Anche se la felicità è il sentimento che abbraccia ogni singolo momento ogni dettaglio è curato — dal cibo biologico alle misure di sicurezza — e le sfide non sono mai mancate, soprattutto quelle economiche.

Volontari del Festival / Photo by Dorin Mihai

A oggi non è possibile ricavare stipendi per le persone che lavorano al festival. Gli “stipendiati” che lavorano più di quattro settimane sono 10/12 su un totale di 300 persone coinvolte, in parte volontari.

Molti volontari che lavorano all’organizzazione del festival sono artisti anch’essi, come la fotografa che cura i workshop per bambini o il musicista — addetto alla mensa — che mi racconta dell’emozione che ha provato quando sono arrivati i suoi idoli, i Molotov, e di aver scritto una canzone su di loro che verrà presto registrata.

Un volontario del Festival / Photo by Dorin Mihai

E queste sono solo alcune storie dentro alle storie, dentro alla performance e dentro all’arte, in un paese che incentiva la sua stessa crescita attraverso la suggestione del lavoro culturale, spesso visto ai margini dell’economia.

I soldi raccolti l’anno precedente — che dipendono dai biglietti staccati, quindi dal meteo, e dal merchandising — oppure ottenuti dai finanziamenti del FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) e della Regione Emilia-Romagna vengono utilizzati per migliorare l’evento stesso.

Anche l’aspetto normativo richiede una buona dose di impegno: “le norme cambiano di continuo, spesso non sono chiare, oppure richiedono più spese e il potenziamento di alcuni servizi”.

Filippo Riminucci, collezionista di libri fotografici sul circo / Photo by Claudio Maria Lerario

L’economia del Festival

Il Festival — oltre ad aver dato al paese una notorietà turistica internazionale — garantisce a Pennabilli un flusso e un indotto economico altrimenti impensabile.

Questo non riguarda solo i quattro giorni di attività, ma anche i mesi precedenti nei quali artisti, tecnici, artigiani, manutentori e collaboratori vivono il paese per prepararsi all’evento.

Alcuni — affascinati dal posto — hanno addirittura comprato o affittato casa qui, contribuendo a sanare quel flusso migratorio che vede i giovani di Pennabilli migrare in città più grandi.

Quelli che restano. I Truki Trek hanno deciso di vivere a Pennabilli: sono “scappati” dalla Spagna e hanno debuttato al Festival cinque anni fa con “I racconti della lumaca”, una guida turistica animata ambientata nei cinque Luoghi dell’Anima creati da Tonino Guerra. Quest’anno hanno portato in scena Mr. Train, una favola poetica — ispirata al racconto Il cane blu di Tonino Guerra — che parla della relazione tra un cane vagabondo e un vecchio solitario, cupo e irascibile, che vive in una stazione ferroviaria dove non si ferma nessun treno / Photo by Lu Pulici

Per quanto riguarda gli artisti, alcuni partecipano gratuitamente, utilizzando il Festival come palco per farsi notare da altri operatori del settore o guadagnando facendo cappello.

Altri — come nel caso degli spettacoli francesi nel 2018 — sono finanziati in parte da fondi dell’Ambasciata Francese e dell’Istituto di Cultura Francese che poi promuovono e organizzano anche la stagione teatrale in tutta Italia.

Quelli che si innamorano. Lui è Remo Di Filippo, lei è Rhoda Lopez. Remo e Rhoda si conoscono e si innamorano a Pennabilli in una precedente edizione del Festival. Da allora, insieme, portano in scena l’arte delle marionette / Photo by Claudio Maria Lerario

Per tutti quelli che lavorano direttamente all’organizzazione di Artisti in Piazza, si tratta comunque di una scelta di vita stimolante ma che spesso esclude altro.

Enrico, ad esempio, ha preso congedo dal lavoro per quattro mesi a ogni edizione, fino a licenziarsi nel 2006, anche se questo festival non dà ancora né stipendio né certezze.

Abitanti di Pennabilli / Photo by Dorin Mihai

I numeri del Festival

Il 60% dei fondi arrivano dalle vendite dei biglietti di ingresso che hanno varie tipologie di prezzo.

Finanziamenti pubblici per l’edizione 2018: ventiseimila euro dalla Regione Emilia Romagna e 66.000 euro erogati dal FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo).

Abitanti di Pennabilli / Photo by Dorin Mihai

Nove persone compongono il Consiglio Direttivo che si ritrova ogni due settimane, durante tutto l’anno, per stabilire strategie e linee guida dell’edizione successiva.

Trenta volontari iniziano a lavorare in inverno, qualche mese prima del Festival.

Abitanti di Pennabilli con un artista / Photo by Claudio Maria Lerario

L’affluenza media è di ventimila spettatori con picchi di circa trentacinquemila in alcuni anni: i cali dipendono quasi sempre dalla pioggia.

Sessanta sono le compagnie selezionate tra le oltre settecento nuove domande che arrivano ogni anno.

Un abitante di Pennabilli osserva il concerto dei Los Boozan Dukes - USA, UK, Italia, Francia, Catalogna / Photo by Dorin Mihai

Circa millecinquecento sono le compagnie che si sono esibite, in totale, in tutte le edizioni degli anni precedenti.

Sedici furono le firme raccolte — su tremila abitanti — per impedire lo svolfimento del Festival, dieci anni fa…

Trecento volontari — su tremila abitanti — oggi.

