Elenchi da Kathmandu #2

Sara Colombo
Jul 24, 2017 · 7 min read

23 agosto 2015

Ciao a tutt*,

prima di iniziare con un nuovo elenco — temo che rimarrò intrappolata in questa formula di racconto ancora a lungo — volevo ringraziarvi per tutte le risposte che ho ricevuto, perché condividere quello che vivo è parte integrante della mia esperienza e perché è una bella sensazione sapere che qualcuno mi legge.

Sono passati poco più di dieci giorni dall’ultima volta che ho scritto, eppure mi sembra passato almeno il doppio del tempo; e non perché le giornate trascorrano lente, ma al contrario perché ogni giorno è talmente intenso da sembrare più lungo. E non tanto perché ogni giorno si facciano tante o stravaganti attività — anzi le mie giornate stanno per prendere la forma della routine — ma perché vista, udito, olfatto e gusto sono molto più ricettivi che non in condizioni normali. Il semplice fatto di trovarmi in un contesto nuovo ha raddoppiato la mia attenzione verso qualsiasi cosa. Nelle mie giornate nepalesi non succedono più cose di quante non ne succedessero nelle mie giornate milanesi; semplicemente i miei sensi ne “registrano” di più. (Per i destinatari più filosofici: credo che valga questa idea “La via che percorriamo la prima volta è notevolmente più lunga della stessa quando già la conosciamo” — La montagna incantata, Thomas Mann).

Ecco allora un elenco di cose che mi hanno colpito in questi giorni:

Mezzi di trasporto- Durante la prima settimana, Bimal (il responsabile del nostro progetto)ci ha fatto fare un piccolo tour delle zone circostanti, sia delle città principali, Lalitpur e Kathmandu, che delle zone rurali vicino al nostro villaggio. Per muoverci abbiamo utilizzato gli autobus locali e la sua moto.

Gli autobus sono piccoli furgoncini con una decina di posti e almeno il doppio dei passeggeri. Per utilizzarli non si compra il biglietto, ma si paga la corsa a un ragazzo che rimane in piedi sulla porta e per tutto il viaggio urla il nome della destinazione, alla ricerca di nuovi passeggeri tra le persone che camminano per strada, quasi volesse convincerle a salire. Quando il bus si ferma, sistema i nuovi arrivati con un gioco di incastri, fa segno all’autista di ripartire e salta in corsa sul furgoncino. La cosa positiva rispetto a Trenord è che non esistono ritardi — non essendoci orari di partenza e di arrivo — e non esiste un sistema di aria condizionata che possa rompersi.

Sulla moto siamo saliti in tre: Bimal con il casco, Irene, senza casco, attaccata a Bimal e io, senza casco, attaccata alla moto e, in caso di salita, a Irene per evitare di scivolare giù. Eravamo abbastanza pesanti da rallentare la velocità della moto e questo mi ha permesso di avere una visuale perfetta sui villaggi e i paesaggi che abbiamo attraversato, di incrociare lo sguardo di donne e bambini che ci guardavano incuriositi e di sentire i profumi che cambiavano nell’aria.

Divinità — In questi giorni ho visitato una decina di templi induisti e un paio di stupe buddhiste, ho partecipato a una funzione di tre ore in una chiesa protestante, ho scovato una chiesa cattolica per Irene che è credente e praticante, ho assistito al rito con cui i nostri padroni di casa celebravano il giorno del Serpente (una delle manifestazioni di Shiva), ho visto persone bagnarsi nella acque sacre della sorgente di Godavari, in mezzo al fango e sotto una pioggia incessante e sono stata benedetta dalla solita vicina di casa con una tikka sulla fronte (puntino rosso). E ho pensato molte cose sulla religione e sull’intero pantheon di divinità che si venerano in questo paese. Tra le tante vi scriverò solo che: provo attrazione e timore reverenziale per le statue giganti, siano esse di Buddha o del terribile Bhairava; sono rimasta profondamente colpita nel vedere fedeli induisti nutrire la statua di Bhairava con pezzi di banane nella piazza principale di Kathamandu (inizialmente credevo stessero riattaccando i denti alla statua).

