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La Bellezza della Crisi

Scritto da Alison Ruffoni & Irene Brambilla

La Crisi

Che cosa intendiamo per “crisi”? Una crisi è essenzialmente ciò che succede quando una persona raggiunge un “punto di rottura”. Questo può emergere nell’ambito lavorativo, nella sfera personale o in altri ambiti della vita. Vediamo questo per esempio nei casi in cui una persona soffre di “burn-out” o anche nell’alcolismo.

Non sono solo le persone a raggiungere un punto di rottura, possono essere i team di lavoro, le aziende, le società in generale.

La visione che abbiamo della crisi è generalmente negativa e chi sta passando un momento di crisi viene solitamente etichettato come “inadeguato”. La crisi stessa viene vista come qualcosa di spiacevole, sperando che passi in fretta e non di rado diventa un argomento tabù, di cui non si parla.

Pensiamo però che ci sia un modo totalmente diverso di vedere il fenomeno, un diverso approccio alla crisi. Vorremmo affrontare questo discorso iniziando a parlarvi di un particolare libro.

Un approccio sistemico alla crisi

Ci sono dei momenti che sono dei veri e propri “clic” nella vita di una persona, scoperte che cambiano radicalmente le nostre prospettive sul mondo in cui viviamo. Nel caso di Irene questo è scattato quando si è imbattuta nella teoria di Gregory Bateson sulla cibernetica dell’Io, applicata al problema dell’alcolismo.

Secondo questa teoria, le relazioni umane si suddividono in simmetrica (io uguale a te, e in competizione con te) e complementare (io diverso da te e in relazione con te).

In Occidente, la società spinge fortemente alla simmetria, cioè alla rivalità, con gli altri.

La vita è costellata di tappe che sembrano essere irrinunciabili (il diploma, la laurea, la ricerca del lavoro, avere delle relazioni sentimentali ed esperienze sessuali, il matrimonio, i figli, l’acquisto di una casa…) e chi resta indietro si ritrova “perdente”, escluso, inadeguato.

Le interazioni con gli altri sono anch’esse segnate da questa forte rivalità e spesso basate sullo “specchiarsi” e verificare chi dei due sia il vincente, sia che si parli di campo lavorativo, sentimentale, familiare etc.

Nel momento in cui ci si ubriaca, spesso si ristabilisce la modalità relazionale complementare, basata sul senso di fratellanza e condivisione.

Per questa teoria, che è alla base del metodo degli Alcolisti Anonimi, le cause dell’alcolismo vanno ricercate nella vita dell’alcolizzato quando è sobrio.

Non è l’alcolismo in sé il problema, ma le modalità relazionali simmetriche, nocive, che caratterizzano la sua vita e alle quali lui cerca di porre rimedio tramite l’alcol.

It is rather generally believed that “causes” or “reasons” for alcoholism are to be looked for in the sober life of the alcoholic — Gregory Bateson

I familiari e gli amici dell’alcolizzato, per spingerlo a guarire, gli dicono che deve “essere forte”, deve “resistere” all’impulso di bere, ma questo non fa altro che aumentare quel tipo di interazione simmetrica che lo ha portato al bere.

Fondamentale per questo metodo, per guarire dalla condizione di alcolismo, è capire che il bere è la risposta non sana ad una sana necessità, quella di connettersi in modo complementare con gli altri. E’ ammettere di essere “alcolizzati per sempre” e accettare la propria condizione, invece che combatterla. Insomma non è l’alcolizzato che deve cambiare, ma la sua relazione con sé stesso e gli altri.

L’ossessione della felicità

Secondo la teoria di Bateson insomma, più cerchiamo di negare la nostra fragilità, più andiamo ad alimentare il problema.

Questa porta a chiedersi se le risposte sbagliate e controproducenti che diamo nel caso di alcolismo (resistere, essere forte etc) non siano quelle che utilizziamo anche in altri casi di crisi.

If only these treasures were not so fragile as they are precious and beautiful.

Johann Wolfgang von Goethe, The Sorrows of Young Werther

Viviamo in una società che ci propone dei modelli irraggiungibili. Le dimensioni di fragilità e sofferenza non vengono accettate dal modello contemporaneo di uomo e donna, altamente vitali, pieni di energie e performanti, con obiettivi a medio e lungo termine chiari e relazioni con gli altri serene ed appaganti.

Ogni giorno, senza nemmeno che ce ne rendiamo conto, la società ci dice come dovremmo essere. Anche solo navigando su internet, social media o riviste siamo costantemente soggetti all’idea irrealistica di uomo e donna contemporanei.

Spesso camuffate da “inspirational” vediamo citazioni, slogan o immagini di persone felici e di successo che hanno superato grosse difficoltà e raggiunto una specie di “perfezione”. Il messaggio che questi ci mandano spesso sembra ottimista, ma se lo analizziamo ad un livello più profondo possiamo osservare come questa “positività a tutti i costi” possa diventare problematica.

Immagini di madri super indaffarate con un corpo giovane e perfetto, uomini che dichiarano di aver raggiunto il successo partendo dal basso e lavorando senza sosta. Questi ritratti mostrano solo un lato della realtà.

Dove sono le foto di persone che soffrono? Perchè non viene quasi mai mostrato il passaggio tra il punto di partenza e il successo finale? Ma sopratutto perchè le persone sentono di doversi mostrare continuamente felici, positive e di successo?