Agro The Clown - Italia / Photo by Claudio Maria Lerario

Enrico smette di snocciolare numeri. “Dare felicità, è l’obiettivo”, mi ripete, deviando dal racconto delle difficoltà.

“E’ proprio come mi sono sentita” — gli rispondo — “così, semplicemente felice”.

Un’abitante di Pennabilli partecipa allo spettacolo di Agro The Clown / Photo by Claudio Maria Lerario

“Abbiamo bisogno di luoghi che siano uno specchio per le nostre riflessioni. Luoghi che ci allontanino dalla vita che stiamo facendo. Luoghi che ci facciano camminare lungo i sentieri creati dalla nostra fantasia. Insomma bisognerebbe creare luoghi per fermare la nostra fretta e aspettare l’anima” — Tonino Guerra

Le Cirque Bidon

Mitica compagnia di circo contemporaneo guidata da François Rauline, detto Bidon: il padre putativo di tutti gli artisti del Festival.

“Arriverà la gente. Se non piove, arriverà”, sento una voce da lontano, mentre cammino nell’aria che odora di erba e pioggia. È ancora presto: ci sono solo io, le nuvole basse, l’umidità. Il vento muove le bandiere.

Dietro di me scorgo un uomo, la barba bianchissima, scarmigliato, imponente, con un viso in ombra, le mani dietro alla schiena.

Cammina insieme a una donna alta, con i capelli rossi e un abbigliamento nero: una gonna lunga con l’orlo di pizzo, una canottiera dalle spalline sottili e una maglia colorata.

François Rauline / Photo by Dorin Mihai

Lui è François Rauline, il fondatore del Cirque Bidon, lei — Gabriella Piccatto — è un’acquarellista. Ha disegnato il libro dedicato alla storia del circo e ai suoi 40 anni di attività. Mi invitano a entrare in un locale dove sono esposti i quadri.

Gabriella mi racconta del loro incontro e di come tutto iniziò. A Parigi, nel ’68, François lavorava come cesellatore di bronzo ma desiderava una vita diversa, nomade. Come molti, credeva davvero in un mondo con “la fantasia al potere”. Quel mondo — il suo mondo — se lo inventò e nacque il circo.

Gabriella Piccatto / Photo by Dorin Mihai

Lei era giovane e il circo era agli inizi, quando la allora moglie di François si infortunò durante le prove e non potè più aiutare il marito nei suoi spettacoli. Gabriella, in quell’occasione, accetta di collaborare… solo per qualche mese… solo durante l’estate.

Resterà con il circo e — insieme al fotografo Alain Gaymard — diventerà lo sguardo che ha raccontato un viaggio lungo quattro decenni.

Visitatori alla mostra di Gabriella Piccatto / Photo by Dorin Mihai

François è riuscito nell’impresa e oggi — testimone di una scelta di vita controcorrente — è arrivato alla fase della vita in cui può dirigere, insegnare e osservare la sua creatura.

Una creatura che ne ha fatta di strada: Cirque Bidon può infatti essere annoverata tra le compagnie che hanno maggiormente contribuito alla nascita di quello che oggi si configura come il circo contemporaneo europeo.

Locandina de Le Cirque Bidon

A Pennabilli il circo è arrivato per presentare il suo nuovo spettacolo: “Entrez dans la danse!”. Uno spettacolo in cui il teatro si mescola alla danza e al circo, la comicità alla poesia.

Canzoni, coreografie, scene di mimo, figure con immagini insolite, inaspettate. Uno spettacolo in cui complesse domande metafisiche ed esistenziali trovano una risposta semplice e divertente.

Alla fine del Festival la carovana del circo ripartirà per portare in altre città della Romagna la sua carica vitale, incantando lungo il cammino tutti coloro che vorranno entrare nel suo magico mondo, seguendo le sue carrozze trainate da cavalli.

Carrozze in legno, ben dipinte e curate: quando si spostano sono lente e spesso si creano code e traffico. Qualcuno suona il clacson, spazientito dall’attesa, ma poi la maggior parte delle persone scende a scattare foto a quel colorato e anacronistico corteo.

Gireranno per tutta l’estate e l’autunno. Poi, in inverno, la favola farà una sosta. Ma continuerà la vita comunitaria del circo dove ogni componente ha un compito, come in una famiglia.

Qualcuno avrà sempre da lavorare al suo spettacolo, qualcuno avrà le roulotte da sistemare, riverniciare, ripulire, rimettere in ordine, qualcuno si dedicherà al legno e alla manutenzione.

Una vita dedicata a soddisfare il bisogno di arte e di poesia, di sogno e di utopia, di incontro e di gesti nuovi, di vicinanza e condivisione, di libertà e passione. Il bisogno di comunità.

ExArt Circus

Un piccolo circo felliniano che offre una varietà di esibizioni che hanno come elemento comune la “bestia”. Di che bestia stiamo parlando?

Ex Art Circus è un duo di artisti — Clio Abbate e Solomon Balcha — che appartiene alla rete del Fekat Circus, un’organizzazione, nata nel 2004 nella periferia di Addis Abeba, in Etiopia, che gestisce una scuola circense a cui partecipano centinaia di ragazze e ragazzi.

