
Seguimmo il sentiero serpeggiante, inoltrandoci nel bosco. Finimmo in una radura circondata da fitti alberi. Quando arrivammo alla grande quercia nessuno poteva immaginare quello che ci aspettava.
Da quando eravamo arrivati alla colonia estiva, una settimana fa, nessuno di noi aveva mai esplorato quella zona. Ci era stato impedito dagli educatori.
Il controllo era severo, tuttavia quella mattina eravamo riusciti a fuggire uscendo dai recinti e addentrandoci nelle macchie d’alberi attorno alla base. Eravamo stufi di essere costretti a svolgere quelle noiose attività da “bravi boy-scout”, inoltre la fuga era l’unico modo per evitare di essere torturati di nuovo da Enrico e il resto del suo gruppo.
Così ci eravamo allontanati dopo l’assegnazione dei lavori della giornata, usando il buco nella rete dietro la capanna degli attrezzi.
Adesso ci trovavamo davanti qualcosa di diverso, inaspettato, che ci lasciò muti e terrorizzati.
Una figura alta due volte un uomo normale, dalle spalle e petto larghi e con un paio di grosse corna ricurve ai lati di una testa. Le braccia nodose terminavano con tre lunghe dita artigliate. La pelle scagliosa aveva il colore del tronco dell’albero, mentre le gambe sembravano grosse radici piantate nel terreno. Due ali fibrose con piume nere e ricurve gli partivano da dietro le spalle.
Accanto c’era Andrea con un sorriso raggiante sul volto e le braccia macchiate di sangue. A terra c’erano alcuni conigli sgozzati disposti in cerchio ai piedi dell’albero.
«Ci siamo.» disse. «Adesso vediamo se avranno ancora il coraggio di darci degli sfigati!»
Nessuno di noi parlava, eravamo troppo spaventati. La creatura ci trafiggeva con quattro occhi a fessura disposti sul volto simile ad un capro.
«Perché non dite nulla?» chiese fiero Andrea
«Che cosa hai fatto?» domandai a mia volta ritrovando la voce e il coraggio.
«Quello che dicevamo l’altra sera: ci vendicheremo di Enrico e degli altri usando la magia!» rispose con ovvietà e il solito sorriso sul volto.

