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ACCESSIBILITA’: TECNOLOGIE PER L’INCLUSIONE

Intervista a Roberto D’Angelo, manager di Microsoft impegnato nella sfida per l’accessibilità (seconda parte)

di Alessia Belli

In questa seconda parte, esploriamo con Roberto il rapporto tra buoni pensieri, buone parole e buone azioni nel campo dell’accessibilità. Parliamo allora di battaglie importanti, di opportunità da saper cogliere e del bisogno dell’etica come nutrimento dello sviluppo tecnologico.

Per il filosofo Arthur Schopenhauer affaticarsi e lottare contro gli ostacoli rappresenta un bisogno per l’uomo come lo è per la talpa lo scavare. Quali le tue più grandi lotte?

Come ho detto, il cambio di CEO ha determinato una grande trasformazione in Microsoft: anche lui ha un figlio con paralisi cerebrale e la chief accessibility officer di Microsoft, Jenny Lay-Flurrie, è sorda. Dopotutto, la disabilità o ci sei passato e ce l’hai vicino, oppure fai fatica. L’idea geniale, però, è stata dimostrare che c’era opportunità di business nella disabilità: la disabilità permette di fare meglio il business, che è il modo attraverso il quale l’azienda può dare un contributo al mondo.

Abbiamo quindi messo al centro la disabilità con un processo chiamato “inclusive design”: se integri la disabilità fin dall’inizio del processo di design, il prodotto, o servizio, tipicamente viene meglio per tutti. Naturalmente ci sono stati alti e bassi, anche momenti di tensione. Un passaggio fondamentale è stato quando abbiamo celebrato per la prima volta un prodotto non uscito, una versione di Outlook per Mac, proprio a causa del fatto che non fosse al giusto livello di accessibilità. Fu una rivoluzione: rimandare l’uscita di un prodotto per questo motivo diede a tutti la conferma che l’accessibilità è una cosa estremamente importante.

Se nelle culture calviniste (UK, Nord Europa etc.) questo parlare apertamente di opportunità di business è normale, in Italia la cultura assistenzialista frena perché promuove l’atteggiamento del piangersi addosso e di accontentarsi, delegando spesso la soluzione dei problemi a qualcun altro. Da noi è sempre colpa di qualcun altro. Per rendere la tematica attuale occorre un cambiamento in primis a livello di chi gestisce le organizzazioni. Office e Windows sono i prodotti più accessibili nel mercato, eppure molti ancora non lo sanno. Dunque, oltre alla formazione serve la comunicazione.

Servono processi di assunzione specifici, formazione, accessibilità nelle sedi e soprattutto accessibilità in ogni prodotto o servizio. E poi in Italia c’è questo aspetto assurdo di negare ogni fallimento, la parola stessa incute timore. Se fallisci una volta sei finito. In Silicon Valley, giusto per usare un esempio che tanti osannano, se non hai fallito almeno 3 aziende sei ancora un poppante.

Il fallimento è parte importante nel processo di apprendimento: sbagliare offre la possibilità di cambiare. L’hackathon di Microsoft è accessibile by design: dalla ciotolina di acqua per i cani delle persone con disabilità visiva, alle etichette del cibo e biglietti da visita in Braille. Quello che dobbiamo fare è servire una fetta enorme di popolazione, ma in Italia lo si è cominciato a capire solo da poco, e in pochi. Oggi di come tu sei, non se ne accorge più nessuno in Microsoft. Quello che conta è l’impatto che hai. Solo per farvi un esempio: Linkedin ha un programma che permette ai disabili di rifarsi il profilo e trovare lavoro. Consideriamo anche che la maggior parte delle disabilità (70%) non si vede (dislessia, resistenza allo stress etc.). Anche l’attenzione del governo fa la differenza: in UK e Canada molte sono le iniziative, come la creazione di un processo di certificazione che garantisce l’idoneità dell’azienda ad assumere persone disabili (https://disabilityconfident.campaign.gov.uk), date un occhio qua: “7.6 millions working age people in UK have a disability: if you are not actively recruiting talent your competitors probably are…”

Rendere accessibile l’accessibilità: idee?

Vederla come un’opportunità, trasformarla in una sfida di design, volerla ridurre riducendo il gap tra la persona e le sue interazioni col resto del mondo.

Se non vogliamo essere come il pessimista di Oscar Wilde che si lamenta del rumore quando l’opportunità bussa alla porta, come dovremmo guardare al mondo delle tecnologie?