Molto attivo in campo sociale, Fekat Circus organizza anche laboratori negli orfanotrofi e progetti di riabilitazione per bambini e adolescenti abbandonati, opera all’interno del carcere minorile e del reparto pediatrico dell’Ospedale Black Lion.

Da queste attività nascono spettacoli di circo-teatro che vengono portati in tour sia in Etiopia che in altre nazioni africane e in tutta Europa.

A Pennabilli ExArt Circus ha presentato La Bestia, uno spettacolo che ricorda gli freak-show del passato, esibizioni create per soddisfare la curiosità più morbosa e dove si mostrava tutto quello che solitamente era celato, nascosto o sgradevole alla vista.

Chi è la Bestia?

Signori e signore! Bambini e bambine! E’ arrivata la Bestia! La Bestia, Signori, l’animale, Il Mostro! Per la prima volta in citta!

Un’invasione di ferocia, violenza, malvagità?! 100% Bestia nera! Della peggior razza! Fatevi sotto coraggiosi e coraggiose! Quello che abbiamo qui è una belva in piena regola! La volete vedere questa Bestia?

La volete vedere? Siete pronti a indignarvi dalla paura?? E allora Signori e signore, bambini e bambine… ecco a voi… La Bestia! Dall’Africa misteriosa.

Pericolosa, infida, predatrice. Sconcertante. Inammissibile! Fa ribrezzo! C’è da non crederci. Ma noi ci crediamo, Signore e Signori, e ve la mostriamo!

La Bestia, Signore e signori, la Bestia! Ma chi è questa Bestia? Ma questa Bestia, cosa vuole? Ma perché non lasciarla là… insomma… nella giungla, dico io! In mezzo ad altre bestie. A quelli come lui. Ai suoi simili.

E invece no, Signori e signore, noi ve l’abbiamo portata qui e voi adesso la guardate! Attenzione però, la Bestia morde, ma che dico morde, la Bestia sbrana! Divora! Assaggiate la paura d’essere in preda della Bestia!

La Bestia, Signori e signore! The Beast! Sembra un uomo ma non lo è! Parla un linguaggio minaccioso e incomprensibile, mangia con le mani, non si lava, non si capisce a cosa pensa!

In due parole: fa paura!

Claire Ducreux

Un’esplosione, una pioggia di cenere, un omaggio alla vita da un albero tremante a un ballerino vagabondo: un invito a respirare insieme al lento e profondo ritmo della vita e aspettare per vedere che succede.

Claire è una clown ballerina. Una perfomer danzatrice dai lineamenti dolci, accentuati dal suo corpo minuto, delicato, sinuoso e flessibile. Un corpo che è anche forte, che sottintende l’allenamento e la tenacia con cui si è preparata per portare in scena i suoi spettacoli.

Il suo corpo e il suo viso comunicano.

Lo spettacolo si chiama Silencis e l’idea è nata proprio durante la sua precedente partecipazione al festival di Pennabilli, osservando il ciliegio dell’Orto dei Frutti Dimenticati creato da Tonino Guerra.

Lo spettacolo, di teatro e danza, è costruito a partire da un albero e dall’idea di dare importanza a ciò su cui spesso sorvoliamo, nella fretta di ciò che ci circonda.

Silencis nasce anche nella consapevolezza della sofferenza e della guerra, della tristezza e di quanto un abbraccio — perché il suo spettacolo è pieno di abbracci e fisicità — sia capace di sciogliere nodi.

L’abbraccio e la partecipazione come armi potenti per lasciare spazio alla magia della vita. Per questa performance sono state coinvolte alcune persone del pubblico, rendendo ancora più pieno e vivo il messaggio trasmesso.

Come ogni clown che si rispetti, Claire si muove tra allegria e tristezza, petali e spine, realtà e meraviglia: non solo ha saputo far uscire i sorrisi e le risate ma ha tirato fuori la nostra dolcezza e la commozione più profonda.

Claire è un moderno Socrate. Claire ha trasformato la scena e il pubblico. Come ballerina ha utilizzato il suo corpo come voce potente e il movimento come linguaggio universale.

Siamo intensamente vivi.

Teatro della Tosse

Il labirinto è il luogo dove si compie il sacrificio simbolico in cui l’animale si evolve in Uomo. Entriamo nel labirinto, il cervello umano, perdiamoci, lasciamo un filo dietro di noi per ritrovare l’uscita, o forse l’entrata.

Teatro della Tosse e Balletto Civile — Studio per AXTO: Oratorio per corpi e voci dal labirinto recita la mappa già consumata. Mi reco verso il tendone classico, circolare e da circo, che ospita lo spettacolo, al chiuso.

“Parte tutto dall’idea del Minotauro”, commenta Emanuele Conte, regista, scenografo e presidente e regista residente della Fondazione Luzzati — Teatro della Tosse di Genova.

Photo by Dorin Mihai

Da questo concetto, si è costruito il resto, in un continuo processo di elaborazione di idee, prove, scelte ed eliminazioni.

“Prima abbiamo pensato alla terra, sulla quale i personaggi si muovono all’interno del perimetro di un circo”, mi racconta Michela Lucenti, coreografa, dal 2003 capofila del Balletto Civile. Quindi il mito è stato riletto all’interno del concetto di famiglia.

