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Towards remote

di Anna Vullo

E se in un futuro prossimo lavorassimo tutti da remoto? Se le aziende decidessero di tagliare i costi degli uffici e invitassero i dipendenti a lavorare in modalità smart? Se si potessero evitare spostamenti faticosi, inutili riunioni, riti obsoleti come il cartellino?
I benefici, in questo periodo di distanza obbligata dai luoghi di lavoro canonici, vengono sottolineati quotidianamente da opinionisti ed esperti: zero traffico, città meno inquinate, ritmi a misura d’uomo, più tempo per sè. Una soluzione che stando alle ultime ricerche piace a gran parte degli italiani. Tanto che molti si augurano che il cambiamento innescato dal Covid-19 perduri anche dopo l’emergenza. Per citare un dato tra i tanti usciti sui principali quotidiani: da una ricerca condotta dalla società IZI con Comin&Partners su un campione di 1002 lavoratori tra i 18 e i 65 anni, emerge che l’80 per cento è favorevole al lavoro agile e il 37% non tornerebbe più indietro. Per evitare l’ufficio sarebbe persino disposto a rinunciare a parte dello stipendio.

Con l’emergenza coronavirus è in atto il più grande esperimento di remote working al mondo. Un test che, se darà i suoi frutti, potrebbe cambiare le sorti del nostro modo di lavorare in futuro” (agenzia Bloomberg)

Ma remote workers non ci si improvvisa. Sono necessarie competenze digitali, pianificazione, flessibilità, autonomia. Skills spesso in conflitto con una tendenza tutta italiana a lavorare in base alle urgenze, che ai livelli alti (con una mentalità altrettanto nostrana) privilegia il controllo e guarda con scarsa fiducia alle capacità di auto-organizzazione dei dipendenti.
Tuttavia il remote working, per molte organizzazioni, pare profilarsi come la nuova frontiera del cosidetto lavoro smart, adottato in passato con modalità intermittenti e scelto come second best su base volontaria. Laddove per smart si intendeva — ed è qui l’equivoco — replicare a casa propria, via pc, la stessa routine e gli stessi orari del lavoro in ufficio: in altre parole il vecchio, bistrattato telelavoro.
Il remote working è stato il tema del nostro quinto Food4Thought, i pranzi tecnologici di mondora nati per favorire lo scambio di best practice con clienti e prospect, che per la prima volta, il 15 aprile scorso, si è tenuto completamente on line.

A illustrarci le potenzialità del lavoro da remoto è intervenuta Giuliana Lucchesi, italo-americana di Chicago e People Operation Specialist di GitLab, la più grande organizzazione full remote al mondo. 1200 persone di 67 Paesi diversi che lavorano in modo asincrono, senza vincoli di orari né di luogo, eppure riescono a percepirsi come strettamente interconnesse perché condividono gli stessi valori, coltivano relazioni e annullano le distanze con “caffè” virtuali e social calls quotidiane cui viene attribuito lo stesso peso di una riunione con il boss. Perché se è vero che il lavoratore da remoto deve affinare al massimo la self-motivation ed essere in grado di lavorare per obiettivi, altrettanto decisivo è incoraggiarne la socializzazione e alimentare le “affinità”, cioè modalità di comunicazione e spazi di vicinanza per favorire quell’empatia che altrove si esprime con la presenza.
Sono, queste, best practice condivise anche in mondora, dove il 30 per cento frequenta gli uffici della nostra sede e il resto si collega da remoto. Per stare insieme nelle pause o a fine giornata abbiamo luoghi di affinità come il coffe break, la meditazione e i circletime, momenti di discussione su temi liberi che ci stanno a cuore.
In GitLab considerano il full remote più inclusivo e democratico della modalità ibrida: se ci fosse un ufficio centrale, i fuori sede rischierebbero di sentirsi esclusi o di non riuscire a cogliere opportunità di carriera. Con il remoto invece si eliminano pregiudizi e differenze.

Nel nostro Paese però sarebbe urgente ripensare processi e attività all’interno delle aziende. Secondo Fiorella Crespi, responsabile dell’Osservatorio sullo smartworking del Politecnico di Milano, nonostante i remote workers siano cresciuti del 20 per cento rispetto al 2019 (e l’utilizzo di una una piattaforma come Teams, con l’emergenza Covid, sia aumentato di ben 7 volte) sono ancora molte le resistenze culturali nei confronti del lavoro agile, in special modo da parte delle aziende che hanno base solo in Italia. Da una ricerca dell’istituto Doxa, spiega la vicepresidente di Doxapharma Paola Parenti, emerge che il 60 per cento delle aziende con sedi esclusivamente italiane è restia al lavoro agile, mentre la propensione all’innovazione è molto maggiore all’interno dei gruppi multinazionali. “La trasformazione deve riguardare proprio la cultura manageriale”, insiste Paola Parenti.

“Anche i lavoratori dovrebbero essere accompagnati in questo processo”, ha sottolineato nel suo intervento Carlo Giardinetti, decano di Executive Education all’Università Franklin nel Canton Ticino. “E’ necessario incoraggiarli a cambiare comportamenti e credenze. Serve una cultura a sostegno delle persone finché non diventano confidenti”.
E’ l’umanissimo bisogno di riconoscimento, senza il quale la self-motivation, principale skill richiesta al remote worker, rischia di non essere sufficiente. Per accrescere le affinities e dare o ricevere feedback anche dal vivo, GitLab mette a disposizione dei suoi dipendenti un budget da utilizzare per incontrarsi di persona. “Il remote working ci disallinea dalle comunità di cui facciamo parte”, ha commentato in chiusura del Food4Thought Franco Guidi, Ceo e fondatore di Lombardini22, studio di Architettura e Progettazione con sede a Milano. “Il pericolo è la perdita del capitale sociale”.
Rudolf Steiner sosteneva che ciò che negli esseri umani mette in moto le forze di resilienza è la relazione. “La malattia è sempre la conseguenza di un isolamento”, scriveva il teosofo austriaco. “Essere sani significa essere integri, cioè parte dell’insieme”.
In tempi di coronavirus, per mantenersi integri è più che mai necessario conservare un senso di appartenenza con i colleghi. Restare vicini anche da lontano.

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