A closer look: Specificità Europee

“[dopo le influenze dell’impero Romano e del Cristianesimo] Manca qualcosa alla nostra figura; manca quella meravigliosa modifica alla quale noi dobbiamo non il sentimento dell’ordine pubblico e il culto delle città e della giustizia temporale; e nemmeno la profondità delle nostre anime, l’idealità assoluta e il senso di una giustizia eterna; ma ci manca quell’azione sottile e potente a cui noi dobbiamo il meglio della nostra intelligenza, la finezza, la solidità del nostro sapere — come pure le dobbiamo la chiarezza, la purezza e la distinzione delle nostre arti e della nostra letteratura; è dalla Grecia che ci giunsero queste virtù. […] Tali mi appaiono le tre condizioni che mi sembrano definire un vero Europeo, un uomo in cui lo spirito europeo possa abitare in tutta la sua pienezza. In tutti i luoghi dove i nomi di Cesare, di Gaio, di Traiano, di Virgilio, di Mosè e di San Paolo, Aristotele e Platone e di Euclide hanno avuto un significato ed un’autorità simultanee, lì è l’Europa.[…] Riassumendo, esiste una regione del globo che si contraddistingue profondamente da tutte le altre sotto il profilo umano. Nel dominio della potenza, e in quello delle conoscenze precise, l’Europa pesa ancor oggi molto più del resto del globo.[…] In tutti i luoghi dove lo Spirito europeo domina, vediamo apparire il massimo di bisogni, il massimo di lavoro, il massimo di capitale, il massimo di rendimento, il massimo di ambizione, il massimo di potenza, il massimo di modificazione della natura esterna, il massimo di relazioni e di scambi. Questo insieme di massimi è l’Europa, o l’immagine dell’Europa.[…]”
 (VALÉRY 1957, 427–512)

Questo testo di Valery traccia come da tempo si cerchi di definire quell’unicità che caratterizza il “vecchio continente” rispetto al resto del globo come un insieme di tratti storici e culturali, anche se forse in maniera non abbastanza precisa.

Demografia

Densità della popolazione in Europa (Population density by NUTS2 regions 2011)

Ogni volta che si prova a considerare un comune denominatore di ciò che si possa dire “Europeo” ci si trova costretti ad ammettere che un singolo fattore non è mai sufficiente a descrivere univocamente l’Europa in quanto non la comprende appieno o viceversa è presente anche altrove. L’Europa è certamente un continente composto da piccoli stati (per superficie), tranne uno, la Russia. La popolazione media di questi stati, poco più di quindi milioni di abitanti per stato, rientra grosso modo nella media planetaria.

Preso per intero il continente europeo rappresenta uno dei maggiori “focolai di popolamento” del pianeta, per densità di popolazione, ma al suo interno esistono forti differenze di densità (che decresce fortemente spingendosi verso Est). Oltretutto se l’Europa si caratterizza a colpo sicuro per la densità della presenza umana, questa considerazione non esaurisce una realtà molto più multiforme: la densità europea è anche densità di società distinte, spesso molto differenti le une dalle altre, anche se si sono venute via via a giustapporre in una sorta di apparente prossimità.
 Alcuni indicatori come l’Indice di sviluppo umano (ISU) collocano la maggior parte dei suoi paesi, ma non tutti, in cima alla classifica mondiale, ma insieme ad altre nazioni come gli Stati Uniti, Giappone, Canada, Australia (l’insieme comunemente indicato come Occidente) (International Human Development Indicators 2011).

L’inclusione della Russia (o della sua parte “europea”) e delle nazioni post sovietici, in questi calcoli, viene principalmente fatta per non escludere quello che storicamente è stato un attore determinante delle vicende geopolitiche del continente — l’impero Zarista — ma che porta ad indicare come delimitazione geografica tra due continenti una barriera montuosa alquanto arbitraria (gli Urali sono una catena oltremodo spianata e facilmente attraversabile — molto più delle Alpi o dei Pirenei). Allo stesso maniera l’esclusione della Turchia (nonostante la sua parte europea) ritenuta più vicina al medio oriente, non fa giustizia della sua storia bizantina che sicuramente va ritenuta parte integrante del patrimonio culturale europeo. Proprio il patrimonio culturale, sicuramente fra i più ricchi esistenti, va interpretato come una commistione di tratti, influenze, contrapposizioni e scambi.