Photo by Dorin Mihai

Il labirinto diventa una corda tesa e ingarbugliata come il legame famigliare: il taglio del labirinto è allora il taglio di un cordone ombelicale.

Anche il resto della scenografia, che utilizza alcuni oggetti comuni — sedie, tavolo, frigorifero, cibo — richiama l’idea di un ambiente domestico, all’interno del quale trasporre il mito stesso.

Photo by Dorin Mihai

Questo spettacolo vive in continuo equilibrio tra la storia del mito conosciuto con il presente personale e quotidiano di ciascuno spettatore, nell’archetipo della famiglia messo in scena attraverso Arianna, sua madre, Teseo, il Minotauro.

Ho percepito i corpi. Il movimento. Lo sforzo muscolare per rendere un corpo esanime, privo di energia. La sensazione che si stesse plasmando un materiale duttile, morbido ma allo stesso tempo vigoroso, come i muscoli degli attori e dei ballerini in scena.

Corpi e voci. Voci potenti quelle dei narratori esterni, vestiti di nero e posizionati in fondo alla scena, in alto. Corpi vivi che urlano, amano, lottano e ridono senza parlare. Non ci sono costumi di scena né maschere.

Photo by Dorin Mihai

La musica siberiana, insieme a Wagner, ne scandisce il ritmo, lo incalza, lo porta al suo culmine in un crescendo, fino alla sua fine, quella che tutti conosciamo del mito.

Per arrivare a questo risultato, regista e coreografa hanno provato e sperimentato, prima di trovare la soluzione che riuscisse a dare il giusto respiro all’opera e il giusto significato al labirinto: hanno utilizzato più mobili e meno mobili, più vestiti meno vestiti, più terra e meno terra.

Qual è il significato del labirinto? Come abbiamo detto, non è solo quello mitologico del Minotauro, di Teseo e Arianna, né solo un legame familiare, un gioco, un impedimento.

Il labirinto è soprattutto il luogo dove troviamo le nostre paure, è quello interiore, quello cerebrale, quello che ci identifica come individui soli. è il luogo nel quale l’unico mostro che si aggira siamo noi stessi.

Rara Woulib

I Rara Woulib approfondiscono una ricerca su canzoni sacre, stati di trance e rituali sincretici. Bizangos è uno spettacolo che affida al pubblico un ruolo attivo e che ci invita in uno strano incrocio notturno: una favola fantastica che mette in discussione il ruolo dell’uomo all’interno di un gruppo e il suo potenziale di diventare mostruoso.

La performance itinerante Bizangos, della compagnia francese Rara Woulib, alza il sipario in un vicolo di Pennabilli fuori dal centro, in un incrocio della zona residenziale: mi ricorda la casa della sposa, quando i parenti e gli amici si approssimano, prima delle celebrazioni.

Photo by Dorin Mihai

Ed eccole: quattro donne vestite di bianco, quattro donne che ridono, schiamazzano, attirano l’attenzione.

Arrivano i camerieri, la giostra — come se fosse un ottovolante — parte. Corriamo per i campi, i prati tagliati di fresco: il sole ha il colore soffuso, le colline sono sotto di noi.

Photo by Dorin Mihai

L’occhio si perde e corre insieme ai piedi, al cuore. Ti puoi trovare con una pentola o una lampada in mano; noccioline, un bicchiere colmo di succo di zenzero e ibisco dal colore del vino.

Photo by Dorin Mihai

Poco lontano ci sono specchi dove le spose vanno a truccarsi.

Si continua il percorso sospinti dalla forza della favola, dalla potenza della voce e del corpo di attrici e attori; dai canti del coro di Pennabilli.

Photo by Dorin Mihai

Si attraversa un bosco, si arriva davanti a una roccia dove tutte le spose sono schierate: tutto il coro di donne è in piedi, sicuro e deciso sui balzi rocciosi della parete di fronte a noi.

Si sta facendo buio.

Photo by Dorin Mihai

L’azione, la peregrinazione, l’esodo si alternano a momenti di più puro teatro: momenti di stasi, dove si lascia spazio più ampio a canti, danze, movimenti e parole.

Ci si guarda negli occhi e — senza alcuna preparazione — anch’io riesco a cantare e a ripetere suoni nuovi, a muovermi secondo la musica.

Photo by Dorin Mihai

La scelta del luogo

Il protocollo di preparazione dello spettacolo è utilizzato su ogni singolo territorio sul quale è proposto e portato.

L’idea di Bizangos nasce infatti nel 2013 e si sviluppa dapprima nella definizione del tema della violenza a livello di collettività, poi si delineano i personaggi e i costumi.

Nel 2015, dopo due anni, si arriva alla fase di creazione e inizierà quindi il tour che vedrà lo spettacolo in luoghi molto diversi tra di loro, che vanno quindi studiati per poter inventare e costruire le scene.

Non si tratta infatti di un semplice adattamento, ma di vera e propria creazione in base al luogo e al suo significato.

A Pennabilli, Julien ha visitato 15 campi, in inverno, nella neve. Ha conosciuto l’ambiente, le sue asperità, i suoi boschi e i suoi abitanti. Ha dialogato con i contadini.

La troupe camminava e osservava, sovrapponendo lo spettacolo con ciò che vedeva, scartando e scegliendo.

A dicembre sono iniziati i primi sopralluoghi, mentre a maggio un team tecnico si è insediato a Pennabilli per la preparazione di set e attori e del coro (che ha richiesto non più di quattro giorni, prima di provare).

