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L’irresistibile “normalità” dell’inclusione. Pensieri e pratiche quotidiane

di Alessia Belli

Un ringraziamento speciale ad Andrea Giunta per le belle illustrazioni, ad Anna Forlati per le conversazioni ricche di senso, e a entrambi per la condivisione e collaborazione che hanno reso possibile questo post

“Ogni giorno, quello che scegli, quello che pensi e quello che fai è ciò che diventi.” (Eraclito)

Uno degli aspetti più sfidanti del fare filosofia in un’organizzazione è la costante cura nel tenere insieme pensiero e azione. Parlare ad esempio di luoghi di lavoro come di spazi che vorremmo inclusivi, significa prima di tutto porsi la domanda su come realizzare questo proposito con gli strumenti attraverso i quali, come lavoratori e lavoratrici, ci esprimiamo.

Ed è così che da una serie di laboratori e iniziative su pari opportunità e uguaglianza di genere, è emersa l’idea di una collega, semplice e dirompente al tempo stesso. Parlare di genere in un settore, quello dell’informatica, ancora a prevalenza maschile ha permesso di dar voce ad un sentire ancora poco manifesto, di creare spazi di condivisione “sicuri” in cui poter far emergere e maturare importanti consapevolezze.

In questo senso la filosofia, come una levatrice, ha offerto degli spunti e delle suggestioni perché un progetto acquisisse la fiducia necessaria per venire alla luce. Non dimenticherò il giorno in cui Anna Forlati, UX designer, mi ha contattata, condividendo la sua bellissima idea. Bellissima perché rompe una prassi escludente.

Bellissima perché mette in luce il potere trasformativo che ciascuna persona ha, verso se stessa e gli ambienti che abita. Bellissima perché ci spinge, come organizzazione, a guardarci dentro e intorno, facendo attenzione alle caratteristiche, bisogni e aspirazioni delle quali ciascuno/a è portatrice e che è necessario riconoscere, ascoltare e accogliere. E allora penso che le sue parole, più che le mie, servano a chiarire cosa sia accaduto ad Anna, portandola a mettere a punto il prezioso regalo che ci ha fatto.

Qual è l’origine della tua idea? Raggiunta una certa seniority nello svolgere il proprio lavoro, solitamente si tende ad applicare gli stessi metodi e pratiche assodate negli anni. Questo non soltanto sul lavoro ma anche nella vita di tutti i giorni. Il nostro cervello infatti ci suggerisce delle scorciatoie per portare a termine i nostri task. Sul lavoro questo atteggiamento ci porta spesso ad eseguire alcune attività in modo meccanico, allontanandoci dal pensiero critico.

Cosa ti andava stretto quindi? Essendo una designer che progetta prodotti digitali, sono solita seguire alcune metodologie di progettazione adattandole alle varie casistiche. Ponendo l’utente al centro della progettazione, mi sono sempre chiesta come fosse necessario progettare un prodotto per garantire un’esperienza d’uso positiva e ingaggiante. Credo però che tutto ciò non sia sufficiente e credo che sia necessario abbandonare la pigrizia e porsi alcune domande che vadano oltre la mera esecuzione dei propri compiti.

Come vogliamo che sia davvero il prodotto digitale che stiamo progettando? Da sempre ho sentito una forte responsabilità per ogni prodotto a cui lavoro perché molte persone lo utilizzeranno, perché peggiorerà o (si spera) semplificherà alcune azioni della loro vita, perché spesso sarà un prodotto che farà parte della loro vita di tutti i giorni.

