L’Italia è un Paese fondato … sulle ore lavorative

Lavoriamo tanto e produciamo poco?

Marco Scarpellino
Nov 17 · 6 min read
www.catobi.it

“Chissà come sarà il lavoro post Covid”

“Lavoreremo tutti da casa in remoto o faremo ritorno in ufficio?”

“Chissà se continueremo a lavorare con la stessa intensità o se, invece, accorceremo i nostri ritmi lavorativi introducendo la settimana breve”.

Ognuno di noi si è posto, almeno una volta, un interrogativo simile. Abbiamo immaginato un mondo lavorativo nuovo, post pandemia, eppure la normalizzazione della situazione pandemica non ci sta lasciando uno scenario così diverso da quello che vivevamo nel 2019. Nessuna rivoluzione, niente taglio delle tasse, avanti con la logica dei bonus in attesa del prossimo sussidio ed impegnati lavorativamente tanto quanto prima. Anzi, forse di più, per far fronte non solo alle difficoltà scaturite dal Covid quanto ad una crisi sistemica iniziata molto prima.

In base agli ultimi dati OCSE del 2020, l’Italia è uno dei Paesi Europei dove, in media, si lavora più ore. Nel dettaglio, nel Belpaese sono 1.559 (29 settimanali) le ore annuali lavorate, 46 ore in più della media europea. In cima alla classifica troviamo Malta, Irlanda e Grecia mentre la Germania è lo Stato in cui si lavora di meno. Un quadro che, espresso in altre parole, equivarrebbe a dire che rispetto ai tedeschi gli italiani lavorano un giorno in più alla settimana. Non è un caso se la Germania viene anche definita come il “Paradiso dei lavoratori”, no?

Se l’Italia è nelle prime posizioni per numero di ore lavorate si trova, invece, agli ultimi posti per livelli di produttività calcolata, questa, come rapporto tra il PIL ed il numero di lavoratori e di ore lavorate nel nostro Paese. Si riferisce, dunque, all’efficienza con cui un lavoratore, un team o un’azienda, genera beni o servizi in un certo lasso di tempo con un certo volume di risorse. In pratica lavoriamo tanto, ma lavoriamo male.

La filosofia “Work smarter, not harder”, sebbene onnipresente sui social, non trova grande applicazione nel nostro Paese. In alcuni contesti, chi lavora meno o va via in orario viene visto male da colleghi e manager. Lavorare il giusto a volte viene interpretato come un sinonimo di pigrizia. Ricordo ancora molto bene il mio stupore quando un mio collega, che aveva lavorato in alcuni Paesi del Nord-Europa, mi raccontava di come all’inizio della sua esperienza lì avesse ricevuto un rimprovero ed una bassa valutazione nella prima revisione da parte del suo capo. L’accusa era quella di passare troppo tempo in ufficio e questo, secondo il giudizio del suo manager poteva voler dire 2 cose:

Il fatto che la tendenza tipicamente italiana di restare in ufficio più a lungo del previsto non venga apprezzata negli altri Paesi Europei è confermata da un’analisi condotta da Business Insider che mette in mostra come questo sarebbe un segnale di inefficienza ed incapacità nel gestire il proprio tempo. A conferma di tutto questo ci sono i dati raccolti da Starting Finance i quali dimostrano come nel nostro Paese, negli ultimi 5 anni, la produttività sia aumentata di appena del +3%, molto lontana dall’Irlanda che segna un +22%. Peggio di noi, si legge nel loro report, solo Grecia, Spagna e Olanda in cui è scesa del -1%.

Molto interessante, inoltre, sarebbe studiare il rapporto tra qualità del lavoro e relativa marginalità: potremmo poi parlare di ottimizzazione del lavoro, nel caso? Riusciremmo a raggiungere o, quanto meno, a seguire la logica del Work Life Balance danese, considerato il Paese più felice al mondo? Secondo Business Insider la giornata lavorativa tipica del danese medio comincia alle otto di mattina e finisce alle quattro del pomeriggio, dal lunedì al giovedì. Il venerdì, in genere, l’uscita è anche anticipata. Quasi 350 ore in meno: ecco la differenza tra l’orario di lavoro danese e quello italiano, su base annuale. Tale flessibilità oraria è permessa dal senso di fiducia che imprenditori e manager hanno nei confronti dei propri dipendenti e collaboratori. L’importante non è, infatti, quando viene svolta una determinata attività né come: l’importante è che vengano raggiunti gli obiettivi prefissati, in maniera efficiente.