Religione

Diffusione delle religioni in Europa

Il Cristianesimo viene visto come religione emblematica dell’Europa e suo asse portante ma spesso questo è vero soltanto fino ad un certo punto. E’ stato fortemente associato agli ultimi due secoli di storia europea. Ha accompagnato la nascita, la crescita e l’espansione di questo spazio. E’ stato legato fin dall’inizio all’idea stessa di Europa, che si è ampiamente costruita contro coloro che non erano cristiani: Turchi, Arabi, Indiani d’America, Indiani d’India, Africani, Cinesi, Giapponesi. La cristianità, in quanto territorio e popolo cristiano, si è confusa con l’Europa fino al 1492, dove è diventata mondiale. Ma va assolutamente considerato che se da un lato il Cristianesimo non è la sola religione europea, dall’altro lo stesso designa al suo interno un insieme di diverse religioni.

Il solo Islam conta attualmente una quindicina di milioni di fedeli in Europa (Turchia e Russia escluse), e benché gran parte di essi possano essere immigrati di prima o seconda generazione dal resto del mondo, l’esistenza di un Islam autoctono è presente da molto tempo: in Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia, Albania e Bulgaria hanno subito l’innesto dell’Islam durante le differenti fasi della conquista ottomana, che si è durevolmente radicato e conquistato una sua autonomia nel corso degli anni. La Spagna meridionale è stata lungamente territorio musulmano fino alla reconquista dei Re cattolici, e ha lasciato un’impronta indelebile in quei territori.

Il Giudaismo fa la sua comparsa nel continente pressoché contemporaneamente al Cristianesimo, nei secoli seguenti e fino allo sterminio della Seconda Guerra Mondiale due focolai europei sono all’origine di una cospicua e di un vasto sistema di flussi. Il primo, ashkenazita, corrisponde grossomodo allo spazio della Mittleeuropa. Il secondo, sefardita, proviene dall’espulsione degli Ebrei dalla penisola iberica dopo il 1492, per insediarsi in Francia, Italia, Gran Bretagna e Paesi Bassi.

Percentuale delle popolazioni europee che dichiarano di credere in Dio (Sondaggio Eurobarometer 2005)

Il Cristianesimo ha poi tracciato al suo interno alcune delle linee di demarcazione più importanti con la Riforma e la forte contrapposizione cattolici / protestanti da un lato, e lo scisma Ortodosso dall’altro. La frattura con i protestanti ha provocato guerre sanguinose in Francia, Germania e Gran Bretagna e continua ad essere motivo di forte tensione in Irlanda, mentre la separazione cattolici / ortodossi costituisce un tratto forte di demarcazione in Polonia, Lituania, Ucraina, Bosnia e Romania.

Anche le divisioni più sottili meritano attenzione, in particolare in seno all’area frettolosamente e genericamente etichettata come “protestante”, come i conflitti fra gli anglicani britannici e presbiteriani scozzesi. Le molteplici varianti del Cristianesimo europeo hanno dunque conferito forma e forza ad altrettante contrapposizioni.
 Infine non va dimenticato come l’Europa sia a tutt’oggi il continente con la più alta percentuale di atei / laici dichiarati (variando in genere tra il 20% al 50% a seconda dei paesi), mentre nel Nord America raramente supera il 10% (UK among most secular nations 2004) e in Giappone la commistione tra Buddhismo e Scintoismo abbatte questa percentuale a quasi nulla.

Tutto quanto descritto non fa che sottolineare come il fattore religioso in Europa sia stato più che un coagulante in sé, un insieme frammentato e complesso come poche altre aree nel mondo.

Economia

Un’altra chiave di lettura delle specificità europee può essere l’Europa come luogo fatto di reti mercantili e commerciali. Già dal XVI secolo si può osservare una cosiddetta “dorsale europea” composto dall’area del Reno — Alpi — Pianura padana, composta da una rete molto densa di città dinamiche nelle filiere commerciali, che attraversano tranquillamente le frontiere per fornire tutti gli spazi continentali delle merci importante col commercio asiatico (da Venezia), o prodotte dalle più fertili pianure del meridionale “Granaio d’Europa” e poi efficacemente ridistribuite al nord. Con l’avvento della Rivoluzione Industriale si consolidò e riequilibrò uno spazio relativamente omogeneo di traffici mercantili da Londra a Milano, con lo spuntare di nuovi poli minerari come nelle Midlands, nella Lorena o nella Ruhr.