L’idea che una persona possa avere una giornata improduttiva, non essere sempre allegra, avere momenti di sconforto e comunque condurre una vita piena facendo piccoli ma importanti passi quotidiani sembra non essere “abbastanza”.

Dobbiamo davvero essere così duri con noi stessi o questo porterà solo a frustrazione e alla voglia di arrendersi? Notiamo una grande mancanza di rappresentazione di questi aspetti nei media e nella società in generale.

Ad esempio, chi soffre di disturbo mentale, come la depressione è portato a nascondere il suo dolore, nel nome di un antico senso di vergogna e dell’obbligo alla felicità.

Il conflitto spesso non viene accettato, considerato un segno di “scarsa capacità di star con gli altri” piuttosto che come occasione di crescita e confronto nella relazione.

I fallimenti, gli errori commessi sul lavoro, vengono nascosti, considerati fonte di vergogna e di scarsa capacità.

Ed infine la morte, che prima o poi aspetta tutti, non viene spesso nemmeno nominata, così come il nostro credo spirituale, considerato faccenda intima e privata.

Questo argomento è abbastanza serio e non è sempre facile parlare di questi temi. Se però volete vederlo da una prospettiva umoristica vi consigliamo questo video.

Non lasciare il dolore fuori dalla porta

Un ambiente sociale che non ammette la fragilità è destinato a sviluppare problemi. Come esseri umani, andiamo incontro a momenti dolorosi nell’arco della vita, affrontiamo conflitti, ci portiamo dietro delle insicurezze, facciamo degli errori. Nascondere questi elementi come polvere sotto il tappeto, non può che portare, prima o poi, ad un tracollo.

Mi sembra di sentire mio fratello che aveva un grattacielo nel Peru’, voleva arrivare fino in cielo e il grattacielo adesso non l’ha piu’. — Orietta Berti

Cosa possiamo fare per rispondere a questo problema?

Una delle prime contromisure è combattere l’idea che esprimere la propria fragilità sia un segno di debolezza.

Al contrario, accogliere le crisi della quotidianità come naturali favorisce l’elaborazione di questo tipo di situazioni ed il loro superamento. Rafforza nella persona il sentimento di appartenenza al gruppo, la stima di sé, la resilienza e la flessibilità.

Celebrare la crisi per trovare senso

Spesso si dice che la sofferenza aiuta a crescere, e in un certo senso pensiamo sia vero. Una società che accoglie la fragilità è anche un luogo che valorizza la crisi come passaggio e trasformazione verso un livello più alto, sia che si tratti di crisi individuale o sociale.

La malattia, fisica o mentale, spesso ci porta a scoprire risorse che non sapevamo di avere, a scoprirci resilienti.

If your heart is broken, make art with the pieces.

Shane Koyczan

Il conflitto tra due persone può essere la spinta per un avanzamento ed un rafforzamento della loro relazione.

Il fallimento porta i gruppi ad apprendere e riorganizzarsi.

Anche la morte, come estremo momento di passaggio, può essere celebrata nella sua bellezza e divenire spunto di riflessione per dotare di senso la nostra vita, anche attraverso l’avvicinamento alla spiritualità.

Accogliere e celebrare la fragilità non ci rende più deboli degli altri, se mai più capaci di reagire ed adattarci.

Infine, vorremmo rifarci all’antico mito della fenice che, si dice, risorgesse dalle proprie ceneri. La crisi ha rappresentato in diverse occasioni un momento di svolta, la spinta a creare quel cambiamento di cui da tempo si sentiva il bisogno. E’ il più potente mezzo di trasformazione e rigenerazione degli ambienti sociali e delle relazioni interpersonali.

Non pensiamo che dobbiamo fuggire la crisi. Crediamo invece che vada accolta nella nostra società come un segnale che dobbiamo effettuare un cambiamento.

Gli ambienti che accettano la crisi diventano capaci di evolvere, rinascendo di volta in volta dalle proprie macerie.

Pensi anche tu che possiamo usare la crisi per migliorci o hai una visione diversa? Lasciaci un commento

Fonti:

Bateson G., “Verso un’ecologia della mente”, Adelphi

https://www.internazionale.it/notizie/mark-rice-oxley/2019/06/19/malattie-mentali

https://www.scuoledipsicoterapia.it/news-ed-informazioni/che-cos-e-la-malattia-mentale.html

American Psychiatric Association,(2013), Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Raffaello Cortina, Milano

https://www.msdmanuals.com/it/casa/disturbi-di-salute-mentale/panoramica-sulla-salute-mentale/trattamento-della-malattia-mentale

https://www.passaggilenti.com/manicomi-italiani-nascita-e-chiusura/

https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=71189

Cozza M “Disuguaglianze e salute mentale”, NÓOς — Aggiornamenti in psichiatria, Vol 24 N 2, 2018, pag. 79–96, Il Pensiero Scientifico Editore.

Elbogen EB, Johnson SC “The intricate link between violence and mental disorder: results from the national epidemiologic survey on alcohol and related conditions”, Arch Gene Psychiatry 2009, 66, pag. 152–161.

Crump C, Sundquist K, Winkleby MA, Sundquist J “Mental disorders and vulnerability to homicidal death: swedish nationwide cohort study”, BMJ 2013, 346: f557.

https://progettoitaca.org/curare-la-malattia-mentale-si-puo/

https://www.forbes.com/sites/carleysime/2019/04/17/the-cost-of-ignoring-mental-health-in-the-workplace/#4e7fbb333726

https://www.mentalhealth.org.uk/a-to-z/s/stigma-and-discrimination

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