Del Palio, del tempo e dell’umanità

In risposta a Salvatore Marco Ponzio, detto Toti

Questo testo nasce dall’esigenza e sopratutto dal piacere di rispondere all’articolo apparso sul Lavoro Culturale a firma di Salvatore Marco Ponzio, Toti per chi ha la fortuna di averlo come amico. Io che posso vantarmi di questa fortuna, d’ora in poi quindi chiamerò l’autore dell’articolo Toti.


Si parla di Palio di Siena, di sicurezza, dei tempi che cambiano. A scrivere quel pezzo è una penna particolare, un occhio svelto e prezioso per quella città, per quella festa, per quelle cupe mattonelle.

Toti viene da Favignana, sa bene cosa sia la bellezza, e a Siena ci arriva da studente fuorisede, che per chi conosce un po’ la città, vuol dire arrivarci da nemico. Da quando ci è arrivato però, assieme a me molti anni fa, Toti ha avuto l’umiltà di ascoltarla quella piazza che lo vedeva d’occhio storto. E farsela amica. Intimamente. Amandola e facendosi amare.

Ecco perché l’occhio di Toti è particolarmente prezioso quando si tratta di parlare di Contrade, Cavallini e Palio. Perché Toti conosce la bellezza, ed è capace di ascoltare e interpretare le voci del Campo, con scienza, amore e libertà, tre virtù che so per certo non gli mancano.

Ed in fondo, cosa c’è di più grande dell’amore di un nemico? Spero dunque che Sienona legga le parole di Toti, e le ascolti con interesse. Quanto a me, che ormai da lontano seguo con nostalgia le sorti di Siena e di Toti, son felice di poter riflettere sul Palio, grazie allo sguardo fidato di questo amico.

Ora basta parlar di noi però, che al caro lettore, immagino poco interessi.

Toti propone una tesi interessante. L’ultima carriera corsa, quella del 2 luglio 2017, coltiverebbe in seno il frutto di un sostanziale cambiamento per questa manifestazione storica. Un palio diverso, dice Toti. Tesi intrigante, anticipata come accade nelle grandi tragedie e nelle grandi farse anche da un passaggio simbolico: Tornasol, cavallino ribelle si rifiuta di correre, ed insieme al fantino più blasonato se ne torna sbizzarrito nell’androne. Fatto nuovo, fatto strano. Bellezza di una corsa che in ogni istante è metafora d’altro, là per chi la vuole vedere. Come fosse una declinazione dell’Iching tra colline e cipressi del Chiantishire.

Tornasol e Trecciolino si ritirano (Luglio 2017)

Toti però sembra far centro. L’attenzione del suo sguardo si sposta subito su un fatto realmente nuovo per la piazza: anche lì nel Campo, durante il Palio, fortezza che per molti di noi sembrava inespugnabile, è arrivato prepotente l’eco del mondo che cambia. Piazza militarizzata, a numero chiuso, niente bambini, e sopratutto niente fazzoletti contradaioli. La ragione del cambiamento passa da una parola strana: sicurezza. Parola contraddittoria, tanto più a Siena, che della contraddizione fa bandiera. Toti spiega, con argomento brillante, il paradosso intrinseco alla militarizzazione avvenuta durante la Carriera di Provenzano 2017. Pregevole, anzi pregevolissimo il passaggio del suo articolo, che merita qui di essere citato:

“In questo senso, si potrebbe addirittura riconoscere nella piazza senese un esempio di luogo primariamente sicuro — secondo il binomio latino «sine cura», ossia senza preoccupazione — nella misura in cui il coinvolgimento emotivo del soggetto determinato dalla Festa a mezzo delle sue regole non scritte dissolve quasi totalmente la preoccupazione per l’incolumità fisica della persona. Così inteso, il concetto di sicurezza viene evidentemente a declinarsi in modo più ampio rispetto al protocollo omologante messo in campo dalle misure straordinarie di Polizia”.

Al netto della lucida analisi, della bella prosa e dell’acutissimo spunto offerto da Toti, mi trovo però obbligato a rilanciare la puntata, sicuro che lo stesso Toti non si aspetti niente di meno da me.

Sono dunque obbligato a riflettere sui meccanismi e le relazioni fra un corpo e l’ecosistema entro cui si muove. Così è per Siena, città d’Italia, d’Europa, d’Occidente. Certo è, mi si farà notare sin da subito, che il Palio vuole da sempre sfuggire a quell’ecosistema. Come una lupa coi pargoli ama nascondersi tra la boscaglia, così Siena e la sua corsa si sforzano ostinatamente di lasciar il mondo fuori da porta Camollia e da porta Romana, che si venga da nord o da sud.

Ah, dolce illusione, di poter restare fedeli a se stessi! Impossibile, dico io. Anche all’ombra della più fitta foresta, sicuri di essere invisibili al mondo, ogni foglia che cade è cambiamento. E allora come guardare a quella piazza che è stata scoperta, smascherata del suo tempo? 
 Un’analisi possibile è quella avanzata da Toti. Ipotesi elegante. Si riflette del concetto di sicurezza. Di quella formale, messa in campo dal mondo con poliziotti in divisa e contapersone, e quella percepita, fatta di passione, estasi e coinvolgimento. Temo però che il caro Toti sovraccarichi di significato quell’insieme di sentimenti ben descritti dal binomio latino “sine cura”. Anche la lupa nascosta, quando l’inverno è arrivato cambia pelo. Così Siena, come d’altronde ha fatto già altre volte, sarà costretta a farsi nuova pelle, una volta scovata dallo spirito del suo tempo. Mi permetto, perciò di interpretare il pensiero di Toti, che si cela fra le righe. Lui non lo dice espressamente (troppo furbo!) ma credo che nella sua splendida analisi ci sia, nascosta, un’accezione negativa, quasi melanconica. Un rammarico celato per un evento a noi tanto caro, obbligato a fare i conti con il suo tempo, così complesso. Io sto, come è mia natura fare, dall’altra parte della barricata. Si misura proprio nella contaminazione, nel cambio inesorabile delle stagioni, nella capacità di affrontare l’inverno la forza di un corpo. Benedico, malgrado mi riesca faticoso, poliziotti in piazza e fazzoletti abbassati. Un corpo è realmente vivo solo quando riesce a sostenere lo sguardo del suo nemico. Il mondo ha scosso la piazza, così come fu scossa più di dieci anni fa, quando arrivammo lì sul Campo, io e te, caro Toti. E la vera bellezza l’abbiamo trovata assieme solo quando Siena, con i suoi occhi di vecchio, ha deciso di sostenere il nostro sguardo. 
 Mi auspico perciò, per il bene di quella santa piazza, che continui a farlo, senza paura.
 Ah Siena, Ah umanità!