Nella settimana prima del Festival attori e coro hanno provato ininterrottamente lo spettacolo rendendo Pennabilli scenografia, palco e protagonista.

I canti

I canti della performance sono scritti in una lingua sconosciuta. Si tratta di un gruppo di lingue chiamate Nguni, all’interno della famiglia più grande delle lingue Bantu.

La parlano nello Swaziland e in altri paesi dell’Africa sub-sahariana dove Julien ha raccolto suggestioni, idee e materiale grezzo che poi è stato lavorato e convogliato in questo spettacolo unendolo ad altri spunti: da Christa Wolf, ai riti voodoo di Haiti, cerimonie definite dal regista stesso come la più incredibile forma teatrale mai vista. Proprio durante il suo periodo haitiano, Julien ha assorbito la cultura locale, restando affascinato.

Le parole dei canti — svuotate dal loro contesto — non possono avere lo stesso significato che hanno per loro, semplicemente traducendole, ma è il loro suono, il loro utilizzo all’interno di un rito sacro, di uno spettacolo nel nostro caso, accompagnati con gli strumenti propri della cultura che li ha prodotti, a far vibrare in noi le stesse sensazioni ancestrali.

Photo by Elisa Amati

Le percussioni sono considerate sacre ad Haiti, mentre campane e trombe hanno la peculiarità di suonare ciascuno una sola nota e di creare musica solo se suonati insieme, proprio all’interno di una logica di comunità: più della semplice somma dei singoli cittadini o individui.

I canti ci dicono qualcosa anche senza parole tangibili e concrete, comunicano con noi attraverso il suono; le vibrazioni si imprimono nella nostra mente e sulle labbra.

Photo by Dorin Mihai

Anche da spettatori, a un certo punto, si riesce a seguire il canto — una sorta di mantra africano — e a ripeterlo con convinzione, come se, appunto, ne disvelassimo il senso in quel momento.

Il coro di Pennabilli

La riuscita di una performance così impegnativa è stata resa possibile dal coinvolgimento della corale di Pennabilli — Canta che ti passa — composto da trentasei persone e guidato dal maestro Gildo Montanari.

L’utilizzo del coro è un elemento fondante dell’opera, poiché richiama il concetto di cittadinanza, di spazio pubblico in cui le singole voci hanno un ruolo da cui poi dipende l’intero operato comune.

Photo by Dorin Mihai

Inoltre, il coro è uno degli elementi presenti nella tragedia greca dalle quale lo spettacolo prende le mosse: non sono solo i “Bizangos” — nome dei riti voodoo haitiani — a fornire il substrato, ma anche la tragedia greca con l’utilizzo dello spazio pubblico e dei cittadini come attori.

“Era fondamentale avere attori non professionisti che partecipassero allo spettacolo: sono naive, fragili e allo stesso tempo esplosivi”, commenta Julien.

Pur se, per forza di cose, la preparazione di un evento così complesso ha dovuto seguire un protocollo specifico, allo stesso tempo il lavoro con il coro non ha indugiato in spiegazioni troppo dettagliate nemmeno nell’applicazione di regole rigide.

“L’obiettivo — continua Julien — è quello di lavorare sulla loro fragilità e inconsapevolezza per scoprire la loro vera essenza e portare fuori il loro nocciolo esplosivo, viscerale, la loro carica già presente ma nascosta”.

Cassandra

Bizangos è tutto questo ma non solo: è anche una riflessione del nostro tempo attraverso la rivisitazione di un mito omerico, quello della Cassandra di Christa Wolf*.

Cassandra, la veggente figlia di Ecuba e di Priamo, che vede la rovina della sua città e tenta di metterci in guardia dal bellicismo e dall’autoritarismo della società patriarcale.

Cassandra, la figlia di un re, che apre gli occhi, capisce le insidie del potere e vuole dare testimonianza attraverso il suo punto di vista.

Il punto di vista di una donna in viaggio, che si interroga, che fa domande, che rifiuta la retorica della guerra, che invoca una femminilità egalitaria e comunitaria.

Una Cassandra nera (l’attrice Wilda Philippe), che — come nel mito — non viene creduta.

Il j’accuse di Cassandra*

Parlare con la mia voce: è il massimo. Di più, altro, non ho voluto. All’occorrenza potrei dimostrarlo, ma a chi? A questo popolo straniero insolente e in soggezione allo stesso tempo?

La gente di qui… con le loro usanze che mi sembrano bizzarre e innaturali come le abitudini d’una specie sconosciuta. Perché la gente di qui — ingenua, se la paragono alla nostra — non ha vissuto la Guerra.

Ci sono stati tempi, e io li conobbi, in cui i morti, almeno da noi, erano sacri. I nuovi tempi non hanno rispettato né i vivi né i morti. Per capire quei tempi mi ci volle un po’. Essi erano già nella fortezza, prima che arrivasse l’avversario. Si insinuarono, non so come, in ogni fenditura.

C’era qualcuno che parlasse di Guerra? No. Sarebbe stato punito. La preparavamo in tutta innocenza e con la migliore buona fede. Il primo segno: ci regolavamo sul nemico. A che ci serviva?