L’Europa economica secondo Jacques Levy

La famosa Lega Anseatica (Hansa) di città mercantili attive fin dal XII secolo nel nord d’Europa che arrivò ad avere punte anche in Spagna, Francia e Russia, ne è un esempio calzante. I suoi attori principali sono mercanti di Amburgo o di Lubecca, parlano un basso tedesco che grazie anche alla loro azione diventa lingua franca nei porti dove operano, tedeschi ma anche olandesi, inglesi, prussiani e scandinavi. Questi mercanti offrono dunque l’espressione già compiuta di un’identita, certamente radicata nelle comunità locali e territoriali, ma fortemente segnata da un cosmopolitismo europeo.

Jacques Levy ha descritto (LÉVY 1999) nella maniera seguente la struttura economico-sociale del continente: una struttura formata da un primo nucleo costituito da un allargamento della Dorsale su due corridoi paralleli: Helsinki — Stoccolma — Berlino — Vienna — Venezia — Firenze ad est, Birmingham — Rouen — Bourdeaux — Madrid — Barcellona ad ovest. Questo può essere definito il “cuore” dell’Europa pulsante, che comprende le maggiori potenze (anche se in perenne o quasi conflitto) più qualche piccolo ricco stato (Lussemburgo, Svizzera). Si estende poi una prima periferia che comprende le estensioni spaziali di quelli stati con centri importanti nel cuore d’Europa (paesi nordici, resto della Germania, Della Francia, della Spagna) per estendersi fino a poli sviluppati, ma al di fuori dei corridoi principali (Lisbona, Dublino, Atene, Praga, Varsavia).

Questa Europa così descritta, come una fitta rete di interscambi fluidi e sostanziosi, rappresenta tra il 35 % e il 40% della produzione mercantile mondiale, benché nei settori di rilievo delle tecnologie più avanzate le aziende più grandi per dimensione e fama siano nate altrove. Questa può essere letta come una specificità tutta europea: una singolarità che Michel Albert ha chiamato “modello renano” che può essere generalizzato nell’espressione “modello sociale europeo”. Una gestione delle risorse globale e sistemica, invece che atomizzata e segmentata, imponenti sistemi di protezione sociale (con prelievi obbligatori intorno al 40–50% del PIL a fronte del 25–30% degli altri paesi sviluppati) e una tradizione di politiche pubbliche macro e micro-economiche figlia di un antico pluralismo politico che ha permesso al movimento operaio di assumere abbastanza presto voce nelle istanze dei grandi equilibri politici.

La lingua

Una barriera che a prima vista può sembrare insormontabile è la lingua, caratteristica fondamentale di ogni cultura. Attualmente le lingue ufficiali dell’Unione Europea sono ben 23, ed è difficile immaginare in tempi brevi un’omologazione degli idiomi europei. L’interazione di una comunità presuppone la comunicazione, e le diverse lingue continueranno a dividere gli Europei ancora a lungo, soprattutto i meno scolarizzati. Alcune considerazioni meritano comunque menzione:

