B Calm and B Corp
Published in

B Calm and B Corp

Storie da mondora — Irene

Come ho deciso di uscire di casa e ho trovato il senso della vita

Cosa vuoi fare della tua vita?

Quante volte questa domanda ci viene posta durante il corso della nostra crescita!

Il peso dato alla scuola che sceglieremo, ai primi passi che faremo nel mondo del lavoro sembra essere fondamentale. Il tuo ruolo finirà per definire totalmente chi sarai e che posto occuperai del mondo.

Ancora più importante, definirà se sarai felice o meno della tua vita.

Dopo diversi anni dalla mia entrata nel “mondo del lavoro” e varie esperienze lavorative, avevo ormai smesso di credere a questo mantra.

Delusioni e amarezze avevano segnato il mio percorso, spegnendo pian piano la mia voglia di fare.

Come disse una mia amica che da tatuatrice è passata a fare la commessa “a 20 anni vuoi fare il lavoro dei tuoi sogni, a 30 vuoi solo che nessuno ti rompa troppo le scatole”.

Eppure io non volevo piegarmi ad una vita di compromesso, cedere all’apatia.

Alla ricerca di un’alternativa

Dopo aver fatto un corso di digital marketing mi sono detta basta, d’ora in poi lavorerò da sola, decidendo io come quando e dove.

Eppure, mi mancava la dimensione sociale. Per quanto sia una persona introversa mi sono resa conto che quell’isolamento non faceva per me. Dopo essere arrivata sull’orlo della depressione, ho capito che avevo bisogno di sentirmi parte di un’organizzazione.

“You will never feel truly satisfied by work until you are satisfied by life.”
Heather Schuck, The Working Mom Manifesto

Il primo colloquio di lavoro è stato orribile. Dopo anni di lavoro all’estero in aziende giovani e innovative, ritornare al modello di lavoro italiano in stile feudale era scioccante.

La prima cosa che mi è stata detta era che non avrei potuto illudermi di staccare alle cinque, ovvero alla fine dell’orario di lavoro prevista.

Successivamente mi sono stati elencati una serie di compiti che avrei dovuto svolgere e i motivi per cui presumibilmente non ne sarei stata all’altezza.

Alla fine del colloquio, il direttore mi ha chiesto “Sei terrorizzata? Bene, devi esserlo per lavorare al meglio”.

Con grande sgomento dei miei familiari, ho deciso di non accettare, nonostante le condizioni piuttosto dignitose. La sola idea di lavorare in un ambiente del genere mi dava un senso di soffocamento.

I am open to the guidance of synchronicity, and do not let expectations hinder my path.

Dalai Lama

E’ stato dopo questo periodo che le circostanze del destino mi hanno messo in contatto con mondora.

A dire il vero, il primo impatto con l’azienda è stato alquanto destabilizzante.

“Vedi, si tratta di un’azienda con flat management, in pratica non ci sono gerarchie e le decisioni vengono prese in modo comunitario. Inoltre fanno tanti progetti per l’ambiente, per esempio ci sono contadini assunti dall’azienda che portano le cassette di frutta” mi diceva con gli occhi pieni di luce la recruiter dell’agenzia “E sono in co-working con uno spazio affittato da un negozio di stufe…”.

Nella mia mente ormai cinica, ho pensato solo che fosse una truffa, che si trattasse di un branco di hippie che manco potevano permettersi un vero ufficio e che probabilmente mi avrebbero chiesto dei soldi.

Sono uscita dall’agenzia scoraggiata e perplessa.

Verso il nuovo mondo

E’ stato nei giorni successivi che ho iniziato ad informarmi sull’azienda e ho scoperto il mondo delle B Corporations, capendo che non si trattava affatto di un progetto improvvisato.

Entusiasta, ho cominciato a parlarne in giro a parenti e amici, ma era sempre difficile che mi credessero.
“Sapete, in questa azienda ci sono laboratori di filosofia, meditazione, poi ti danno il rimborso se vai al lavoro in bici, puoi scegliere di fare alcuni giorni a coltivare invece che lavorare in ufficio…”

E la domanda della gente era sempre la stessa “Ma sei sicura questi poi ti pagano?”.

Ma anni nel nord Europa mi avevano permesso di vedere che altri modo di lavorare sono possibili, e ho capito che questa azienda stava facendo le cose seriamente, così mi sono buttata sulla preparazione del colloquio

Software, verdura e filosofia

Ho preparato più volte la mia presentazione, ho scaricato da internet la lista delle domande più frequenti ai colloqui, ho anche trovato i miei tre punti di forza e di debolezza e il modo di descrivere il mio carattere in una sola parola e queste faticose preparazioni mi sono servite… a niente!

Al colloquio mi sono state poste domande come “Pensi che un giorno le macchine svilupperanno uno stato di coscienza?” “Quali sono le tue pratiche spirituali?” “Qual è il segno che vorresti lasciare nel mondo?” “Come ti sembrerebbe avere delle ferie illimitate?” E mi sono ritrovata a parlare seguendo un puro flusso di coscienza, senza alcuna preparazione o strategia.

Più che un colloquio sembrava una chiaccherata post-sbronza sul senso della vita.

Ancora destabilizzata sono tornata a casa e ho passato i giorni successivi un po’ in ansia riguardo all’esito del colloquio.

“Sarò la persona giusta?” Mi chiedevo “la mia esperienza sarà sufficiente? Le mie capacità lavorative saranno all’altezza delle aspettative? Vorranno un profilo più giovane? Più senior?”. Ho iniziato a prepararmi nell’eventualità che mi volessero fare dei test su qualche programma di digital marketing

.

The mystery of human existence lies not in just staying alive, but in finding something to live for.”
Fyodor Dostoyevsky, The Brothers Karamazov

Ma dopo alcuni giorni mi arriva una mail con una sola domanda “Irene, per decidere se averti o meno con noi, abbiamo bisogno di sapere quale impatto positivo vorresti attuare per il bene della comunità e come vorresti farlo”.

Così, dopo il colloquio più strano della mia vita ecco il “test” di assunzione più strano che avessi mai visto.

Inutile dire che il mio progetto è andato a buon fine, altrimenti non sarei qui a scrivere.

Da oggi mi occupo anche della comunicazione su questo blog.

Ho pensato di scrivere un diario perché descrivere cosa vuol dire lavorare in una Bcorp non è facile (e si rischia di non essere creduti) e penso che non ci sia niente di meglio che raccontarlo con una storia.

Cosa ne pensate di questo metodo comunicativo?

Se anche voi avete una storia da raccontare e volete condividerla non esitate a lasciarla in un commento o linkatemi il vostro blog.

A presto con la seconda parte!

Se ti piacciono le storie del nostro team, potresti leggere anche:

--

--

Get the Medium app

A button that says 'Download on the App Store', and if clicked it will lead you to the iOS App store
A button that says 'Get it on, Google Play', and if clicked it will lead you to the Google Play store