Elenchi da Kathmandu #4
22 Ottobre 2015

Ciao a tutt*,
vi scrivo dal Nepal, ma per raccontarvi dell’India, dove ho viaggiato per dieci giorni dal 10 al 19 ottobre.
Siamo partite in un momento critico per i rapporti tra India e Nepal. Circa un mese fa, il Nepal ha promulgato finalmente (dopo 5 anni di lavoro) una nuova costituzione, piuttosto controversa e dibattuta all’interno del paese stesso, soprattutto nelle regioni meridionali –al confine con l’India- dove alcuni gruppi etnici continuano a protestare e a scioperare perché ritengono di essere stati penalizzati dalla nuova carta costituente. L’India, facendosi sostenitrice di queste fazioni e non vedendo di buon occhio alcuni aspetti della costituzione che limitano la propria possibilità di interferire nella politica nepalese, ha salutato l’annuncio della costituzione con la chiusura dei confini, dando vita a un embargo non dichiarato. Da circa tre settimane, il Nepal non riceve rifornimenti di gas e di petrolio. I mezzi di trasporto hanno iniziato a circolare a targhe alterne, si sono create code kilometriche davanti ai benzinai (tre giorni di attesa per poter fare benzina), poi si è data precedenza agli autobus pubblici dove ormai si viaggia anche sul tetto e nel frattempo anche le bombole di gas per cucinare sono agli sgoccioli. In orfanotrofio hanno costruito cucine a legna in giardino per far fronte all’emergenza, mentre io e Irene tentiamo di risparmiare gas bollendo l’acqua per la pasta nel bollitore elettrico. In mezzo a tutto questo, abbiamo preso il nostro volo per l’India, spintonando per poter salire coi nostri zaini sull’autobus che ci avrebbe portate in aeroporto, e in un’ora e mezza siamo arrivati nel paese da cui il Nepal dipende quasi completamente.
1. Lusso — L’aeroporto di Delhi è il luogo più lussuoso e pulito che abbia visto negli ultimi tre mesi. È enorme e pieno di negozi, i classici negozi duty free che vendono prodotti dei grandi marchi e che profumano di tutte le ultime fragranze Dior. Come segnalato dai cartelli informativi, l’aeroporto Indira Gandhi è “silenzioso”, non si effettuano annunci vocali e in molti punti si cammina sulla moquette e così ci sembrava di stare in una bolla ovattata e totalmente estranea al Nepal che avevamo appena lasciato e all’India che stavamo per incontrare.
2. Metro — Prima di partire avevamo letto su qualche sito che una delle cose imperdibili di Delhi è la metropolitana. Noi l’abbiamo usata molto fin da quando abbiamo lasciato l’aeroporto e da subito l’ho catalogata come qualcosa di familiare: mi ha fatto pensare a Milano e ai viaggi nelle capitali europee, quando lentamente, cartina alla mano, impari i nomi delle fermate e gli incroci tra le linee. La metropolitana è stata poi anche un curioso punto di osservazione per le questioni di genere in India. Prima di obliterare il biglietto ogni passeggero viene controllato come al check-in in aeroporto con tanto di perquisizione: a code lunghissime di passeggeri uomini, corrispondono brevissime code femminili (l’opposto delle classiche code per il bagno). La scarsa presenza di donne in metropolitana ci ha portato ad essere spesso le uniche donne in un vagone, fino a quando non abbiamo scoperto che esistono carrozze solo femminili.
3. Tuk-tuk — Se la metropolitana è indispensabile per girare nella gigantesca capitale indiana (Dehli conta al suo interno sette “città”), altrettanto lo sono stati i tuktuk. Appena fuori da ogni stazione venivamo letteralmente assalite da orde di guidatori di tuktuk, alcuni a pedali, altri a motore. Spesso le distanze sono tali da non poter raggiungere a piedi i monumenti oppure le vie troppo trafficate o intricate per potersi orientare e così il tuktuk è stato spesso la nostra salvezza. Nella città vecchia siamo salite su un tuktuk a pedali — gli unici che riescono a circolare in quel caos colorato — ed è stato strano farsi trascinare in giro da un uomo che pedalava sotto il sole: da un lato mi sembrava una pratica inumana e mi sentivo in colpa e speravo di non pesare troppo , dall’altro pensavo che quello è l’unico lavoro che gli permette di mantenersi.
4. Bazar — Una delle cose che ho amato di più dell’India sono i bazar. Abbiamo girovagato per quelli di Old Delhi, di Agra e di Ahmedabad, per vie ricolme di oggetti di ogni genere e tipo: dalle spezie alle stoffe, dalle scarpe ai gioielli, dai pezzi di ricambio per automobili a preziose e decoratissime buste di carta. I bazar sono colorati, rumorosi e pieni di odori; quello delle spezie è talmente forte che lo senti in gola e starnutisci e tossisci. I bazar sono divisi per tipologia di oggetto venduto e così ci sono intere vie dove si vendono solo braccialetti colorati o solo occhiali o solo biglietti di partecipazione per matrimoni. Vige qui un principio di ordine opposto a quello dei nostri centri commerciali dove, nello stesso spazio, si raggruppano cibi, vestiti, elettrodomestici e ristoranti.

