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Riflessioni sulla Giornata della Terra

di Anna Vullo

C’è qualcosa di commovente e di canzonatorio nello spettacolo dell’anatra che attraversa compunta una strada di paese con la sua nidiata di anatroccoli al passo, dei caprioli che si specchiano nelle vetrine del barbiere di una città di provincia, del lupo che storce il naso di fronte a un cassonetto, delle evoluzioni dei delfini nello specchio d’acqua di un porto o del tarassaco che si fa strada tra i sampietrini per sbocciare nella solitudine di una piazza.

E’ la natura che si riappropria dei suoi spazi, è stato scritto. Verrebbe piuttosto da dire che è la natura che si intrufola negli spazi dell’uomo, che viene a curiosare nel nostro habitat per vedere com’è fatto, complice la momentanea assenza di umani e l’inusuale silenzio imposti dall’emergenza sanitaria globale. La natura senza di noi, per citare il titolo di un profetico saggio di Alan Weisman del 2003.

Nella giornata mondiale della terra, dopo decine di forum internazionali, migliaia di manifestazioni, di gridi d’allarme e di proclami, per la prima volta dopo molti anni il pianeta respira. Fiumi e mari sono tornati puliti, l’inquinamento si è drasticamente ridotto (in Europa quello del biossido di azoto ha toccato punte del meno 30–40 per cento), il cielo
sopra di noi appare limpido come in certe giornate spazzate dal vento.
E non è merito della politica, né dei governi, né degli ecologisti. L’umanità è stata costretta da un virus a spegnere i suoi lampioni, e per assistere dalla finestra a questo straordinario spettacolo stiamo pagando un prezzo altissimo, in termini di vite umane, economici e personali.

Il pericolo del Covid-19 ci costringe a guardare là fuori in silenzio, disorientati, impauriti, a muoverci con circospezione quando ci avventuriamo nel ristretto perimetro del nostro quartiere, ad ammirare da lontano la primavera che ci è negata e che sboccia rigogliosa senza di noi.
Abbiamo dovuto fare un passo indietro. Perché è ormai chiaro a livello globale che il Covid-19 è anche il risultato dell’impatto umano sugli ecosistemi, della rottura di un equilibrio, dello stravolgimento e dell’invasione di habitat che ospitano specie animali e vegetali portatrici di virus e che, una volta scomparse, costringono i virus a cercare nuovi ospiti: noi umani.

Dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva — Friedrich Holderlin

Come BCorp e Società Benefit, sin dalla nascita mondora ha incluso tra i suoi principali obiettivi il rispetto per l’ambiente e la sua tutela. Abbiamo cominciato da ciò che ci è più vicino, il nostro territorio, la Valtellina. Non solo ce ne prendiamo cura, ma abbiamo ingaggiato persone e favorito la sopravvivenza di pratiche e saperi che rischiavano di andare perduti. Con il progetto Hire a farmer, ogni 20 dipendenti mondora assume un contadino che si prende cura della terra attraverso il metodo biodinamico e che coltiva prodotti organici da condividere periodicamente con i colleghi che lo desiderano. Perché ci preoccupiamo della nostra terra ma anche della nostra salute. Con HireBitto sosteniamo gli agricoltori che producono il bitto storico, un formaggio delle nostre valli, con metodi tradizionali. Ogni nuovo collega assunto riceve una forma, che personalizza e di cui diventa il “custode". Ogni custode decide anche come reinvestire sul territorio il ricavato della vendita della forma di bitto al termine della stagionatura.

Ai colleghi chiediamo di impegnarsi in prima persona per ridurre i livelli di CO2 nell’aria incoraggiando l’utilizzo delle due ruote per andare al lavoro. Grazie a un’app, Cycle2Work, ciascuno può misurare autonomamente i chilometri percorsi in bicicletta (ma vale anche per chi va a piedi) e la quantità di CO2 risparmiata. Il premio è un incentivo economico: 20 centesimi di euro in più in busta paga per ogni chilometro percorso.

Dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva, scriveva il poeta Friedrich Holderlin in tempi non sospetti. Ai tempi del Covid-19 sembra essere il pianeta terra a venire in soccorso di noi umani. La natura, il mare, il cielo ci stanno indicando la strada di un’alleanza possibile. Sembrano volerci tendere una mano. E’ il momento di afferrarla saldamente, di impegnarci a ristabilire un rapporto con la terra improntato al rispetto. Dovremmo smettere di abusare e di sabotare il pianeta, invece di ristabilire con esso una relazione sana e sostenibile.

La verità è che molti di noi hanno una terribile nostalgia del brusio, non vedono l’ora di tornare a fare rumore. Mentre invece sarebbe necessario restare ancora - e a lungo - in ascolto, se vogliamo davvero preservare le meraviglie che il pianeta ci sta restituendo. Altrimenti il nostro grido di dolore si sarà alzato inutilmente. E al termine del lockdown i nostri buoni propositi finiranno nell’archivio dei soliti proclami.

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Anna Vullo

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