A consolidare l’idea del Paese più felice al mondo è Helen Russell, giornalista freelance che qualche anno fa si è trasferita da Londra in Danimarca ed afferma: “Le aziende si fidano di noi, sanno che faremo un buon lavoro, porteremo a termine il nostro compito. Dopodiché, siamo liberi di andare via”.

Ma la Danimarca non è sola. Seguendo la vecchia rivoluzionaria logica del “Lavorare tutti, lavorare meno” anche l’Islanda ha testato l’effetto della riduzione della settimana lavorativa: al netto della stessa paga ma per quattro giorni di lavoro e tre di libertà. Secondo i ricercatori che hanno analizzato i risultati dei progetti sperimentali fatti fra il 2015 e il 2019 la produttività è rimasta inalterata o addirittura è aumentata nella maggior parte dei luoghi di lavoro. Per alcune tipologie di lavoro, infatti, quanto scritto sopra non è applicabile. Ci sono lavori che richiedono presenza in una specifica fascia temporale, ma anche per quelli potrebbe applicarsi la stessa logica descritta in precedenza, ovvero cercare modi di incrementare la produttività oraria piuttosto che le ore lavorate. Questo potrebbe avere effetti incredibili e controintuitivi. Durante le nostre attività di consulenza, che mirano all’incremento dell’efficienza dei processi produttivi, abbiamo constatato nella quasi totalità dei casi che i lavoratori part-time hanno una produttività oraria più alta rispetto a quelli full-time a parità di mansione e competenze.

I Paesi dove si cumula il più alto numero di ore lavorate l’anno, dunque, non sono quelli con i più alti livelli di produttività né, tantomeno, quelli che raggiungono i maggiori livelli di competitività. Non esiste, perciò, un rapporto di proporzionalità diretta tra ore lavorative e produttività. Come direbbe Daniel Pink, però, c’è un disallineamento tra quello che la scienza dimostra e quello che viene messo in pratica nelle nostre aziende. Si continua a spingere la logica del lavorare molto soprattutto dal punto di vista comunicativo e continuiamo a porre grossa enfasi su quanto lavoriamo e quante caselle della nostra to-do list spuntiamo in quel tempo. Il fuoco, invece, specie per i cosiddetti knowledge workers dovrebbe spostarsi su cosa facciamo durante le ore in cui lavoriamo che aggiunga valore per la nostra organizzazione. È chiaro che questo aspetto necessità di una trasformazione dell’approccio generale delle nostre aziende. Cominciare a comunicare quali sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere e lasciare ai collaboratori la possibilità di decidere come contribuire a quegli obiettivi. Successivamente dovremmo incoraggiare conversazioni che mostrano come l’intero processo sta andando ed aiutarli a trovare strade alternative se quelle messe in pratica fino a quel momento non stanno dando i risultati sperati. Questa logica prescinderebbe completamente dal tempo che spediamo lavorando e darebbe grandissima efficacia alle cose che facciamo durante quel tempo (oltre ad alimentare la motivazione).

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A questo punto sorge spontaneo chiedersi: A cosa porterebbe, dunque, l’introduzione della settimana breve anche in Italia?” Probabilmente assisteremo a nuove opportunità di lavoro e, forse, a nuovi lavori. Ma sembriamo ancora troppo lontani da questa mentalità. Mentre si pensa a come e se mantenere lo smart working ancora in troppo pochi guardano a come potrebbe cambiare la società semplicemente riducendo l’orario di lavoro e al contempo aumentando produttività e soddisfazione dei propri collaboratori.

Resterà ancora per molto un’utopia? O quando accadrà che l’Italia si allineerà al “dilagante movimento globale per la settimana lavorativa di quattro giorni” come lo definisce Forbes? C’è sicuramente da sperimentare un po’ per arrivare alla soluzione ideale ed ogni contesto avrà la sua soluzione ideale ma le aziende che inizieranno questo percorso in anticipo ne godranno i benefici più a lungo e saranno grandi poli di attrazione per i talenti.

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