Conarium

Dai procreatori dei due Darkness Within, che reputo tra i migliori giochi lovecraftiani di sempre, ecco arrivare un po’ a sorpresa Conarium, che si pone idealmente come seguito spirituale del celebre racconto “At the Mountains of Madness”, ma pesca a piene mani anche da altre opere di HPL, specialmente “From Beyond”.

Protagonista è Frank, un tizio privo di memoria che si ritrova in una base antartica con uno strano congegno al braccio e deve capire cosa sta succedendo e dove sono finiti gli altri ricercatori, inoltrandosi sempre più in profondità nelle ormai note strutture degli Antichi sulle quali la base è stata costruita.

La narrazione è come di consueto affidata più che altro a documenti e libri vari sparsi in giro, nonché da ricordi vari che stravolgeranno la mente del povero Frank. Anche se la trama si sviluppa tutto sommato bene, si salta però un po’ troppo spesso di palo in frasca, con allucinazioni e flashback non sempre chiarissimi (o effettivamente sensati) e che spezzano il ritmo dell’esplorazione.

Dove però Conarium fa un passo indietro rispetto agli eccellenti DW, è proprio nella struttura del gameplay: dopo una prima parte abbastanza interessante, quella centrale ricorda più un walking simulator, con tantissimi corridoi tutti uguali e un’allucinazione dopo l’altra, ancora e ancora. Gli enigmi invece sono e rimangono pochi e un po’ troppo semplici per l’intera avventura, basati più che altro sulla ripetizione dei soliti simboli (accuratamente annotati sul diario). Ce ne sono un paio di più complessi, alcuni dei quali facoltativi, ma in generale non ci si avvicina neanche alla complessità dei DW (specie il 2), con letteralmente pagine di taccuino da riempire con appunti e scarabocchi vari.

Si risolleva un po’ nella parte finale, ma rimane la sensazione di un titolo in cui si sia voluta prediligere la parte narrativa che non quella in cui effettivamente ci si deve spremere le meningi.

La longevità non aiuta in questo senso, con massimo 4–5 ore per completarlo esplorando a fondo ogni ambiente e leggendo tutto, ma volendo lo si può rigiocare per cercare tutti i segreti, i documenti e gli oggetti trofeo, alcuni nascosti parecchio bene. I DW avevano una durata almeno doppia, per dire.

Graficamente invece fa il suo dovere, con buoni effetti visivi anche nelle sequenze più oniriche, e pure il doppiaggio non è male. Ottima anche la traduzione italiana, molto fedele ai racconti come terminologia.

Alla fine è un gioco discreto che chi ha presente i racconti originali apprezzerà molto, e non va scordato che Zoetrope Interactive è formata da tipo 3 persone in croce, per cui il risultato finale è senz’altro notevole. Quello che lascia un po’ l’amaro in bocca è però un’eccessiva semplicità del tutto, specialmente ricordando l’eccellenza raggiunta in questo senso dai loro precedenti lavori.

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