Aspettando Eri

Eri ci mise più di un’ora prima di uscire dalla stanza.

Non potevo vederla, dietro la porta sprangata, ma la sentivo battere furiosamente sui tasti e spostare oggetti sulla scrivania. A volte sbuffava e si alzava di scatto dalla sedia per poi sedersi dopo pochi secondi. A volte imprecava, usando espressioni irripetibili.

Visto che dei coinquilini non c’era ombra, decisi di passare il tempo mettendo ordine tra le mie playlist. Usai come display lo specchio interattivo. Per superficie e grandezza dei caratteri mi permetteva di gestire un paio di liste rimanendo seduto sul divano. Cercai di sedermi evitando le innumerevoli e colorate macchie (di cosa? volevo saperlo?) che costellavano il tessuto della seduta, ma non ci riuscii. Sospirando, mi misi in un angolino piazzandomi un cuscino più o meno pulito sotto il sedere.

Così accomodato iniziai a spulciare le canzoni. Aggiornavo l’indice di gradimento, le riordinavo, completavo le informazioni e i video mancanti. Ne creai una nuova più adatta al sabato sera. Passavo velocemente in rassegna tutti i brani del mio box, a volte soffermandomi su qualcosa di interessante. Mettevo in riproduzione quelli che non sentivo da un po’ di tempo, e quelli che mi sembravano appropriati alla serata. Mi riascoltai un paio di brani dei Cheeze Sneeze, e l’ultimo dei veterani Spud In The Box. Rimossi, perplesso e un po’ disgustato, “Chiara/Badanga” di TJ Tacco. Quando mai avevo aggiunto una roba simile?

Sbadigliai.

Erano quasi le dieci e mezzo. In mattinata ero stato a Rimini, ora cominciavo a sentire la stanchezza. Chiusi gli occhi.

“Ho finito.” disse Eri. Entrò in soggiorno portando con sé una bottiglietta d’acqua quasi vuota. Si era tolta la giacca e indossava dei pantaloni da tuta grigi. Era scalza. Non disse altro, ma i suoi occhi arrossati lampeggiarono quando videro come mi ero accomodato. Sbirciò per un secondo lo specchio, ma non fece commenti.

“Finito finito?” chiesi, mentre mi alzavo.

Lei non riuscì a trattenere un mezzo sorriso. Era soddisfatta del suo lavoro.

Era un buon segno.

“Hai portato la cioccolata?” mi chiese, facendomi segno di seguirla.

L’unica cosa che illuminava la stanza erano gli schermi TLE in standby. I pannelli traslucidi, simili a lastre di plexiglass, emanavano una leggera luminescenza azzurra. La luce era più forte sui bordi, sui quali la sfumatura di luce virava verso il viola. La finestra era semiaperta, per cambiare l’aria, e la cacofonia della strada stonava con quell’ambiente così buio e raccolto.

Raccolsi da terra una locandina di un film di fantascienza stampato su un foglio A4. Le pareti della stanza ne erano piene, e non capivo da dove si era staccato quel foglio. Eri me lo strappò dalle mani.

Mi avvicinai alla scrivania.

C’erano diversi micro connettori sul piano di lavoro. Un paio di Pod e qualche sensore. Quando presi uno dei Pod, gli schermi LTE si illuminarono mostrando ambienti di lavoro e righe di codice di cui non capivo assolutamente nulla.

“Non quello, prendi l’altro Pod.” disse Eri indicandone uno semi aperto. Presi quello, con due mani, stando attento a non rompere nulla.

Non succedeva niente, e mi voltai verso Eri con aria interrogativa.

“Beh? La cioccolata?” chiese lei, allungando la mano.

“Oh.” risposi. Posai il Pod e frugai nello zainetto dal quale tirai fuori un sacchetto di cioccolatini e una barretta rivestita di alluminio.

“Perugini al pistacchio. E una tavoletta di cacao condensato.” dissi, mentre le porgevo i prodotti della Coop. Lei li prese, li rigirò tra le mani, borbottò qualcosa e infine li infilò in fondo all’ultimo cassetto del comodino.

“Bene.” mi disse. “E adesso rimboccati le maniche.”

(questo post fa parte del progetto Papi64, di cui potrai leggere l’evoluzione a cadenza settimanale)