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scritto da Anna Vullo con la collaborazione di Irene Brambilla

In un articolo di qualche tempo fa sul New York Times, Paul Krugman, docente all’Università di Princeton e premio Nobel per l’Economia, rifletteva sul fatto che al giorno d’oggi siamo tutti affetti dalla sindrome dell’infallibilità. Stentiamo ad ammettere i nostri errori e a considerare il fallimento un fattore inevitabile della nostra esistenza. L’errore si accompagna quasi sempre a una sensazione di vergogna. E ammetterlo equivale ad aprire una piccola crepa nella nostra autostima.

Eppure sociologi, psicanalisti e persino economisti sono ormai concordi nel ritenere gli errori una straordinaria opportunità. Per gli studiosi lo sbaglio è ciò che ci consente di sperimentare e di esplorare possibilità diverse finché non abbiamo individuato la decisione migliore. E' proprio l’errore a indicarci la direzione e a fornirci le informazioni utili per ridefinire le nostre azioni: è esso stesso l’informazione che permette di migliorare progressivamente la nostra conoscenza della realtà, assicura lo psichiatra Vittorino Andreoli nel suo saggio Elogio dell’errore scritto con il sociologo Giancarlo Provasi.

Chi evita l’errore elude la vita

(Carl Jung)

Per superare l’ansia che ci impedisce di agire nel timore di inciampare in un fallimento, Olivia Remes, una giovane ricercatrice dell’Università di Cambridge, suggerisce di "fare le cose male" (do it badly), ovvero di accettare il fatto che quando si affronta un compito nuovo gli errori sono inevitabili e anzi aiutano a imparare più in fretta.

A proposito di commettere errori deliberatamente, gli esperti in strategia aziendale Paul Schoemaker e Robert Gunther sostengono che introdurre in un sistema complesso errori controllati - cioè a basso rischio - permette di esplorare nuove opportunità. La multinazionale Procter & Gamble ha coniato lo slogan "fail often, fast and cheap", "sbaglia spesso, rapidamente e con pochi costi", che invita a contemplare l’errore come un salutare compagno di viaggio.

L’uomo erra finché aspira

(J. W. Goethe)

Senza arrivare al paradosso degli errori controllati, in mondora abbiamo imparato a considerare gli errori un’adrenalinica e benefica scossa (anche se a volte bruciante) per fare autocritica e individuare nuove strade da percorrere. I fallimenti vengono accolti, condivisi e celebrati, con tanto di brindisi, in quelli che chiamiamo failure party. Commettere errori è considerato parte del processo creativo, rappresenta un’occasione di crescita e può persino generare innovazione. "Il rito collettivo del failure party crea coesione e favorisce il senso di appartenenza all’azienda", commenta Anna Paternuosto, psicologa dello Studio Associato ARP, Associazione per la Ricerca in Psicologia Clinica di Milano. "Il messaggio ai dipendenti è: siate dinamici, assumetevi le vostre responsabilità ma al tempo stesso sentititevi liberi di sbagliare. L’errore è visto in chiave evolutiva, può essere utile per ridefinire il modo di agire e il contesto in cui si agisce. Tollerando il fatto che si può fallire, si dà valore alla creatività e al senso di imprenditorialità individuale. Potremmo dire che apprezzare l’errore conferisce più anima all’azienda".

Da uno studio condotto dall’ateneo britannico di Brunel che analizzava diverse personalità e il modo in cui ciascuna interagiva con la propria rete sociale emergeva, al contrario, che le persone restie ad ammettere gli errori erano le stesse con gravi carenze sociali, coloro che avevano difficoltà di relazioni con gli altri e faticavano a creare legami importanti, a fare gioco di squadra o a pianificare il futuro.

Mondora non è l’unica impresa a celebrare gli errori. Altre compagnie digitali, come l’americana Intuit, che sviluppa e vende software finanziari, hanno addirittura istituito premi per il Best Failure, il miglior errore, "perché ogni fallimento insegna qualcosa di importante e può essere il seme per una futura idea geniale".

Karl Popper, uno dei maggiori filosofi della Scienza del Novecento, sosteneva che "evitare gli errori è un ideale meschino" e in un decalogo stilato per i medici ammoniva: "La nostra conoscenza si accresce nella misura in cui impariamo sistematicamente dai nostri errori, in primo luogo osando commetterli e in secondo luogo andando sistematicamente alla ricerca degli errori che abbiamo commesso". L’errore non solo è inevitabile, ma in alcuni casi addirittura salvifico. E' ciò che ci rende umani.

(Bibliografia: Marta Erba, Il lato buono degli errori; Vittorino Andreoli, Giancarlo Provasi, Elogio dell’errore; Karl Popper, La teoria del pensiero oggettivo; Problemi, scopi e responsabilità della scienza)

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Anna Vullo

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