Intervista a Annamaria Tartaglia

L’importanza di supportare startup al femminile

Redazione | Catobi
Oct 10 · 7 min read
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L’articolo si inserisce all’interno della collaborazione di partnership con WomenXImpact, l’evento internazionale più atteso dell’anno dedicato all’empowerment femminile che il 18, 19 e 20 novembre 2021, si svolgerà presso FICO Eataly World di Bologna e Online.

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Oggi vi presentiamo l’intervista che abbiamo condotto con Annamaria Tartaglia, Fondatrice di Angels4Women e CEO di TheBrandSitter.

Noi di Catobi crediamo molto nella forza delle community e ci uniamo al messaggio che vogliono lanciare. Ecco cosa abbiamo chiesto ad Annamaria.

  • Chi è Annamaria? Come è arrivata fino a qui?

Una persona con tante vite. Ho iniziato occupandomi di strategia e comunicazione lavorando all’estero. In Italia sono entrata nel mondo del fashion e del lifestyle facendo il direttore marketing e comunicazione per grandi marchi e sono passata al mondo retail. Circa 10 anni fa dopo una delusione lavorativa mi sono chiesta cosa volessi fare e da dove ripartire. Avevo già in mente di volermi occupare di giovani talenti e di iniziare un percorso di give back da una parte e di scouting degli imprenditori del futuro. Mi sono interessata di startup innovative, se possibile al femminile, ma anche di recupero delle professioni artigianali. Ho iniziato a investire in startup che, in un primo momento, selezionavo in modo indipendente e focalizzato e, in un secondo momento, tramite gruppi di business angels, fino a quando ho fondato con altre 20 donne la prima associazione al femminile in Italia, Angels for Women, che investe in imprenditoria e startup al femminile.

  • Angels for Women: primo gruppo di Women business angels nato per sviluppare startup femminile in Italia. Come vedi la situazione startup e donne in generale e in Italia?

Credo che sia importante fornire alcuni numeri per capire. Quando parliamo di startup il panorama italiano è molto vivace, con circa 12000 startup innovative, di cui il 13% a prevalenza femminile, di cui solo il 4% è composto esclusivamente da donne. Il nostro obiettivo è investire in startup a prevalenza femminile. Spesso il panorama è abbastanza frammentato, con alcune specializzazioni in settori come IT o R&D o servizi che non sempre sono il core del business al femminile, che spesso sono indirizzate nel lifestyle, nella cura della persona e della sostenibilità. È bene, dunque, capire in che termini dare sostegno a queste realtà, non soltanto in termini economici, ma affiancandole anche in termini di mentorship e advisoring. Molto spesso le startup al femminile hanno due modi di svilupparsi: o essere una scelta dopo anni di carriera fatta in conto terzi, senza base imprenditoriale, oppure nascono da quella che è l’idea di giovani donne che si rendono conto di una mancanza nell’area dei servizi nel proprio Paese. Viaggiando, lavorando o studiando all’estero, possono costruirsi un benchmark con quello che succede in altri Paesi. In Italia quasi il 40% delle startup è concentrato in Lombardia e Lazio, ma anche in Campania, Veneto e Emilia Romagna. Parliamo di società gestite da una maggioranza femminile, ma anche di stranieri che gestiscono startup. Notiamo che non è vero che le startup sono dominio di persone giovani. Rispetto ad altri Paesi c’è da un lato minore accesso del pubblico femminile e della presenza giovanile, ma soprattutto non è semplice per una donna avere accesso ai finanziamenti per la sua Startup anche se i dati dimostrano che quando si investe in una startup al femminile, la redditività dell’investimento è 3 volte superiore rispetto alle startup di qualunque altro genere.

  • Da cosa pensi che dipenda questa difficoltà ad ottenere il credito? È un pattern, hai visto qualcosa di generalizzato, oppure? Motivazione che sono donne è un po’ stantia, allora in che Paese viviamo?

