La Lunga Notte dell’Orrore

Helzapoppin: Recensione al film di John Gilling

Francesco Lacava
Jul 21, 2017 · 4 min read

Cornovaglia 1860

Una serie di inspiegabili morti sconvolge la tranquillità di un placido villaggio sperduto nella brumosa brughiera inglese. Il dottor Thompson, medico condotto del luogo, preso dallo sconforto decide di chiedere aiuto al suo professore ai tempi dell’Università, nonché suo mentore e amico, sir James Forbes. Indagando i due scopriranno raccapriccianti segreti nascosti nella tranquilla e sonnolenta campagna britannica.
Il film in questione è un ennesimo piccolo capolavoro targato Hammer,diretto da John Gilling nel 1966 con il titolo The Plague of the Zombie, lo stesso regista girerà altri film dello stesso genere per la stessa casa di produzione, ma non altrettanto famosi. Il lungometraggio è interessante per la struttura della storia e l’argomento trattato: quello degli zombi, come si evince dal titolo originale. A differenza dei precedenti “I walked with a Zombie” (1943) del sofisticato e poetico Jacques Tourner e il germinale “White Zombie” (1932) di Victor Halperin con un magnetico Bela Lugosi, il film di Gilling è tutto europeo. L’esotico Nuovo Mondo è solo evocato attraverso la voce dei personaggi, che narrano di viaggi ed esperienze lontane nei misteriosi Caraibi.
Nella narrazione si delineano immediatamente le parti dei buoni e quella dei cattivi: da una parte troviamo sir James Forbes con figlia e discepolo, e il dottor Thompson. Dall’altro il conte Hamilton (definito: “Essere Proteiforme”) e la sua banda di sgherri, dediti esclusivamente alla caccia e alla violenza come passatempo. Tutti loro indistintamente hanno una consapevolezza del soprannaturale di fondo, come se sapessero di vivere in un mondo dove lo straordinario o l’inspiegabile è di casa, pronto a comparire da un momento all’altro. E questo avviene quando la scienza non è in grado di spiegare alcuni fatti: quando la logica fallisce ciò che resta, scriveva Doyle nello stesso periodo, è l’inspiegabile. Il primo che si rende conto di questo è sir James Forbes che in quanto “uomo di scienza” deve indagare a fondo la questione e la strada seguita lo conduce all’inevitabile e incredibile epilogo. Un epilogo dai risvolti raccapriccianti, perché tutta la vicenda ruota attorno alla miniera di stagno poco fuori il villaggio, che tutti dicono sia maledetta.

Una delle scene più famose e originali, nonché deliranti dell’intero film è sicuramente quella ambientata nel cimitero. Mani che scavano per raggiungere la superficie, volti tumefatti che fioriscono dalla nuda terra, sono tutte scene che di lì a qualche anno troveranno terreno fertile nel primo film di George Romero “La Notte dei Morti Viventi”(1968), dopo di allora il cinema Horror non sarà più lo stesso.

“E gli Zombie stanno a guardare”

A differenza del film di Romero però, le creature che troviamo qui “riprendere vita” non sono affamate di carne umana o di cervelli (come racconterà Dan O’Bannon ne “Il Ritorno dei Morti Viventi” film del 1986). I ritornanti di Gilling sono al pari di operai alienati, Cronin avrebbe fatto di loro degli eroi, e Marx sicuramente sarebbe corso ad aiutarli:“E gli Zombie stanno a guardare”potrebbe essere il sottotitolo di questo film gotico a tratti venato da elementi di natura sociale e politica. Tutti gli elementi sono al loro posto: la divisione delle classi sociali è netta, con i ricchi prepotenti, i borghesi compiacenti e il popolo povero e sfruttato in balia dalle angherie dei più forti. Gli zombie-schiavi ridotti a involucri privi di qualunque diritto e ragione che arricchiscono il padrone sfruttatore. Al di là dell’ironica lettura, The Plague of the Zombie resta un buon horror a tema voodoo, con i temi gotici tipici della Hammer: la bella in pericolo, sotterranei pericolosi villain perversi e diabolici. Il lungometraggio si avvale di un’ottima ricostruzione di interni e di abiti, tutti rigorosamente di epoca vittoriana. Gli oggetti di scena, dai soprammobili alle trine dei mobili, sono fedeli e ricercati.

Photo by Teddy Kelley

Non mancano ovviamente i sorrisi di tenerezza in alcune scene, dove la storia è forzata, piegata alle necessità della trama. Tuttavia resta un lungometraggio interessante e una visione è d’obbligo, se non altro per poter godere di una variante sul tema del non-morto così dilagante e pandemico in questi ultimi anni.

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Francesco Lacava

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Writer. Storyteller. Dreamer. Wizard.

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