Tir-Na-Nog: alla scoperta del paradiso dei marinai
Laddove tutto è ordine, calma e bellezza

Wrap me up in me oilskin and Jumber
No more on the docks I’ll be seen
Just tell me old shipmates, I’m taking a trip mates
And I’ll see you someday on Fiddlers Green
The Dubliners, gruppo folk storico e cantore dell’Irlanda e dei suoi umori, in questi versi danno voce ad un marinaio che malinconicamente racconta la sua esperienza e la sua speranza di trovare un giorno un posto di pace.
Cè un luogo dove le fatiche non esistono, un luogo dove è sempre bel tempo, spira una brezza piacevole e leggera. La luce varia da quella splendente del mezzogiorno a quella suggestiva e tiepida del tramonto.
È un posto lontano nel tempo e nello spazio, che può essere raggiunto solo dopo aver navigato nel mare della vita (e in quello fisico) per molto tempo.
Un luogo mitico dove la musica non smette mai di suonare e i danzatori di ballare.
Melville nel suo Billy Budd ci racconta che il giovane marinaio protagonista del racconto, è una creatura di quel luogo. Il “paradiso dei marinai” dove non viene richiesta nessun tipo di conoscenza, dove non è necessario saper leggere né scrivere, ma basta saper cantare e possedere una natura semplice, non contaminata da nessun tipo ambiguità morale.
“At Fiddler’s Green, where seamen true
When here they’ve done their duty
The bowl of grog shall still renew
And pledge to love and beauty.”
Recita una canzone marinaresca del 1856, a dimostrazione che parliamo di un luogo mitico e di speranza, dove il grog non smette mai di comparire all’interno delle brocche dei naviganti e la bellezza e l’amore regnano sovrani.
Melville non fu l’unico cantore di questo stato di coscienza, Neil Gaiman nel bellissimo Sandman, mostra Fiddler’s Green come un bonario e distinto gentiluomo di mezz’età dai modi garbati, personificando così un luogo che si trova (secondo la sua visione) nelle Dreaming o Reami del Sogno, i domini di Morfeo, protagonista della graphic novel.
Il compianto George Romero, padre degli zombi cinematografici, recentemente scomparso, chiamò con questo nome il lussuoso e tecnologico grattacielo, dove la società umana, assediata dai non morti (sempre più simili ad esseri umani viventi) si barricano vivendo loro malgrado.

C’è un posto chiamato Tir-Na-Nog che significa Paese dei Giovani, perché vecchiaia e la morte non lo hanno mai conosciuto, né lacrime vi si sono mai avvicinate. I boschi più ombrosi lo ricoprono e coloro che vi arrivano, non vorrebbero più tornare indietro.
Molti dicono di averla visto all’orizzonte, all’esplosione della luce verde, l’ultimo bagliore del giorno, o nelle profondità dei laghi dove si odono rintocchi di campane.
I pescatori la intravedono a volte, isole tra le isole e i marinai sentono il suono di quella terra argentata e sperano di potervi arrivare.
I contadini irlandesi sono soliti dire: “Geabhaedh tu an sonas are pighin” ossia “otterrete la felicità con un penny.” tanto è comune e a buon prezzo in quella terra.

Tir-Na-Nog, come lo scrive William Butler Yeats, è un luogo dove si finisce se si è abbastanza fortunati da trovare la strada e il momento giusto, oppure tanto fortunati da imbattersi nei Ganconer. Con questo nome antico i pastori irlandesi indicano un genere appartenente al Piccolo Popolo, simili ai Leprecauni, ma a differenza di questi che sono esseri dispettosi e volubili, i Ganconer incarnano l’amore e la pigrizia adorano circuire giovani pastorelle e bere e fare chiasso.
Ricorda un po’ la mitica Odainskar, la mitica terra dell’immortalità norrena.
Coloro che vi approdano non muoiono, ma vivono di generazione in generazione, prosperando alla luce. Guai però se i visitatori dovessero ritornare nel nostro mondo, perché il tempo trascorso nel mondo mitico non corrisponde assolutamente a quello della realtà.
Un baleniere irlandese, che vi capitò per caso, vi trascorse tre notti tra feste, danze e corteggiamenti, poi quando si ricordò di tornare alla sua nave e quindi alla terraferma, si accorse che erano passati trecento anni e il tempo cadde su di lui, inesorabile e inclemente.
Le leggende irlandesi, specie quelle raccolte da Yeats durante il periodo del revival celtico tra il XVIII e XIX secolo, posizionano la mitica terra al centro di laghi, l’acqua è l’elemento sciamanico e soprannaturale per eccellenza, che porta ad altri mondi ed esula il nostro da altre dimensioni. È naturale quindi che un posto come Tir-Na-Nog sia al centro di polle d’acqua. Le storie posizionano addirittura temporalmente, cioè in un momento dell’anno specifico, alle prime luci dell’alba de Calendimaggio, il primo giorno di maggio, quando la vita rifiorisce e l’aria fresca del mattino elettrizza coloro che vi assistono da desti.
Una gorgogliante cacofonia di suoni si impossessa dell’aria, la superficie del lago si increspa, nebbie mistiche si sollevano e in un battito di ciglia ecco apparire Tir-Na-Nog, croce e delizia di coloro che la intravedono.


