Quella palla è nata per volare.

Jonny Wilkinson racconta come si vince una finale di Coppa del Mondo di Rugby, a 20 secondi dalla fine.

3 punti che hanno cambiato la storia del rugby.
Fin da quando ero bambino quella palla ho sempre voluto calciarla. Tutti la inseguivano o la tenevano stretta sotto il braccio, avidi ed egoisti. Ma io no. Quell’ovale è sempre stato semplicemente leggero, pieno d’aria. Il suo posto naturale è lì, in alto.
Perché fare tanta fatica per conquistare metri di campo — mi chiedevo — quando con un calcio perfetto posso ottenere un risultato addirittura migliore?
Questa rincorsa, con le mani incrociate, mi ha sempre affascinato e fatto sognare.
E così calciavo. Ri-calciavo. Calciavo ancora.
Tiravo con la palla ferma a terra, con la palla in movimento, in qualsiasi modo.
Ma il mio tiro preferito era il drop goal. Il movimento sportivo perfetto. Ti arriva la palla in mano, la metti nella posizione giusta in una frazione di secondo, la lasci cadere dolcemente a terra con un preciso angolo di rimbalzo, né troppo orizzontale né troppo verticale, e infine appena tocca terra la calci forte lì in fondo. Non troppo verso l’alto, ma bella forte. Ecco, tutto questo avviene all’incirca in un secondo.
Senza contare poi il fatto che si deve prendere la mira e centrare quei maledetti pali. Quante volte ci ho provato. E quante volte ho sbagliato. Ma quella volta ho rischiato che il cuore mi scoppiasse.
Perché una cosa è farlo in allenamento, un’altra è provarci davanti a 82957 spettatori, con dei mostri australiani che ti urlano in faccia, nella finale di Coppa del Mondo e a 20 secondi dalla fine.
Tutti sapevano che l’avrei fatto perché era l’unico modo, dopo due tempi supplementari e il punteggio sul 17 a 17.
I compagni me lo preparano alla perfezione, al centro del campo, nonostante siano stremati. Come me del resto.
Mi fa male dappertutto. E so che sta per arrivare il momento. Ho il fiatone e ogni pulsazione del mio cuore irradia il dolore su tutti i colpi che ho preso in quei 120 minuti. Poi c’è il raggruppamento sui loro 22. Ci siamo.
Faccio un respiro e per un attimo rimango sospeso. Ripenso a quando da ragazzino questo calcio lo provavo anche con le pere, immaginando la telecronaca alla TV. Devo solo aspettarla, posizionarla, lasciarla cadere e calciarla lì. L’ho fatto tante volte. Gli altri sono distanti. Ho tutto il tempo.
Poi la palla arriva.
Da guardare in loop, almeno 100 volte di fila.
Vola. Ed entra. Tre punti per noi. 20 secondi alla fine. Abbiamo vinto.
Qui il cuore sta davvero per scoppiarmi. Ho aspettato tutta la vita questo calcio e adesso posso entrare nella storia. Insieme ai miei compagni, ai miei amici.
La prima squadra europea a vincere il Campionato del Mondo di Rugby.
Tante volte mi chiedono come ho fatto con quella pressione. La verità è che è stato facile, quasi naturale. Il mio piede era leggero, la palla era leggera, il mio calcio è volato leggero come una piuma.
Del resto dentro quell’ovale non c’è nient’altro che aria. Quella palla è nata per volare.

Jonny Wilkinson*

* NB: Questa intervista è inventata. Per non rovinarmi il gusto della fiction non ho riletto interviste a Wilkinson sull’episodio, che dunque potrebbe aver dichiarato cose sicuramente diverse, nella realtà. Non credo — per esempio — che da piccolo calciasse delle pere.

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