5. Moschee — L’ultima cosa che mi aspettavo da un viaggio in India era di visitare così tante e così belle moschee. Non sapevo che l’ultimo grande impero indiano, prima di quello britannico, fosse stato l’impero Moghul di origine turca e quindi musulmana. In India, così come in Turchia, le moschee hanno esercitato su di me un grande fascino. A causa delle elevate temperature, le moschee indiane sono formate solo da cortili e porticati e non contemplano nessuna zona interna e chiusa dove pregare. Spesso si trovano nella parte antica delle città, in mezzo al traffico dei mercati, eppure, appena varcata la soglia, ogni rumore, quasi per magia, scompare. Per questo silenzio, per le decorazioni che sono sempre astratte e mai raffigurative, per il rito paziente e meticoloso delle abluzioni, per il canto del muezzin, per l’ora calma e calda del tramonto che imprime su ogni cosa una strana lentezza, ho respirato nella moschea di Old Delhi una forte spiritualità.
6. Taj Mahal — La vista del Taj Mahal mi ha commosso e non solo per la sua straordinaria bellezza, per la purezza del bianco, la perfezione dell’architettura e l’atto d’amore da cui nasce, ma anche perché è uno di quei luoghi che ti chiedi sempre se riuscirai mai a vedere nella vita. E poi improvvisamente me lo sono trovata davanti, quasi per caso, o meglio non per caso, ma per una catena di eventi che a ripercorrerli mi vengono le vertigini.
7. Tramonti — Nei tramonti indiani il sole è una palla arancione, gigante, infuocata. È il sole che si vede nelle immagini della savana — o nella savana, per chi ci è stato. O forse è il sole che si vede quando si è vicini all’equatore e io, così vicina, non ci ero mai stata.

8. Shilpa — L’ultima tappa del nostro viaggio è stata Ahmedabad. Non è una classica meta turistica, quando la nomini pochi la conoscono. Però ci siamo andate perché lì abita Shilpa, una ragazza indiana che avevo conosciuto in ostello a Barcellona quasi 6 anni fa e che avevo ospitato per qualche giorno a casa mia mentre visitava Milano. Durante questi anni ci siamo sentite per gli auguri di compleanno e poco più, però almeno una mail all’anno ce la siamo inviate e così quando ha saputo che stavo in Nepal, abbiamo deciso di rivederci. È strano come vadano queste cose, gli incontri casuali e i re-incontri altrettanto casuali (“come vanno le cose e cosa le guida? Un nulla” Tabucchi).
9. Navratri — Ma siamo andate ad Ahmedabad proprio in quei giorni perché lì si festeggiava uno dei maggiori festival induisti: Navratri. In questa occasione uomini e donne ballano per nove notti di fila in onore della dea Durga. Per tre sere di fila, Shilpa ci ha vestite con abiti tradizionali bellissimi (gonne lunghe fino ai piedi, corpetti, drappi e bracciali sonanti) e insieme siamo andate a ballare la danza Navratri. A piedi nudi, in un campo di sabbia, disposti in cerchi concentrici, al suono di musiche e tamburi si eseguono infinite volte 9 passi di danza grazie ai quali si gira attorno a se stessi e ai cerchi. Imparare questa danza è come imparare a leggere: i singoli passi sono come le singole lettere, eseguiti all’inizio lentamente e a fatica, come se fossero uno staccato dall’altro, ma poi le sillabe si fondono e non esistono più lettere ma il suono unico della parola. Il movimento diventa sempre più fluido, armonioso e veloce, fino –dicono- a raggiungere lo stato di trance.

10. Casa — Prima di partire per l’India non riuscivo a realizzare il viaggio che stavo per fare. Non mi sembrava davvero di partire perché, in un certo senso, sono già in viaggio. Eppure sul volo di ritorno, poco prima di atterrare, ho visto dai finestrini dell’aereo i campi di riso e le montagne del Nepal e improvvisamente ho sentito “casa”. Viaggiare in India è stato bello, emozionante e al tempo stesso faticoso, frenetico. Il paesaggio e il popolo nepalese sono accoglienti e rilassanti. Il Nepal è povero, ha un decimo delle merci che si possono trovare in India, le persone vivono in maniera semplice (molto al di sotto dei nostri standard) e in quella che mi sembra un’accettazione pacifica della povertà. L’India mi è sembrata, invece, più difficile da vivere e da comprendere; il paese è ricco e affannato dalla corsa al progresso e per le strade ci sono poveri e mendicanti che questa corsa non riescono a reggerla.

