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ACCESSIBILITA’: TECNOLOGIE PER L’INCLUSIONE

Intervista a Roberto D’Angelo, manager di Microsoft impegnato nella sfida per l’accessibilità (prima parte)

di Alessia Belli

Perchè trattare il tema dell’accessibilità?

Da Settembre 2018, Mondora ospita un laboratorio di filosofia, gestito dalla filosofa Alessia Belli.

Uno spazio che si interroga e spinge ad interrogarsi, che pone domande scomode, con l’obiettivo di comprendere e far luce sulle incongruenze che tendono a rimanere in zone d’ombra.

Il laboratorio ci aiuta a riscoprire il senso del nostro operato, che si riflette poi sui prodotti e servizi offerti. E’ il nostro modo, unico, di interrogarci sul ruolo sociale ed economico dell’azienda.

Pensiamo inoltre che questo possa apportare un beneficio all’azienda non risolvendo problemi, ma aiutando le persone a trovare in autonomia le soluzioni di cui hanno bisogno, attraverso l’apporto di più conoscenze e influssi. Il laboratorio è la sfida a coltivare e contaminare i processi e le competenze specialistiche con la dimensione umana, ciò che differenzia le persone dai processi.

Ogni tema prevede più laboratori che collegano la dimensione individuale, quella lavorativa e quella relativa alla comunità più ampia. Gli appuntamenti del laboratorio sono così, prima di tutto, percorsi di consapevolezza, territori dove sperimentiamo il senso critico e il pensiero sistemico in modo costruttivo e partecipato. Un altro modo di fare innovazione.

Con il laboratorio di filosofia esploriamo l’universo Persona, la sua centralità e le tante dimensioni in cui questa si realizza. Poiché è un tema che riteniamo centrale in Mondora, lo navighiamo attraverso un ciclo di attività dedicate al valore e alla ricchezza delle diversità.

Il laboratorio incontra Roberto d’Angelo

Oggi, in particolare, vogliamo immergerci nella disabilità, con un momento significativo: l’incontro con Roberto D’Angelo, Director of Program Management for Government & Health in CSE Ww per Microsoft, e CEO/ co-founder di FightTheStroke.org.

Un confronto che vorremmo ci ispirasse sul tema e sulla sfida dell’accessibilità.

Roberto d’Angelo, sua moglie Francesca Fedeli e loro figlio Mario.

Dimmi che fai e capirò chi sei…

Sono in Microsoft da 21 anni. Nel 2011 nasce mio figlio, Mario, che è colpito da un ictus alla nascita, una condizione comunemente chiamata “paralisi cerebrale infantile, o PCI”.

Era chiaro che non mi sarei potuto muovere più tanto per lavoro: dal 2007 al 2011 avevo gestito la parte di competition a livello EMEA (Europa, Middle-East e Africa) prima verso IBM e poi Google, avendo l’opportunità di viaggiare tantissimo. Poi, tornato in filiale, fino al 2015 ho avuto la fortuna di dedicarmi a Office 365 e al cloud quando era ancora una “parola strana”, che spaventava tantissimo.

Ma con la nascita di Mario mi era venuta voglia di tornare alla tecnologia, quella vera, alla “terra” come dico sempre io. Ho fatto quindi un passaggio in un team che si chiamava DX, il gruppo degli evangelisti, degli sviluppatori.

Onestamente, non ci ho capito un gran che, è stato un anno durissimo, perché dopo tanto nel business tornare alla tecnologia non era affatto semplice. Però mi sono fatto le ossa e mi è servito molto perché poi ho preso un anno sabbatico e, con FightTheStroke, abbiamo sviluppato una piattaforma per la tele-riabilitazione dei bambini con paralisi cerebrale super innovativa.

Su questo progetto abbiamo fatto un test clinico che nel mese di giugno verrà pubblicato in una prestigiosa rivista scientifica. Siamo cioè riusciti a fare qualcosa di veramente concreto. Rientrato dall’anno sabbatico, perché si deve pur mangiare e il frigorifero non si riempie da solo, il team DX non esisteva più e al suo posto c’era un team fantastico che si chiama CSE (commercial software engineering): 800 persone sparse per il mondo, il 98% sono software engineers, gente che fa, che scrive codice. Il mio ruolo è quello di direttore di program management, nella parte government nell’area EMEA. Come mi piace dire, son tornato a casa.

Le persone del team fanno progetti di intelligenza artificiale, che è l’altra cosa che mi interessa moltissimo. Lavoro il 98% da casa, faccio smart working ormai da 13 anni e non ci rinuncerei per nessuna ragione. Quello che ho raccontato lo faccio di giorno. Di notte, con mia moglie, abbiamo fondato un’associazione per aiutare i bambini come Mario.

