Elenchi da Kathmandu #1

Sara Colombo
Jul 24, 2017 · 4 min read

10 agosto 2015

Satdobato (foto dell’autrice)

Ciao a tutt*,

ho deciso di scrivere un’e-mail di aggiornamento comune che avrà destinatari vari e non omogenei. Alcuni di voi avranno già ricevuto qualche notizia dal mio arrivo in Nepal, mentre altri sapranno solo che il 6 agosto sono partita da Malpensa (qualcuno forse nemmeno questo). Ma con ognuno di voi vorrei condividere la mia esperienza. Quindi mi perdonino sia quelli che leggeranno cose già sentite, sia quelli che non sapevano nemmeno fossi atterrata.

Eccomi qui che vi scrivo dalla piccola cucina che oggi con Irene — la mia compagna di viaggio- abbiamo disinfettato da cima a fondo, tentando di cacciare tutti i ragni giganti e velocissimi che volevano spodestarci. L’abbiamo fatto armate di ciabatte e diditì, amuchina e mastrolindo. Per il momento sembriamo aver avuto la meglio.

Sono in Nepal- e precisamente nel distretto di Lalitpur- Godawari- da soli tre giorni, quindi scrivere qualcosa di completo e lineare sulle mie prime impressioni è quasi impossibile. Ho raccolto però un elenco di cose che mi hanno stupito e che, in qualche modo, mi hanno dato l’idea di essere dall’altra parte del mondo (nonostante qualcuno di voi, dalle prime foto inviate mi abbia detto che il paesaggio ricorda quello della Brianza).

1. L’aeroporto di Kathmandu. Mentre scendevo le scalette dell’aereo sotto un pioggerellina monsonica e calda, il piccolo aeroporto fatto di mattoni a vista rossi e le case un po’ diroccate che sono riuscita a scorgere oltre le mura sono state il primo segnale di un aeroporto di una capitale sì, ma di un altro mondo. E le scimmie che saltavano nella sala d’attesa ne sono state la divertente conferma.

2. Il traffico. Non ci sono semafori a Kathmandu e il guidatore siede sul lato destra della macchina. Nelle strade non ci sono buche, ma voragini. Le piogge di questi giorni hanno ridotto le strade in fango e tutti suonano il clacson come pazzi. Molti guidano con una mascherina sulla faccia per proteggersi dall’inquinamento.

3. Verde. I monsoni portano fango (che ha già completamente ricoperto le mie scarpe da tennis — dovrei valutare l’idea di girare in infradito come fanno tutti qui) e moltissima umidità. Ma in compenso qui il verde è più verde del verde e le nuvole contribuiscono a renderlo ancora più intenso. Quando si diraderanno le nuvole, ci hanno promesso che vedremo l’Himalaya.

Valle di Lele

4. La carta SIM. Sono andata a comprare una carta sim nepalese e ho dovuto compilare un modulo molto dettagliato nel quale mi chiedevano, tra il resto, il nome di mio nonno e le impronte digitali.

5. Le bambine. Le bimbe dell’orfanotrofio dove collaborerò sono molto affettuose. Con i bambini — come sempre — non sono necessari presentazioni e convenevoli. Mi sono seduta su un tappeto dove stavano in cerchio e subito mi hanno circondato facendo mille domande (le più grandi parlano inglese) o tirandomi la mano e contando i nei che ho sulle braccia (mi sono accorta solo dopo che loro non hanno nei). Prima di cena si ritrovano nella stanza dei giochi autonomamente e pregano (sono protestanti) cantando, suonando tamburelli e ballando (è stato commovente vederle la prima volta).

6. Mani. Fin dal primo giorno mi hanno insegnato a mangiare con le mani. Le posate ci sono, ma si usano quasi solo nei ristoranti. Il piatto tipico è composto di riso, verdure (patate e ladyfingers e altre che in Italia non ci sono) e dahl. Si mischia il tutto con le mani, si fanno delle piccole palline che si afferrano con pollice, indice e medio e che il pollice spinge verso la bocca.

7. Il vicinato. Ieri io e Irene stavamo tornando a casa e vedendo la nostra anziana vicina in giardino ci siamo girate a salutarla. Mentre ricambiava il saluto mi sono accorta che stava facendo la pipì da sotto il sari, come se nulla fosse. Poi si è voltata ed è andata sciacquarsi i piedi con la canna dell’acqua.

8. Acqua. Ieri sera per la prima volta, dopo cena, siamo rimaste senza acqua corrente. Siamo andate in giardino e abbiamo riempito dei catini con la canna. Abbiamo fatto bollire l’acqua per bere e per lavarci i denti e abbiamo conservato il resto per lavarci. Non avere acqua corrente significa non poter usare nemmeno il wc (non ci avevamo pensato inizialmente). Alcune azioni semplici possono diventare davvero macchinose, soprattutto se non si è abituati.

9. Fare il bucato. Quando ho usato oggi questa espressione, Irene giustamente mi ha fatto notare che non la sentiva da anni. Eppure mi sembrava la più adeguata per descrivermi mentre in giardino, con la solita, provvidenziale canna dell’acqua e il solito catino, insaponavo i miei vestiti, li lasciavo a mollo e poi tentavo — a fatica — di strizzarli. In quel momento ho capito perché la nonna di Calabresi considerasse la lavatrice la migliore invenzione del XX secolo (“Cosa tiene accese le stelle” — M. Calabresi).

10. Il terrazzo. Per stendere bisogna salire sul terrazzo. Per farlo bisogna attraversare la casa dei nostri proprietari di casa, superare il tempietto che hanno dedicato a Shiva e Vishnu e, se si è fortunati, anche il fuoco che hanno acceso in cima alle scale per friggere dei buonissimi cookie fatti di acqua, zucchero, farina di mais e noccioline. Una volta arrivati sul terrazzo, guardarsi attorno è uno spettacolo di montagne e boschi verdi, di nuvole bianche, di sari coloratissimi, di bambini in divisa che tornano da scuola e di mucche sacre e galline che pascolano libere.

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Sara Colombo

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