  • Il multilinguismo è una pratica che può offrire esempi convincenti come la Svizzera, nel pieno cuore d’Europa. In Svizzera la coabitazione di tre gruppi idiomatici avviene in buone condizioni, tanto a livello federale che a livello di cantone. La situazione storica della Svizzera è particolare, gli svizzeri accettano questa loro eterogeneità per mantenere uno Stato solido che li protegga da mire esterne (ma su scala maggiore non sarebbe lo stesso per l’Europa?) e sono riusciti a creare un certo equilibrio grazie all’indebolimento del tedesco (idioma dominante) per la differenzazione tra lingua scritta e parlata, ed un rafforzamento culturale ed economico delle minoranze italiofone e francofone grazie alla prossimità estera dei due Stati, ma ciò non toglie che il loro è una prova di un sentimento di appartenenza che trascende la lingua ufficiale.
  • I Paesi Bassi, il Belgio e la Scandinavia tutta sono un ulteriore esempio di relativizzazione dell’idioma: qui è l’Inglese che funge da lingua franca e da “passaporto culturale” a paesi il cui spazio linguistico si riduce in maniera non più sostenibile. In un mondo in cui la chiusura monolinguistica è impossibile, la sopravvivenza può venire solo da una accettazione del multilinguismo come paradigma poliglotta.
  • La democrazia più popolosa del mondo è l’India, che al suo interno vede una situazione idiomatica molto simile al multilinguismo europeo: la costituzione indiana riconosce 23 lingue ufficiali, l’Hindi è parlato da non più di un terzo della popolazione e ogni singolo stato indiano riconosce fino a 3 lingue ufficiali (in genere l’hindi, l’inglese e la lingua locale). E’ proprio l’inglese a fare da collante regionale a causa della dominazione coloniale e benché sia difficile comparare la storia e la formazione di una nazione come l’India con la storia europea è indubbio che anche l’India rappresenta un ottimo esempio di sentimento ed identità nazionale che trascende la lingua.

L’europeo

L’Europa è, come sopra indicato, uno dei luoghi a maggior densità del pianeta. I gradienti di densità erano preesistenti agli Stati nazione e vi hanno resistito. Essi sono un tratto composito ma di primaria importanza per esprimere la storia di una civiltà. Le migrazioni, le guerre, e gli altri spostamenti di popolazione si sono combinati con i sistemi agrari prima, industriali e di urbanizzazione poi. La densità contribuisce oggi a specificare l’Europa contemporanea nei confronti del mondo, ma anche a differenziarla. La sua eterogeneità interna si ripresenta a tutte le scale e rappresenta la mescolanza degli uomini che nel corso dei secoli l’hanno popolata e percorsa sotto il reticolo rigido e apparentemente onnipotente degli apparati statali.

La promiscuità di questi Stati e culture così simili ma sempre in competizione, portatrice di odi ma anche di prossimità responsabile per dare un senso positivo al contatto, e le mobilità dei loro abitanti di ogni tipo contribuiscono a coltivare un legame sociale. Muoversi, acquistare cose diverse, fare i propri studi o trascorrere le vacanze altrove: quel che facevano solo pochi intellettuali qualche secolo fa, oggi viene fatto da una parte sempre maggiore della popolazione europea. Ciò può essere anche fatto da popolazioni provenienti dal resto dell’occidente o da altri paesi del pianeta, ma quello che caratterizza la mobilità europea è il fatto che, anche a breve distanza, uno spostamento costringe all’incontro, o almeno al contatto, con società apparentemente diverse ma, come abbiamo visto, fondate su basi che nel corso della storia a forza di rimescolarsi ed influenzarsi l’un l’altra, poggiano tutte su caratteristiche inequivocabilmente uniche rispetto al resto del mondo.

Un Europeo è una persona che ha avuto l’opportunità di trascorrere del tempo in una famiglia straniera per un soggiorno linguistico, o di stringere legami di amicizia con adolescenti che parlano una lingua diversa dalla sua durante le vacanze, di avere nel corso della propria via privata o professionale, relazioni cordiali o intime — o comunque scambi — con Europei di un paese diverso dal suo.

sondaggio Eurobarometer (Eurobarometer, Special Eurobarometer n 251: The future of Europe 2006)

sondaggio Eurobarometer (Eurobarometer, Special Eurobarometer n 251: The future of Europe 2006)

Anche se ciò può accadere per non-Europei, nel caso dei contatti intra-continentali due componenti si combinano con la diversità: la vicinanza, che rende possibile un tessuto denso e continuo di scambi; e l’uguaglianza di fondo che distingue queste relazioni da quelle diseguali del tipo Europa / Africa o America del nord / America Latina.

Uguaglianza di valori cardini che non a caso trova realizzazione nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali la prima convenzione internazionale che invece che riguardare solamente gli Stati e i rapporti tra loro, si propone di difendere e promuovere i diritti fondamentali del cittadino Europeo.


Originally published at Argo.

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