Nell’associazione, che si chiama Fight the Stroke, facciamo principalmente tre cose: diamo supporto alle famiglie, facciamo innovazione attraverso la tecnologia (piattaforma mirrorable che vi dicevo prima), e stringiamo alleanze terapeutiche, come l’apertura di un centro al Gaslini di Genova specializzato in paralisi cerebrale infantile, dando prova concreta di innovazione sia di processo che tecnologica. E adesso vorremmo realizzare un bot per l’assistenza sanitaria assieme a Mondora, e dall’altra un’applicazione che raccolga i dati per il monitoraggio delle crisi epilettiche.

Se è vero che le parole non sono neutre, che cosa è per te la disabilità?

Il tema dell’accessibilità mi interessa moltissimo. Io ci sono arrivato per necessità però con gli anni ho imparato a non vederla più come una sfiga ma come un’opportunità. Devo dire che in Microsoft questo percorso mi è riuscito abbastanza facile soprattutto con l’arrivo di Satya Nadella. Come CEO e da sempre sponsor dell’accessibilità, stiamo vivendo il momento in assoluto più bello per Microsoft. L’accessibilità è diventata una dei pilastri che ti permette di sviluppare i prodotti.

La definizione di disabilità è data dal WHO e indica il mismatch tra una persona e l’ambiente che la circonda, nella sua capacità di interagirvi. La disabilità non è quindi un problema della singola persona, non è una sfiga, bensì è il gap tra ciascuno/a e l’ambiente. In questa prospettiva, la disabilità non è solo un’opportunità per creare prodotti migliori, ma una sfida di design nella quale la tecnologia diventa fondamentale per ridurre tale gap.

Quello che facciamo è, come no profit FightTheStroke, aiutare la persona a sviluppare al massimo il suo potenziale e, come Microsoft, a ridurre il gap con l’ambiente in cui vivono. Per noi questo è stato davvero rivoluzionario: tutto diventa una sfida per disegnare prodotti adattando la tecnologia a tali usi. È quello che accade con l’intelligenza artificiale: pensate alle applicazioni per le persone con disabilità visiva, come ad esempio SeeingAI. Il cellulare è diventato la naturale estensione dei nostri sensi, complementa le nostre capacità con qualcosa di virtuale ma che, ai fini pratici, diventa anch’esso reale.

Microsoft è un laboratorio infinito di innovazione. Ovviamente è stato un percorso che ha richiesto tempo, dove alcuni processi hanno agevolato l’accessibilità come elemento centrale. Ma questo tema era presente fin dall’inizio, oltre 40 anni fa. Un esempio è la OneWeek, l’hackathon al quale partecipano ingegneri da tutto il mondo. Tante idee innovative sono nate da questa iniziativa. Tu proponi l’idea, ti recluti il team per realizzarla e vieni giudicato. Se il progetto è bello raggiunge visibilità e magari diventa un prodotto. E’ in uno di questi eventi che una persona sorda, trovandosi in difficoltà in un’azienda fatta di conference call, ha proposto Skype translator.

Altro esempio è l’Adaptive Controller dell’XBox, nato anch’esso da un hackathon. Negli hackathon siamo tutti diversamente uguali, quello che conta è la tua idea. Microsoft è cultura: al pari di valori, etica e principi, la cosiddetta Diversity&Inclusion è uno dei valori fondanti. L’idea è che ognuno/a deve partecipare alla creazione di una cultura inclusiva. Così si lavora meglio, si fanno prodotti migliori, e si impattano oltre un miliardo di disabili che non possono essere esclusi.

Dopotutto la missione di Microsoft è “empower every person to achieve more”: per definizione non possiamo escludere nessuno. Più in piccolo, quella di FightTheStroke è “the best way to help our son is to help every kid like him”.

Abbiamo inoltre allargato lo spettro delle disabilità arrivando alla consapevolezza che ciascuno/a di noi è disabile. Da qui abbiamo innescato un circolo virtuoso che include anche i processi di assunzione. La disabilità, potrei dire, è la nuova normalità. Io non posso servire una parte del mondo se non capisco questi aspetti, e la cosa migliore per capirli è di mettermeli in casa, “in the fabric” come dicono gli americani.

Assumere cioè persone disabili attraverso processi di hiring flessibili, abbattendo i pregiudizi di assunzione. Detto in altre parole, è l’ambiente che deve adattarsi alla persona e non il contrario. In Microsoft crediamo profondamente nella massima If you change the way you see the world, you change the world you see. E’ verissimo, provaci!

Alessia Belli

Cosa ne pensi del tema trattato? Quali tecnologie potrebbero aiutare l’accessibilità secondo te? Come possono le aziende diventare più inclusive?Lasciaci un commento con le tue impressioni e discutiamone insieme!

A presto con la seconda parte dell’intervista

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