L’intelligenza artificiale (AI) è bella, se usata bene: esistono cose fantastiche, come il riconoscimento delle emozioni, il passaggio dal parlato al testo e viceversa, il cellulare come estensione dei miei sensi. L’AI per essere sfruttata al meglio va studiata, capita, “formata”: stiamo passando a un mondo in cui tutti possono permettersi di sviluppare cose (grazie anche al cloud), mentre prima erano solo in pochi. La tecnologia ha un costo irrisorio, le risorse le trovi ovunque. Puoi fare tutto. Il problema sono semmai i fondi e l’accesso alle skills. La disabilità più grande in Italia è la lingua, il non parlare inglese è la nostra barriera più grande per sfruttare skills e tecnologie. Ma la tecnologia c’è. Ovviamente è solo uno strumento.

Quello che spesso si fa fatica a capire è che il cambiamento è l’unica costante da che l’uomo esiste, così come l’avversione al cambiamento. Quello che però sta cambiando è la “frequenza” con cui avviene il cambiamento. Prima ci volevano secoli, poi decenni, poi anni, ora siamo nell’ordine dei mesi. Questo ha pro e contro che vanno ben valutati e anche governati.

Dobbiamo dar ragione ad Einstein quando diceva che la nostra tecnologia ha superato la nostra umanità o esiste un quadro etico che attualmente definisce l’utilizzo delle tecnologie?

Se ne parla in molte sedi ma non credo esista ancora una risposta unica. In Microsoft sicurezza, privacy ed etica sono argomenti profondi, per esempio nel nostro team, prima di accettare un ingaggio di AI abbiamo un processo di review da parte di un comitato etico, così come dei framework per mitigare l’impatto dei nostri bias. L’AI è una questione delicata, la devi saper gestire, con grandissimo senso di responsabilità. Noi dobbiamo essere sicuri di democratizzare l’accesso a questa tecnologia e dare strumenti per usarla con consapevolezza.

Devo dire che l’Italia è stata tra le prime ad avere una agenda digitale per l’accessibilità. Quando si parla di inclusione il nostro paese è all’avanguardia. Il problema è rendere sostenibile l’idea che hai, trovare finanziamenti, trovare la controparte politica.

Come calare l’accessibilità nei prodotti?

Partiamo dalle cose forse più visibili a tutti: il Web e le applicazioni per dispositivi mobili. Per il Web ci sono linee guida che dicono come rendere un sito accessibile. Copre le disabilità più diffuse e permette di rispondere alla domanda “sono compliant verso l’accessibilità?”. Le segui ed inizi ad andare in quella direzione. Io definisco seguire queste normative come “un fattore igienico”, imprescindibile.

Nel Mobile la tecnologia ti offre moltissimi strumenti, sia Apple che Microsoft, ovvero le aziende secondo me più attente al tema. Se hai già sviluppato un’app è più complicato perché puoi solo tentare di renderla accessibile. Invece se parti dal design, con l’inclusive design toolkit che dicevamo prima puoi sfruttare appieno non solo le funzionalità, ma disegnare proprio prodotti e servizi che cambiano la vita ad alcuni/e e allo stesso tempo sono più semplici per tutti/e.

La domanda cruciale da porsi è “perché lo devo fare?”. Se lo fai per sentirti bene già è qualcosa, ma se abbracci il cambiamento devi trovare chi puoi servire meglio, chi può beneficiare se usi questa filosofia. Le banche, prima ancora di altri soggetti, si sono rese conto che i disabili erano tagliati fuori dai servizi ed hanno sviluppato i bot, di grande utilità per chi non sente, per esempio. Oppure la lettura immersiva di un sito web, lo speech to text sono strumenti che mi permettono di servire una fascia di mercato esclusa. Da lì le possibilità sono infinite. I cellulari sono i sensi che complementano il mio mondo; l’accesso al menu del ristorante per una persona cieca è la computer vision; SeeingAI permette il riconoscimento dei soldi attraverso una telecamera che punta sul denaro e ti dice l’importo e così via. Per sviluppare da zero non lo fai per l’accessibilità, ma perché hai 1,3 miliardi di persone che aspettano là fuori. Il modo che le aziende hanno di fare del bene è fare buon business, e l’accessibilità è una grande opportunità di fare buon business.

Vorrei che tu lanciassi la prossima sfida in tema di disabilità.

L’ultima battaglia per la disabilità secondo me è quella per essere considerati clienti a tutti gli effetti. Se come organizzazione ti dichiari “customer obsessed”, devi naturalmente essere accessibile: se non sai quanto sei accessibile vuol dire che non lo sei. Ogni persona con disabilità, e tutti in generale, dovrebbe avere il “diritto di essere un dipendente ed un cliente”: non vogliamo la carità, vogliamo semplicemente, appunto, essere dipendenti e clienti. Ma oggi non è ancora così, quindi, avanti tutta :-)

Cosa ne pensi del tema trattato? Quali tecnologie potrebbero aiutare l’accessibilità secondo te? Come possono le aziende diventare più inclusive?Lasciaci un commento con le tue impressioni e discutiamone insieme!

A presto con una nuova inspiring interview!

Per leggere la prima parte:

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