Ti porto la mia esperienza in Women20 dove sono a capo dell’area dell’imprenditoria femminile e dell’area finanza e dove, insieme alle delegazioni di 20 Paesi sto cercando di capire cosa intendiamo con “possibilità di finanziamento”. Anche se sembra che l’ltalia abbia più problemi rispetto agli altri, in realtà quando si tratta di andare a chiedere dei finanziamenti o presentare la propria idea, esiste una sorta di timore da parte delle donne, che spesso sono le prime a non credere fino in fondo a quello che stanno facendo. Temono una valutazione, di non essere in grado, di non esprimere fino in fondo le proprie competenze. Come dicevo prima, imprenditori non si nasce, ma lo si diventa, perciò è necessario che ci sia un percorso che chiunque voglia diventare imprenditore deve fare per acquisire consapevolezza. Bisogna insegnare che essere imprenditore non è un’alternativa quando non si hanno altre scelte, ma è un vero e proprio mestiere per il quale serve preparazione finanziaria, economica, nel marketing, nella comunicazione… Quello che dobbiamo fare è, dunque, formare chi vuole essere imprenditore fornendogli tutti gli strumenti per competere sul mercato e arrivare a chiedere un finanziamento con un business plan. Devono essere perfettamente in grado di spiegare a una banca che quei soldi sono bene investiti e genereranno in futuro non solo redditività per l’investitore, ma porteranno anche alla creazione di un beneficio per la comunità. Non devono avere paura di chiedere a dei mentor aiuto nel sviluppare l’idea e, magari, migliorarla, raggiungendo maggiore fiducia per supportare l’accesso al credito.

  • Come vedi le venture capital in Italia confrontandole con la situazione europea e con un breve accenno agli USA.

Parlando del mercato americano, c’è maggior sviluppo del mondo venture capital, non dimentichiamoci che c’è una consapevolezza diversa sulle modalità di investimento e ci sono esperienze diverse (come ad esempio la Silicon Valley) che sono diverse dal mondo italiano. In Europa i numeri sono più limitati. In Italia ci sono poco più di 1000 business angels, di cui solo il 16% è donna e hanno età media 50 anni. La concentrazione è nel nord Italia e solo un quinto di questi viene considerato experienced, cioè che ha in portafoglio più di 10 investimenti. In Italia nell’ultimo anno ci sono stati meno investimenti a causa della crisi, ma l’ammontare è stato maggiore (si parla di 655 milioni di euro nel 2020). Ciò ha fatto beneficiare aziende e startup a diversi livelli. È cambiata la logica su cui si investe: deep tech AI, IoT industry 4.0 che insieme a fintech e insuretech hanno raccolto di più. Il 2020 ha visto grande concentrazione su eCommerce e un grande player italiano come CVC Venture capital si è mosso maggiormente oltre a equity crowd funding e crowd funding, quindi possiamo comunque parlare di un grande movimento sul mercato italiano. Cosa cercano i Venture Capitalists? Biontech, travel e contesti colpiti dal covid, che si vuole rilanciare. In Italia c’è stato grande movimento, come in altri Paesi dove si è scelto quale ambito implementare per i propri investimenti. L’Italia ha subito una grande accelerazione grazie al fatto che si stanno presentando sempre più startup in ambiti ritenuti interessanti e che, pur non avendo unicorni, la situazione è vivace e ciò consente all’investitore di diversificare il proprio portafogli.

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  • In base alla tua esperienza, quali consigli daresti a chi vuole fare startup in Italia?

La prima cosa è di non avere paura e non intraprendere la strada da soli, cercando qualcuno con cui condividere il percorso e non temere di chiedere aiuto, di guardare sul mercato quali sono i player con cui sviluppare il progetto, studiare con attenzione mercato, settore e di guardare esperienze fatte da idee simili all’estero per capire il percorso fatto e non avere paura di fallire e sbagliare. Nessuna delle startup che seguo non ha commesso errori e non ha ripensato il proprio percorso. Credo che un confronto aperto, una capacità di ascolto e grande velocità nel momento in cui ci si rende contro che le cose vanno cambiate siano fondamentali. E soprattutto non arrendersi alla prima porta chiusa. Capire la figura del mentor che possa aiutare nella credibilità del progetto facendogli fare da ambassador rispetto a quella che è la propria idea.

  • Come vedi la situazione dell’imprenditoria italiana? Come vivi l’imprenditoria e quale futuro vedi sia per le startup innovative sia per un modello più tradizionale?

In questo momento storico è evidente che essere imprenditore è un rischio anche più grande che in passato perché l’incertezza domina. È anche vero, però, che se una persona arriva preparata a fare l’imprenditore ci sono grandi potenzialità. Questa crisi porterà a doversi reinventare e molte donne possono cogliere questa occasione. La scelta sarà tra lavorare per terze parti, oppure capire quale può essere una propria via. È vero che, per il mondo femminile in particolare, è difficile, ma essere imprenditore consente di valutare un corretto work-life balance e cercare obiettivi e successi personali, frutto del proprio sacrificio. Una persona deve in primo luogo sentire di essere portata o meno a farlo, capire i sacrifici, ma anche cosa e come si può fare nel medio e lungo periodo. Una volta raggiunto il successo, è importante condividerlo con gli altri ed essere disponibili ad aiutare chiunque si trovi ad affrontare un percorso evolutivo simile a quello intrapreso.

Ringraziamo Annamaria per il prezioso contributo!
Ci vediamo a Bologna!

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