Coloro che comandano presuppongono ciò che innanzitutto hanno dovuto creare: la Guerra. Sono arrivati al punto di prendere questa Guerra per la normalità e di presupporre che per uscirne ci sia una sola via, cioè la vittoria.

Poi è il nemico a dettarti quello che ti resta da fare. Poi sei nei guai e devi scegliere tra il peggio e il meno peggio, due mali… Come questi non possa augurarsi un avversario migliore di quel bruto!

C’era già da noi molto odio e cose note ma taciute, prima che il nemico attirasse su di sé tutta la nostra malevolenza spingendoci a serrare la fila, in primo luogo contro di lui.

Com’é cominciata la Guerra? Durante la Guerra si pensa solo come andrà a finire. E si rimanda la vita. Quando sono in molti a fare così, dentro di noi nasce lo spazio vuoto dove si rovescia la Guerra.

Se avevamo creduto che l’orrore non potesse più aumentare, ora dovevamo riconoscere che non c’é limite alle atrocità che gli esseri umani commettono gli uni contro gli altri; che noi siamo capaci di rovistare nelle viscere dell’altro, di schiacciargli il cranio alla ricerca dell’acme del tormento.

“Noi” dico, e di tutti i Noi a cui sono approdata, questo resta quello che maggiormente mi turba. E’ molto più facile dire “Loro la bestia” che questo Noi.

A poco a poco, senza nemmeno accorgersene, forse avrebbero visto nei nomi dei simboli. Naturalmente. Al posto di cosa stanno le immagini? — Questo è da vedere.

Al posto di ciò che non osiamo riconoscere dentro di noi, mi sembra. Discuto con pochissimi di ciò che ne penso. Perché ferire gli altri. O turbarli. Ci vorrebbe tempo, se ne avessimo.

L’essere umano non può’ vedere sé stesso. — E’ così. Non lo sopporta. Ha bisogno di una raffigurazione che gli sia estranea. — E in questo non cambierà mai niente? Sempre e solo il ripetersi della stessa cosa?

Auto-estraneazione, idoli, odio? — Non lo so. Ecco quello che so: ci sono buchi nel tempo. Questo ne è uno, qui e ora. Noi non possiamo lasciare che passi inutilizzato. Dovetti imparare che non tutti gli esseri umani che si sono abbassati al rango di animali sono in grado di ripercorrere la strada a ritroso.

Se a tentoni vado a ritroso lungo il filo della vita, che è arrotolato dentro di me; salto la guerra, un blocco nero; lentamente, con nostalgia, giungo a ritroso agli anni di prima della guerra; al tempo del sacerdozio, un blocco bianco; sempre più a ritroso, fanciulla — e poi resto impigliata nella parola, la fanciulla, e ancor più mi impiglio innanzitutto nella sua figura.

Nell’immagine bella. Sono sempre stata legata più alle immagini che alle parole, è singolare e in contraddizione con la mia funzione, che però non posso più adempire. In ultimo ci sarà un’immagine, non una parola. Prima delle immagini le parole muoiono.

Volevo lui, l’uomo vigoroso dalla pelle calda e dai bruni capelli crespi, che con me era diverso da tutti gli altri miei fratelli; che mi portava sulle spalle non solo attraverso tutti i cortili, ma anche attraverso le viuzze della città costruita attorno alla rocca, la quale, come quella, ora è distrutta, e dove tutti coloro che ora sono morti o prigionieri, lo salutavano.

Che mi chiamava “mia povera sorellina” e mi portava fuori in aperta campagna, dove il vento di mare soffiava tra gli ulivi, faceva lampeggiare le foglie come argento, sicché guardarle mi causava dolore.

Per noi il mondo era quello, nessun paesaggio può essere più bello. Le stagioni. Il profumo degli alberi. E la nostra esistenza priva di vincoli, ogni giorno una gioia nuova. Fin lì la cittadella non arrivava. Non potevano combattere contemporaneamente il nemico e noi. Ci lasciavano tranquille. Cantavamo molto, mi ricordo.

Dato che il nostro tempo era limitato, non potevano sprecarlo con questioni secondarie. Così ci avvicinammo, giocosamente, come se ci fosse dato tutto il tempo del mondo, alla questione principale, a noi.

Ma la guerra, ormai immobile, gravava pesante e svogliata, un drago ferito, sulla nostra città. La sua prossima mossa era destinata ad annientarci. Del tutto all’improvviso, da un attimo all’altro, il nostro sole poteva tramontare. Con amore e precisione abbiamo seguito il suo corso in ciascuno dei nostri giorni, che erano contati.

Ma spesso, per la verità quasi sempre, parlavamo di coloro che sarebbero venuti dopo di noi. Di come sarebbero stati. Se avrebbero conservato ancora notizia di noi. Se avrebbero fatto quello che avevamo trascurato, se avrebbero corretto quello che avevamo sbagliato.

Ci rompevamo la testa per trovare il modo di lasciar loro un messaggio, ma non sapevamo scrivere. Incidevamo animali, esseri umani, noi stessi nelle caverne scavate nella roccia, che poi, bloccammo. Premevamo le mani l’una accanto all’altra nell’argilla morbida. Chiamavamo ciò, e ci ridevamo, eternarci.

