Elenchi da Kathmandu #0

Più di un anno fa partivo per il Nepal grazie un progetto del Servizio Volontario Europeo. Destinazione Taukhel, un piccolo villaggio rurale della Valle di Kathmandu, a un’ora di autobus dalla capitale. Avrei lavorato in un orfanotrofio femminile e in una scuola. Questo era più o meno quello che sapevo al momento della mia partenza. Non mi avevano detto altro e non avevo immaginato altro. Può sembrare strano, ma non avevo aspettative. Solo voglia di partire, dopo tanti tentativi e candidature finiti nel nulla.
Ho vissuto da ‘straniera’ quasi un anno della mia vita, non capendo i cartelli e la maggior parte dei discorsi delle persone attorno a me, facendo la coda all’ufficio immigrazione per rinnovare il visto. Ho insegnato al mio stomaco a digerire cibi strani e piccantissimi, alle mie mani a fare lavori che ignoravano, ai miei piedi a camminare in mezzo al fango dei monsoni, alle buche delle strade e sui ripidi sentieri dell’Himalaya, ai miei polmoni a respirare l’aria di una delle città più inquinate al mondo, ai miei occhi a vedere colori e forme nuove, alle mie orecchie a distinguere il suono della pentola a pressione, lo squittio dei topi e il canto di uccelli esotici, alla mia mente a capire e a concepire pensieri che mai, prima di allora, aveva elaborato.

Lo stupore che ha provocato in me questo risveglio dei sensi ho voluto raccontarlo a chi era lontano, a chi mi conosce da quando sono nata e a chi, invece, avevo incontrato pochi mesi prima di partire. Ho scelto un gruppo di destinatari e ho iniziato a scrivere delle mail. Da subito mi sono resa conto di avere “più curiosità che capacità, di avere gli occhi più grandi del ventre”, di non essere in grado di raccontare in una forma compiuta ed elaborata quello che stavo vivendo. Ogni giorno collezionavo impressioni e immagini, come singoli scatti che non riuscivo a unificare in una panoramica dall’alto. Ero immersa e non riuscivo a guardare da lontano (non sono certa di poterlo fare nemmeno ora, dalla mia casa in Italia). E così ho scelto di raccontare nella stessa forma in cui i miei sensi ricevevano: singoli dati prima della sintesi; le mie mail sono elenchi di dati: sono elenchi da Kathmandu.
Ho scritto un elenco al mese per dieci mesi, alcuni monotematici, la maggior parte misti. Solo una delle mie mail non ha la forma dell’elenco e riguarda l’esperienza della morte nel tempio di Pasupatinath. Scrivere elenchi da Kathmandu è stata una delle esperienze del mio viaggio, è stata una necessità, intesa come il bisogno di ricordare e raccontare, ed è stato un piacere, il piacere della scrittura e il piacere di ricevere le risposte di chi stava vivendo altre vite dall’altra parte del mondo.
Scrivevo per me e scrivevo per gli altri. Da qui la scelta di non tenere un blog, ma di scrivere delle mail a destinatari scelti. Se è vero che ogni volta che scriviamo, scriviamo avendo in mente un destinatario, allora la forma più naturale di scrittura è quella della lettera. Dietro all’asterisco generico di quel ciao a tutt* all’inizio di ogni mail, stavano volti precisi ai quali pensavo mentre raccontavo un dettaglio o sceglievo una parola piuttosto che un’altra, alludendo a quel vocabolario unico che si crea nella relazione con ogni persona. Talvolta le parole non hanno raggiunto il destinatario immaginato, ma hanno provocato la reazione imprevista di un altro, creando così quella dimensione di dialogo e di attesa che mi ha spinto a scrivere fino alla fine.

