Milano non è Berlino… ma potrebbe diventarlo. Riportando a casa un po’ di talenti

“The saddest thing in life is wasted talent”, dice Lorenzo Anello (Robert De Niro) al figlio di nove anni nel film “A Bronx Tale”. Condivido pienamente questa frase. Per questa ragione ritengo che ciascuno di noi abbia il dovere di coltivare al massimo le proprie capacità e doti: deve farlo per se stesso, e per la comunità in cui vive e lavora. Ed ecco perché comprendo, e rispetto, la scelta dei tanti italiani, spesso giovani e istruiti, che ogni anno emigrano all'estero, alla ricerca di un impiego o di una borsa di studio in grado di valorizzare il loro talento.

Secondo un recente rapporto della Fondazione Migrantes, nel 2016 hanno lasciato l’Italia 124mila persone, inclusi 48mila giovani. Rispetto al 2015 c’è stata una crescita del 15,4%, con punte del 23,3% nella fascia 18–34. Si tratta di numeri terrificanti, che in qualsiasi altra nazione del mondo sarebbero al centro di un intenso dibattito collettivo. Mentre paesi come la Germania, la Svizzera, l’Australia attirano giovani capaci da ogni angolo del pianeta, l’Italia si lascia scappare molte delle sue menti più brillanti. Che a Parigi, Zurigo, Sidney, Buenos Aires trovano incarichi, cattedre e opportunità di crescita professionale spesso impensabili da noi.

Qualche settimana fa sono andato a Berlino a una conferenza di user acquisition marketing (ossia tecniche per ottenere download) in ambito mobile. Un evento molto interessante, dove non solo ho fatto il pieno di nuove idee, ma ho conosciuto alcuni straordinari talenti italiani. Che nella capitale tedesca stanno facendo carriere stratosferiche in aziende all'avanguardia, con importanti responsabilità (è la storia, ad esempio, di Gessica).

Nelle conversazioni con questi ragazzi e queste ragazze, emergeva sempre un elemento: tutti loro amavano l’Italia, ma erano emigrati a Berlino perché in gran parte delle aziende italiane dove avevano lavorato si erano sentiti sfruttati, e sottovalutati. Molti di loro se n’erano andati dall'Italia incazzati, con il dente avvelenato; stato d’animo che riesco a comprendere molto bene.

Anch'io ero incazzato e deluso quando, dopo alcuni anni di studio a Copenaghen, scelsi di restare in Danimarca: confrontando le opportunità accademiche e lavorative lì con quelle in Italia capii subito che tra i due paesi non c’era partita (ad esempio un dottorando a Copenaghen portava a casa uno stipendio pari al doppio di quello nel Belpaese, e aveva opportunità di carriera, e budget da investire, molto superiori). E infatti sono voluto tornare in Italia solo quando abbiamo deciso di spostare la sede di Bending Spoons da Copenaghen a Milano. Difficilmente sarei tornato senza un’azienda (anche) mia in cui credere e da far crescere.

Per fortuna l’Italia sta cambiando, e l’ho detto ai bravissimi connazionali di Berlino. A partire da Milano, che in questo periodo sta vivendo un rinascimento senza precedenti, non solo a livello economico e turistico, ma scientifico, tecnologico e culturale. Anche noi di Bending Spoons, nel nostro piccolo, stiamo cercando di dare il nostro contributo. Ci anima la speranza che Milano possa diventare, sempre di più, una metropoli davvero globale, come Parigi o Berlino, in grado di rendere più competitiva e moderna tutta l’Italia.

Nel libro “La nuova geografia del lavoro” Enrico Moretti, docente di economia a Berkeley, lo spiega in maniera egregia: negli Stati Uniti l’innovazione tende a concentrarsi in pochi, grandi centri, come Seattle, San Francisco, Boston, Austin… E in molti hub dell’innovazione la spinta iniziale è scaturita dal successo commerciale di un’azienda ad alta intensità tecnologica, che è riuscita a crescere in modo significativo generando un indotto, e creando un ecosistema dell’innovazione in grado di favorire lo sviluppo di altre realtà.

Il caso di Microsoft è emblematico. Molti forse non sanno che il colosso di Redmond (Seattle), oggi nella Top Ten delle aziende più capitalizzate del mondo, è nato in New Mexico. Nel mondo lo stato è famoso soprattutto per la sua cucina piccante, e per essere lo scenario del magnifico telefilm “Breaking Bad”. Nel 1975 però fu ad Albuquerque, la più grande città del New Mexico, che venne fondata una certa Microsoft. Allora la startup aveva un unico cliente (un’aziendina di computer chiamata MITS), e due giovani fondatori: Bill Gates e Paul Allen.

Sia il primo che il secondo provenivano da una città allora celebre soprattutto per la pioggia: Seattle. Ma Gates e Allen sentivano la nostalgia di casa. E fu proprio a Seattle che nel 1979 si trasferì la giovanissima Microsoft. Cambiando per sempre le sorti della metropoli.

Oggi Seattle è uno dei maggiori poli dell’innovazione globale: ha una scena startup vitale, un bel po’ di VC, e ospita i centri di ricerca di colossi come Facebook, Uber, Apple, Google, Twitter. Ma difficilmente la città sarebbe diventata un Eldorado tecnologico senza il ritorno di due suoi talentuosissimi figli… E del resto, nemmeno Berlino sarebbe diventata la capitale europea delle startup, senza Rocket Internet. E se oggi Helsinki è un hub high-tech di rilievo mondiale, specie nel settore dei videogiochi, lo deve anche all’eredità lasciata da Nokia, che è stata un punto di partenza fondamentale.

Un’azienda di successo a volte riesce veramente a cambiare il volto di una città. Portandovi talenti, competenze, e un nuovo tipo di mentalità. Torino sarebbe diventata Torino senza oltre un secolo di FIAT? Cosa sarebbe stata Ivrea privata della sua Olivetti? E riusciamo a immaginare il modenese senza i grandi brand automobilistici? Oggi a Milano sta crescendo un ecosistema dell’innovazione che fa ben sperare. Noi di Bending Spoons vogliamo dare una mano, facendo crescere un’azienda che possa essere un barlume di speranza per i talenti italiani. Un posto dove la gente sta bene e lavora bene, e non deve per forza scegliere tra la carriera e la felicità.

Questo è il nostro grande sogno. Portare a Milano alcuni di quei talenti bravissimi che oggi vivono a Berlino, Londra, San Francisco, ma che non vedono l’ora di tornare a casa. Purché ci sia un’azienda pronta a credere in loro.

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