Tutto questo, la città della mia infanzia, esiste ancora nella mia testa soltanto. Qui dentro, finché ho tempo, la voglio riedificare, non voglio dimenticare nessuna pietra, nessuna lama di luce, nessuna risata, nessun grido. Anche se per breve tempo; voglio custodirla in me fedelmente. Ora posso vedere quello che non c’é.

E’ col silenzio dei più che comincia la protesta. Quel che capirò, fino a stasera, è destinato a perire con me. Perire? Il pensiero, una volta nel mondo, continua a vivere in altri?

Faccio la prova del dolore. Come il medico punge un arto per verificare se è insensibile, così io pungo la memoria. Prima che moriamo, può darsi che muoia il dolore. Se così fosse, questo sarebbe da raccontare, ma a chi?

Ad ogni modo ciò mi insegnò a pensare l’inaudito: il mondo poteva continuare anche dopo la nostra rovina. Perché mai avevo accettato anche solo l’idea che con la nostra famiglia si sarebbe estinto il genere umano?

La lingua del futuro ha in serbo per me questa sola frase: oggi, prima della fine del giorno, sarò colpita a morte.

Come mi poté sfuggire che ero una prigioniera? Che lavoravo come lavoravano i prigionieri, costretta. Che gli arti non si muovevano più autonomamente, che mi era passata la voglia di camminare, di respirare, di cantare. Ogni cosa mi richiedeva un’ardua decisione.

Non era più importante vivere secondo i nostri costumi, secondo le nostre leggi, anziché vivere in assoluto? Ma ecco ciò che allora non capii e non volli capire: che alcuni erano predisposti a essere vittime non solo da cause esterne, ma anche dalla propria natura.

Quando il cuore, che da lungo tempo non avevo più percepito, si fece di tappa in tappa più piccolo, più stretto, più duro, una pietra dolorante, da cui non fui capace di strappare più nulla: allora il proposito fu completato, fuso arroventato, battuto e modellato come una lancia. Voglio restare testimone, anche quando non esisterà più un solo essere umano che mi chieda di rendere testimonianza.

Mi viene in mente che sto segretamente ripercorrendo la storia della mia paura. O, più esattamente, la storia del suo scatenarsi, e, ancora più precisamente: del suo liberarsi. Sí, in effetti, anche la paura può essere liberata, a dimostrazione che essa è parte di ogni cosa o persona che viene repressa.

Photo by Elisa Amati

Potrebbe essere prefissato anche questo. Potrebbe scorrere anche questo su fili che non stanno nelle mie mani, come i movimenti della fanciulla che ero, immagine desiderante e struggente, figura giovane e radiosa dentro una zona di luce, serena, schietta, ricca di speranze, fiduciosa in se stessa e negli altri, degna di quanto le veniva riconosciuto, libera, ah, libera. In realtà: incatenata.

Pilotata, guidata e spinta verso mete che ponevano altri. Chi sono io, per vedere in voi solo i vincitori e non anche coloro che vivranno. Che devono vivere, perché continui ciò che chiamiamo vita. Questi poveri vincitori devono continuare a vivere per tutti coloro che hanno ucciso.

Mai più ho voluto essere un uomo. Spesso ho ringraziato le potenze che assicurarono il sesso agli esseri umani, perché mi è possibile essere donna. I maschi, deboli, ma con il prepotente bisogno di vincere, si servono di noi come vittime per poter conservare il sentimento di sé. Per loro c’è solo o verità o menzogna, giusto o sbagliato, vittoria o sconfitta, amico o nemico, vita o morte. Pensano in modo diverso.

Quello che non é visibile, annusabile, udibile, tastabile, non esiste. E’ l’altro che essi schiacciano tra le loro rigide distinzioni, il Terzo, che per loro é sempre escluso, la materia vivente che sorride, che é in grado di riprodursi continuamente da sé stessa, l’Indiviso, spirito nella vita, vita nello spirito.

Tutto quello che si deve vivere, l’ho vissuto. “Salvare la propria faccia”, “non cedere alla provocazione”. “Ma che significa!”. Come se fosse possibile non salvare la propria faccia. O senza saperlo ci danno a intendere che le facce che mostrano di solito non sono le loro? Sciocchi.

Perché li hai lasciati diventare forti? I morti non sono gelosi gli uni degli altri. Una Guerra condotta per un fantasma, può solo esser perduta. La voglia di ridere mi passerà. Sí, dico. Lo so. Presto.

Chi in questo momento non sta dalla nostra parte, lavora contro di noi. Contro un’epoca che ha bisogno di eroi non c’é nulla da fare, lo sai bene quanto me.

Non il misfatto, ma il suo annuncio fa impallidire, anche infuriare, gli uomini, lo so dalla mia esperienza. E so anche che preferiamo punire colui che nomina il fatto, piuttosto che colui che lo compie: in ciò siamo tutti uguali, come in tutto il resto. La differenza è nel saperlo oppure no. L’insensibilità non è un progresso, difficilmente è un aiuto.

La pazzia che irrompe nel banchetto — che cosa potrebbe essere più orribile e perciò più stimolante per l’appetito. Non mi vergogno. Il mio odio andò smarrito, quando? Eppure mi manca, il mio odio gonfio e succoso. Mai fui più viva che nell’ora della morte, adesso.

Sono tutte belve. Metà belve, metà bambini. Asseconderanno le loro brame, anche senza di noi. Bisogna intralciare loro il passo? Perché ci calpestino? No. Loro agiscono sconsideratamente e stoltamente. Credono nell’incredibile, fanno quello che non vogliono e piangono le proprie vittime, autocommiserandosi.