Bhairava

Terremoto — Durante i primi giorni qui, raramente avevo sentito parlare di terremoto ed erano pochissime le costruzioni distrutte che avevo incontrato sulla mia strada. Poi una mattina, mentre facevamo lezione di nepalese abbiamo sentito una scossa. È stata breve e leggera, al punto che ci ho messo qualche secondo a realizzare cosa stava succedendo. Quell’episodio è stato, per alcune persone che ho conosciuto, l’occasione per raccontarmi come hanno vissuto le due forti scosse di terremoto che hanno colpito il Nepal. La ragazza che abita sopra di noi usciva dalla doccia in accappatoio e si è rifugiata insieme al fratello sotto a un tavolo; le bambine erano in città per la messa e non sono riuscite a rientrare a casa fino alle 7 di sera, per due settimane hanno dormito in tenda e i primi giorni all’aperto perché le tende erano finite e costavano un sacco; qualcun altro mi ha raccontato come la cosa peggiore sia il suono che emette la terra. Non avevo idea che il terremoto avesse una voce e invece come dicono qui: “The earth cries”, “la terra urla”. Nei giorni successivi ho visto con grande tristezza la torre di Kathmandu che da 9 piani ne conserva solo mezzo, i templi di Durbar Square ridotti in polvere e un paesino della campagna ridotto a un accumulo di mattoni rossi. Ieri notte ho sentito il cellulare di Irene cadere dal letto e mi sono svegliata di colpo credendo fosse il terremoto.

Kathmandu, Durbar Square

Il colloquio di lavoro — Io e Irene siamo state assunte. Da mercoledì scorso abbiamo iniziato a lavorare come volontarie per tre mattine a settimana nella scuola pubblica “Buddha”. Ci hanno assegnato due classi della scuola elementare, con bambini dai 5 agli 8 anni. Credo si sia trattato del “colloquio di lavoro” più surreale della mia vita. Andiamo all’appuntamento col preside in moto, Irene insieme a Bimal e io insieme a suo padre (il nonno dell’orfanotrofio, un uomo molto in gamba e simpaticissimo). Ci apre il cancello il bidello della scuola, un signore molto anziano che indossa il cappello tradizionale indù (una barchettina coloratissima). Entriamo nell’ufficio del preside: due scrivanie, un telefono intagliato nel legno e una decina di sedie disposte tutto attorno alla stanza dove siedono alcuni uomini. “Namastè” : ci salutano e ci fanno segno di sederci. Da quel momento in avanti Bimal, suo padre, il preside e alcuni insegnanti parleranno per un quarto d’ora in nepalese, guardandoci e indicandoci. Noi non capiremo nulla, se non che si sta decidendo la nostra sorte, in qualche modo (assunte? Rifiutate? Vendute alla mafia nepalese? Scambiate per qualche scimmia?). Una sola domanda prima di lasciarci andare: “Can you speak English?” “yes, we can!”. “Namaskar” (= arrivederci). Tornate alle moto, nemmeno una parola dai nostri accompagnatori. Il mistero si infittisce. Arrivate al nostro appartamento finalmente la sentenza: assunte!

La scuola pubblica — Tutti i bambini indossano la divisa: gonna o pantalone, camicia e cravatta. La campanella d’inizio è un rullo di tamburo: i bambini si dispongono in fila a seconda delle classi e cantano l’inno nazionale. Dopo questo momento di ordine e disciplina assoluti, ha inizio un caos inimmaginabile: le mastre non parlano inglese, ma insegnano inglese e lo fanno per lo più facendo ricopiare una serie di lettere, parole o frasi di cui non conoscono il significato e sbagliano la pronuncia; nelle classi si entra a piedi scalzi (il pavimento è coperto di moquette) e ci si siede sui cuscini (non ci sono sedie ma solo tavoli bassi); alcune classi rimangono senza insegnante per ore.

Tra le due classi che mi hanno assegnato, la mia preferita è quella dei bimbi più piccoli (5–6 anni) con i quali stiamo facendo l’alfabeto inglese. Sono entusiasti e affettuosi e prima di iniziare la lezione balliamo e cantiamo canzoncine nepalesi. Il primo giorno che li ho conosciuti scrivevano tutti con matite praticamente senza punta e il mio temperino è diventato subito l’attrazione del momento.

Bollywood — Anche qui abbiamo festeggiato il “nostro” ferragosto. Il 15 agosto era il compleanno della moglie di Bimal e così per festeggiare siamo andati insieme al cinema a Kathmandu. In totale contrasto con l’ambiente circostante, nel bel mezzo della città si trova un vero e proprio multisala di almeno 5 piani con scale mobili, ascensori, negozi, sale giochi. “Vi sembrerà di essere in occidente” ci aveva avvertite soddisfatto Bimal. E così abbiamo visto il nostro primo film di Bollywood: “Brothers”, completamente in indi senza sottotitoli inglesi. Eppure ci sono bastate solo un paio di traduzioni di Bimal per poter comprendere l’intero film: un dramma familiare, arricchito da una serie infinita di combattimenti di pugilato e da una tipica scena con danzatrice del ventre e ballerini al seguito. Il film è durato più di due ore e mezza, durante le quali il pubblico esultava come se invece dello schermo avessimo avuto di fronte il ring. Al cinema con noi c’era anche la figlia di Bimal (Rina, 2 anni). Stufa di pugni e calci quasi quanto me e Irene ha chiesto ai genitori dove fosse il telecomando per cambiare canale.

Sara Colombo

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Callmeishmael.net

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