Riflessioni di un Growth sherpa sulla via del Mobile Growth Summit

La crescita è qualcosa che ci è familiare poiché la sperimentiamo durante la nostra vita

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Oct 7 · 3 min read

Fin da bambini procediamo per tentativi, successi e fallimenti e possiamo affermare che siamo sempre al centro dell’esperimento in cui il premio siamo noi stessi, il nostro sviluppo ed in definitiva la nostra felicità. Siamo così condizionati da questo concetto che una volta diventati adulti lo cerchiamo sul posto di lavoro, per crescere professionalmente e spesso per raggiungere gli obiettivi aziendali.

Quelli che in azienda vengono comunemente chiamati “i numeri da fare” diventano delle vere e proprie montagne da scalare e la crescita non è più quella armoniosa e Montessoriana vicenda della vita, ma una lotta giornaliera e quindi molto meno piacevole.

Un esempio? Crediamo che nello smartphone siano presenti tante app e forse è vero dal nostro punto di vista; ma secondo una ricerca del Politecnico di Milano l’utente italiano scarica in media 22 app e ne usa solo 12 quando uno store (Apple o Google) ne contiene almeno 3 milioni, fate voi i calcoli di quante app sono orfane di uno smartphone.

In queste condizioni, proporre e far crescere una nuova app nel mercato è come buttarsi in una vasca di piranha con una muta di roastbeef. I vegetariani non ne abbiano a male ma forse ho reso l’idea e forse, questa è la ragione per cui tante persone si riuniscono in un posto austero come il cuore di Berlino parlando di mobile growth, ovvero crescita nel mondo delle app.

Il Mobile Growth Summit di Berlino è il luogo dove 600 persone di tutta Europa raccontano la loro Mission impossible e cercano di carpire segreti per diventare quelli che ce l’hanno fatta. Decine di sponsor dell’evento propongono ricette che solo un iniziato può capire e che sono chiamate MarTech, Marketing Technologies. E credetemi sono tantissime; parecchie migliaia di soluzioni di terze parti che rappresentano uno dei mercati più fiorenti dell’intera industria IT e adeguato al volume di soldi speso per la pubblicità ogni anno.

Il clima di autocompiacimento è palpabile, la tecnologia inebria e quando si riesce a capire un nuovo motore per gestire al meglio l’adv in programmatic con una DSP che ha avuto un ingestion da un CMP e che scarica su reti di re-targeting, allora si raggiungono alte vette di illuminazione. Nemmeno 7 anni in Tibet riescono a tanto.

Sedendomi su uno scomodo e fantozziano sofà dell’hotel e riflettendo mi viene da chiedermi: serve veramente tutto questo? O forse è solamente un modo in cui i marketeers possano sentirsi realizzati?

Sia a quelli convinti di poter vendere ghiaccio agli eschimesi che ai fanatici della necessaria convergenza tra domanda e offerta, posso solo ricordare che il nostro cervello non è molto dissimile da quello degli uomini delle caverne e questi si riunivano per raccontare storie. Credo che normalmente discutessero di come sopravvivere ai branchi di lupi e non come far scaricare un app ma è sempre una storia e ha un’autorevolezza diversa a secondo di chi la racconta. Forse è proprio questa la differenza: una volta che abbiamo un prodotto ci focalizziamo sul messaggio e sul canale di comunicazione ma siamo sempre noi a raccontare. E noi non siamo nel gruppo, anzi non siamo in nessun gruppo.

Dai gruppi scolastici ai sodalizi più fantasiosi, qualcuno di importante deve farci una presentazione e si rimane nel limbo per molto tempo o fino ad un rito di iniziazione.Così all’imporvviso mi alzo, capisco di stare parlando di influencer and community marketing: mi guardo allo specchio e sorrido. Ora vado su youtube a controllare l’ultima recensione di Andrea Galeazzi di quello smartphone che mi piace tanto …

Content marketing for acquisition? Gli ingredienti della ricetta buddybank.


Articolo di Massimo Bondanza

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