(*) Cassandra — Christa Wolf, Edizioni E/O

Le parole

Dopo lo spettacolo, chiedo a Julien Marchaisseau, regista e direttore della compagnia Rara Woulib, di parlare a ruota libera seguendo alcune singole parole che gli propongo.

Inizio con la più importante: esodo. Durante lo spettacolo, pubblico, coro e attori formano una lunga colonna, una processione. Ricordano un pellegrinaggio o — appunto — un esodo.

Un passaggio da uno stato a un altro, da una situazione di benessere e ricchezza a una situazione di povertà, dalla pace alla violenza.

Cassandra oggi — mi racconta Julien — può essere una donna siriana che aveva una bella professione, una vita appagante ed economicamente florida.

Photo by Dorin Mihai

Cassandra la migrante: arriva sul territorio europeo e incontra incredulità, rifiuto e l’avvento di nuovi nazionalismi; trova disumanità.

Photo by Dorin Mihai

Violenza. Parola che mi suggerisce lui stesso e che è alla base del suo lavoro.

La violenza è propria della natura umana: abbiamo tutti un lato oscuro, indipendentemente dall’essere uomo o donna. Julien, per mettere in scena il suo spettacolo, si è chiesto come questa violenza si possa esprimere all’interno di un gruppo.

Attraverso la performance artistica Bizangos, Julien ha voluto analizzare i due modi di essere della violenza: si può agire ed essere violenti con le azioni oppure si può stare a guardare, non prendere decisioni ed essere parte, comunque, come spettatori passivi.

Alla violenza partecipano tutti: è un messaggio di avvertimento che trova espressione in una tavola non più imbandita ma incendiata, con vestiti e salvagenti sparsi per il prato sul quale noi camminiamo.

Photo by Dorin Mihai

Si cerca di non calpestarli, ci si trova immersi, nella mente appaiono subito le foto e le immagini di Lampedusa e ci si sente lì, colpevoli senza azione: spettatori e attori inconsapevoli di ciò che succede.

Femminismo. I miti sono sempre stati spiegati dagli uomini, con i loro occhi.

Ma qui la voce principale è femminile, il punto di vista è della donna: qui è Cassandra a raccontarci la sua storia.

Photo by Dorin Mihai

Il coro di donne riempie gli spazi, l’aria, i silenzi, riempie il tempo dello spettacolo. Sono potenti, le donne: quelle di una società matriarcale, il cui punto di vista è ricco, pieno, completo.

Il rogo, i canti e le parole che lì si consumano, sono un richiamo alla potenza femminile: un richiamo alla caccia alle streghe che, in modi differenti, ancora sussiste, perché…

Photo by Dorin Mihai

(*) …è questo un matrimonio? O è un funerale? Chi è questa donna? Un personaggio mitico di un’altra epoca. Una folle che si crede principessa.

Una straniera che sogna i ricordi gloriosi ma sbiaditi della sua civiltà decaduta, arrivando in un’Europa già afflitta da una malattia che lei conosce fin troppo bene, quella di questa guerra nascente.

Photo by Dorin Mihai

Perdiamo il nostro equilibrio, ci tuffiamo dentro la sua testa, navigando tra le sue paure e le nostre, inseguendola anche mentre ci attacca. Sta delirando o ci dice profezie?

Non fa differenza, perché abbiamo altre cose in mente: non è una di noi, e pagherà cara la sua insolenza.

O Donna, dovresti essere più cauta e mantenere i tuoi pensieri lucidi per te… per te e te solo. Ora impara a tacere… oppure diventerai pazza.

(*) Julien Marchaisseau / Rara Woulib

La festa

Quando lo spettacolo si chiude, il legame con coro e attori non si scinde: permane e prosegue con una festa che ricorda un film, un film di Fellini.

Una tavola, una fisarmonica e il coro di Pennabilli. Cantiamo Volare, Romagna Mia, Bella Ciao. La tovaglia è a quadri rossi e bianchi, dal pentolone sale l’odore di cipolla.

Photo by Dorin Mihai

Le panche sono lunghe, umide. Le spose si coprono le spalle, gli uomini tengono in testa i cappelli scuri.

Photo by Dorin Mihai

Gli attori francesi — prima mostri o soldati, poi fantasmi in sottili vesti bianche — si rivestono come camerieri e cantano La vie en rose.

I fotografi continuano a scattare.

I bambini presenti — per i quali si è trattato di una favola di fate e orchi — sono stanchi e dormono in braccio ai genitori.

Photo by Giulia Zhang

Testi originali: Eleonora Viganò. Fotografie: Alex Rollo, Claudio Maria Lerario, Dorin Mihai, Eleonora Viganò, Elisa Amati, Giulia Zhang, Letizia Ghiotti, Lucilla Urbinati. Progetto grafico: Ayzoh Design Lab

Grazie a: Cristiano Urbinati, Enrico Partisani, Gli abitanti di Pennabilli, Julien Marchaisseau, Linda Valenti e lo staff di Artisti in Piazza, Matilde Vandendorpe, Wilda Philippe

“Nei piccoli mondi c’è tanta bellezza, se noi la salviamo salviamo noi stessi” — Tonino Guerra

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