B Calm and B Corp
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La finanza che rigenera

Quale è il ruolo della finanza nei modelli di sviluppo sostenibili? La sostenibilità può essere parte intrinseca del business? E ancora: un ambito volatile e per antonomasia immateriale come la finanza può dirsi “generativo”, cioè contribuire a creare impatto positivo?

Abbiamo cercato di rispondere a questa e altre domande nel nostro settimo Food4Thought on line — i pranzi tecnologici di mondora nati per favorire lo scambio di buone prassi tra imprese — , intitolato, appunto, La finanza che rigenera.

Per alcuni si tratta di una moda, tutt’al più di un’operazione di impact washing che fa gioco alle aziende; per altri è l’unica strada possibile per ridurre l’impatto negativo in campo sociale, ambientale ed economico e per far fronte all’alto livello di tensione che sta montando un po’ ovunque con il rischio di rendere instabile il nostro avvenire. Ma la sostenibilità — questo concetto di cui molti si riempiono la bocca rigirandoselo sulla lingua come una caramella — può realmente innescare una rivoluzione? E’ in grado di cambiare il corso di un’attività speculativa come la finanza? E quello che sino a pochi anni fa poteva apparire un ossimoro — finanza sostenibile -, può davvero tramutarsi in azioni concrete e misurabili a favore non solo dei profitti, ma soprattutto delle persone?

Laura Pennino, Business Consulting Director di Orefici Finance, è convinta di sì. “La sostenibilità non può più limitarsi a operazioni di facciata o di marketing: deve divenire sinonimo di consapevolezza”, sostiene. “Va applicata all’interno delle aziende e declinata secondo quattro concetti chiave: legalità, centralità della persona, ambiente e catena del valore, che significa chiedersi, al momento di comprare, se vogliamo privilegiare realtà sostenibili o meno”.

Negli ultimi anni, assicura Eric Ezechieli di Nativa, il fatturato di molte imprese è cresciuto in maniera direttamente proporzionale alle azioni virtuose che quelle imprese sono state in grado di promuovere, assieme a una visione di business improntata all’etica e alla responsabilità. Significa che il costo sostenuto da tali imprese per invertire la rotta è stato ripagato dai consumatori, bilanciando e anzi rendendo vantaggiosi gli investimenti iniziali. “Le statistiche dimostrano che le società che investono in sostenibilità hanno margini di guadagno più alto”, dice Ezechieli, co-fondatore di una delle BCorp e Società Benefit più in vista nel panorama italiano. “L’assioma Sustainable=Profitable è avvalorato da decine di studi empirici”. “L’attuale paradigma economico non ha futuro”, insiste Ezechieli. “Siamo arrivati a un tipping point, un punto di non ritorno, che prelude necessariamente a nuove regole del gioco dettate da dinamiche sociali, ambientali, economiche e persino tecnologiche”.

Quella delle BCorp è una visione utopica, provoca Paolo Alberoni, laurea alla Bocconi e co-fondatore della Merchant Banking Boutique OutsideView. Secondo l’economista milanese la sostenibilità rimane un concetto elitario, privilegio di un ristretto gruppo di happy few. Per avvalorare il suo scetticismo (forse un po’ di maniera), Alberoni si chiede — a fronte dei protocolli siglati dagli Stati sovrani per preservare il pianeta e le sue risorse — , quanti consumatori siano disposti a spendere somme cospicue per favorire prodotti low impact e quanto, invece, i pour parler ai piani alti stentino a trovare corrispondenza nel reale. “Essere sostenibili ha un costo che possono permettersi solo i grandi gruppi”, commenta. “Le piccole e medie imprese restano tagliate fuori. Se il movimento non diventa globale possiamo limitarci a parlare di mode”.

Fatemi buona politica e io vi farò buona finanza (Marcel Proust)

Ma quelli che Alberoni sarebbe tentato di etichettare come modelli naïfs, le BCorp per esempio, sono in realtà “un’onda che monta” suscitando l’interesse dei grandi, che al momento di fare acquisizioni attingono sempre più spesso da tale bacino. “E’ con questo spirito che un gruppo come TeamSystem ci ha acquisiti qualche anno fa”, sostiene Francesco Mondora, CEO di mondora, BCorp e Società Benefit con sede in Valtellina. “Ovvero per amplificare un modello innovativo di business che va diffondendosi a macchia d’olio: sostenibile, generativo e improntato alla centralità della persona”.

Una tendenza irreversibile secondo Enea Roveda, CEO di Lifegate ed erede di una famiglia di pionieri nel settore del biologico in Italia, quei Roveda che si aggiudicarono una fetta di consumatori sensibili con uno dei più fortunati esempi di prodotti bio, le Fattorie Scaldasole. “I consumatori erano pronti: mancava l’offerta”, ricorda Roveda. “Oggi questa trasformazione coinvolge un numero di persone sempre più elevato. La quarta rivoluzione industriale sarà contrassegnata dalla sostenibilità, e quest’ultima verrà integrata nei modelli di business. In questo senso, la finanza ha un ruolo centrale perché sposta gli investimenti in direzione delle situazioni virtuose”.

Tant’è che persino banche e assicurazioni stanno cercando di cavalcare l’onda e intercettare nuove fette di mercato in nome della sostenibilità. Due esempi su tutti? Assicurazioni Generali, che ha investito tempo ed energie per promuovere un fondo che “genera sviluppo sostenibile”, e Banca Mediolanum, che con il conto on line Flowe premia i risparmiatori che contribuiscono a prendersi cura del pianeta.

I tempi sembrerebbero maturi, conclude Filippo La Scala di Garnell, società di consulenti in finanza non convenzionale ed energie rinnovabili. “Si tratta di continuare a piantare semi sul suolo italiano”.

Grazie a: Laura Pennino e Roberto Gatti di Orefici Finance, Paolo Alberoni di OutsideView, Eric Ezechieli di Nativa, Enea Roveda di Lifegate, Luca Bauckneth e Andrea Moschetti di FAAC, Paule Ansoleaga Abascal di BCCI Inclusive Finance, Filippo La Scala di Garnell, Keon van Leijen di Toniic, Maria Stefanescu di Credito Emiliano.

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Anna Vullo

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