E allora hai deciso di agire? Mi sono chiesta se sia davvero sufficiente progettare un’esperienza d’uso senza frizioni e gradevole. E la risposta che mi sono data è che no, i prodotti digitali su cui lavoriamo devono spingersi oltre. Credo che ogni cosa che facciamo, anche in ambito lavorativo, rispecchi noi stessi. Il prodotto finale rispecchia il team che ci ha lavorato e rispecchia l’azienda che lo ha prodotto. Come vogliamo che siano i nostri prodotti? Per rispondere a questa domanda credo sia prima necessario porsene un’altra, ovvero: come vogliamo essere noi, il nostro team e la nostra azienda? Io vorrei che i prodotti su cui lavoro possano comunicare alle persone che li utilizzano i valori e il modo di essere dell’azienda e quindi delle persone che lo hanno costruito. Come designer abbiamo una grande responsabilità e anche una grande opportunità per veicolare nei prodotti che progettiamo messaggi importanti come ad esempio creare consapevolezza su tematiche come l’inclusività o l’impatto ambientale. In questi mesi in azienda stiamo lavorando molto su diverse tematiche racchiuse all’interno del termine inclusività. Progettando software in cui gli utenti target sono i commercialisti e i loro collaboratori, mi sono chiesta come vorrei che la figura del commercialista venga rappresentata in futuro. Attualmente nell’immaginario comune il commercialista è un uomo in giacca e cravatta dentro ad uno studio, probabilmente davanti al pc.

E immagino che questo non ti vada. Direi proprio di no. Ho iniziato quindi a chiedermi come poter rompere questo stereotipo. Come vogliamo che sia rappresentata la figura del commercialista in futuro? Da sempre ho molto a cuore il tema della gender equality e dell’inclusione delle minoranze in generale. In futuro quindi, il commercialista potrà essere donna senza sembrare un’eccezione? Il commercialista potrà addirittura essere una donna in dolce attesa senza sembrare meno professionale? Il commercialista potrà appartenere a culture differenti rispetto a quella in cui viviamo? Io spero proprio di sì e nel mio piccolo, in ciò che faccio ogni giorno, vorrei aiutare ad essere liberi da questi pregiudizi. Ho quindi preso coraggio e ho deciso di rischiare, perché senza rischio non c’è creatività (come sostiene Maura Gancitano in un podcast molto interessante che collega design e filosofia). Ho quindi inserito all’interno del software che stavo progettando una serie di illustrazioni che l’utente non si aspetterebbe di trovare in quella tipologia di prodotti. Alcune illustrazioni rappresentano le persone che ritengo siano attualmente escluse quando si pensa allo studio di un commercialista, altre rappresentano il team che ha lavorato nella progettazione e sviluppo del prodotto.

Come è stata accolta la tua idea? Devo ammettere che ho ricevuto principalmente due reazioni opposte ma ugualmente interessanti. La prima di confusione, incomprensione e anche un pizzico di ilarità. La seconda di interesse, desiderio di approfondire il tema e ammirazione. Entrambe le due modalità mi hanno però permesso di confrontarmi con le persone e condividere con loro i miei pensieri e l’idea che c’era dietro questa scelta.

Qual è il valore del tuo progetto, quali sono i benefici? Io vedo questa mia decisione come un pretesto per far parlare del tema inclusività sia tra i colleghi che tra gli utilizzatori del software. Credo che il cambiamento sia un processo lento che ha bisogno di tante piccole azioni di rottura per riuscire ad essere efficace. Penso che questa mia piccola azione possa far parte di tante altre azioni che possiamo fare per arrivare al vero cambiamento.

Immagino che tu non voglia fermarti: qual è il tuo prossimo obiettivo?Credo che tutti noi possiamo fare dei passi verso questa direzione anche sfruttando il nostro lavoro. Tutti noi possiamo utilizzare il nostro lavoro come strumento per trasmettere i nostri valori, essere noi stessi e creare qualcosa di autentico. Mi piacerebbe chiaramente continuare a lavorare sulle tematiche legate all’inclusività ma mi piacerebbe anche aiutare le persone con cui mi relaziono a porsi più spesso delle domande. Mi piacerebbe che in futuro sia più automatico riflettere su che cosa si sta portando grazie al proprio lavoro sia a livello di impatto tra le persone più vicine sia, ad un livello più ampio, sul mondo.

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