Il “buonismo” e “aiutiamoli a casa loro”

Antefatto: il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi pubblica una “card” con un’anticipazione del suo libro dove affronta il tema dei migranti con un approccio quantomeno ardito per un partito di vocazione liberal:

“Vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Se ciò avvenisse sarebbe un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico
 Ma il vero disastro sembra essere quello causato tra i militanti sbigottiti, raggiunti su smartphone e computer dalla “nuova linea” del Pd.
 La successiva cancellazione del post ne svela un altro di disastro: quello in cui è incorso chi cura le pagine social della comunicazione del Pd. Un errore che alimenta -. e sta continuando ad alimentare — indignazione e incredulità in rete.

Il discorso che ne segue è viziato da alcuni problemi di fondo e non arriva a cogliere la portata della nuova egemonia culturale di destra nel discorso pubblico.
 Tra le reazioni più significative degli influencer più importanti, ritorna spesso il concetto del’ “vocabolario dell’avversario” riferito al pregevole lavoro di Geroge Lakoff sui frame linguistici.

Va detto che però non si tratta tanto di un problema di “slogan” e vocabolari, ma che Lakoff ne fa più una questione di tipo valoriale. Lo schema mentale che sta alla base del ragionamento è il frame linguistico di riferimento, non l’uso di un lemma al posto di un’altro, altrimenti per fare campagna elettorale basterebbe un dizionario sinonimi/contrari ed il rischio di derive tragicomiche è sempre dietro l’angolo, come ben ci ricorda il “principale esponente dello schieramento a noi avverso” di veltroniana memoria.
 In questo senso l’uso dei singoli vocaboli “aiutare”, “casa” dovrebbe richiamare un atteggiamento amorevole ed altruistico, ma la metafora è inversa perchè l’espressione pone l’accento sul “casa loro” contrapposta a “casa nostra”, una contrapposizione tipicamente conservatrice, funzionale a chi non desidera gli immigrati nel proprio territorio. Si va così ad incastonare — soprattutto se vista insieme alle frasi iniziali — in una narrazione tristemente diffusa da tempo nel nostro Paese.

Il frame egemone in questo caso è uno schema conservatore che è entrato da tempo nel discorso pubblico e mediatico, insinuandosi nel profondo anche a sinistra, come vedremo: è la contrapposizione buono/cattivo o più precisamente buonismo illuso/cinico buonsenso.

La “lotta al buonismo” è un concetto estremamente semplice e di immediata immedesimazione per una larghissima fetta di elettorato, non solo conservatore, e poggia la sua spropositata potenza su due cardini:

il primo è la saggezza popolare, che da sempre caratterizza una fonte valoriale molto importante nella costruzione morale dell’individuo. La convinzione che “il mondo si divida in due tipo: o stronzi o fessi” declinata in vari modi contrappone sempre l’idealismo del cuore utopista giovanile al freddo buonsenso adulto della ragione utilitarista. Qualsiasi ragionamento o scontro ideologico che vada ad incardinarsi su quella direttrice vedrà prima o poi la seconda componente prevalere: è inevitabile.
 Il buonismo è “un lusso” con cui si intrattengono i benestanti dei salotti buoni, o le anime pie che ancora non hanno capito come gira il mondo, ma con la realtà presto o tardi bisogna fare i conti e bisognerà usare il “buonsenso del padre di famiglia”. Viene così ricondotto al buonismo — o ad una più generale ingenuità colpevole o dolosa — qualsiasi politica avversaria o posizione da confutare, attraverso meccanismi dialettici neanche troppo complessi e così facendo ci si assicura di giocare su di un piano inclinato in proprio favore in quanto il richiamo al buonsenso razionale è un concetto interiorizzato positivamente dalla quasi totalità della popolazione.

Il secondo cardine è di ordine personale / morale e poggia sulla visione “dell’altro” politico che può però essere il nostro panettiere, coinquilino, capoufficio o parente/amico. Per anni si è detto e raccontato di come l’egemonia culturale in Italia fosse in mano all’intelligencija che — soprattutto negli anni berlusconiani — descrivevano l’avversario politico e i suoi sostenitori con la proverbiale arroganza della “superiorità antropologica”: di là ci sono i disonesti, gli analfabeti, i mascalzoni; di qua le persone perbene, intelligenti e colte.
 Se la “lotta al buonismo” conserva e ribalta per contrappasso alcuni tratti di disprezzo per l’altro, ne esalta soprattutto due fattori: uno è il paternalismo superiore di chi insegue il bene non della propria parte politica, ma dell’intera comunità: anche il bene dell’avversario che non lo capisce o non ci arriva. Il secondo fattore invece la pretesa di essere superiori culturalmente e per furbizia, una tanto agognata ribellione alle èlite culturali che per anni li hanno scherniti: “la fiducia nella saggezza popolare, nella forza morale della collettività porta i populisti non solo a dubitare degli esperti, delle èlite che pretendono di sostituirsi all’intera comunità, ma anche a richiedere un ampliamento delle fonti di informazione per sviluppare le loro competenze” in modo alternativo allo status quo precedente (L’opinione pubblica: Teoria del campo demoscopico , Giorgio Grossi — Ed La Terza, 2015).

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Se quindi da un lato vi è la liberazione e lo sdoganamento di una parte di opinione pubblica disprezzata per anni dall’élite, coadiuvata da un periodo di profonda crisi economica e culturale e di progressiva sfiducia verso le istituzioni nel loro complesso, dall’altra vi è una sorta di umanizzazione di facciata del messaggio xenofobo per renderlo più appetibile: “la realtà è così anche se non volete accettarla. Avessimo una situazione migliore certo che aiuteremmo tutti, ma le cose stanno così e le persone furbe se ne rendono conto”.
 Viaggia in questo solco il “Prima gli italiani” leghista ma anche l’”America first” di Trump negli Stati Uniti, in generale è sempre più raro vedere narrazioni che fanno appello ad una presunta machista e virile “superiorità dei migliori” sostituiti sempre più da esortazioni a “farsi furbi”.

Non è un caso che l’argomento dialettico più temuto dai conservatori xenofobi come la Lega Nord e simili sia quello dei contributi pensionistici e del sistema di welfare che per via della demografia occidentale non può fare a meno dell’apporto vitale dato dagli immigrati. E’ un’ argomento che ribalta il tavolo fin qui descritto, non si può incardinare nella direttrice “buonista” ma anzi fa leva sull’utlitarismo, assume una forza impetuosa tutta sua e l’unica cosa che resta da fare ai suoi detrattori è contestarne le premesse e la veridicità, con risultati molto più miseri.

Resta però estremamente diffusa la terminologia in materia che in qualche modo può essere ricondotta al frame linguistico del buonismo, in quanto in larga parte è originario di decenni addietro quando il problema era invece combattere un linguaggio discriminatorio: si parte dalle missioni umanitarie, rispetto dei diritti umani, per giungere alla più generale gestione dell’accoglienza (con punte di triste ironia nei casi dei Centri di accoglienza che di accogliente hanno ben poco).
 Ultimamente si è assistito all’introduzione di termini il più sterile possibile: “migranti” al posto di “rifugiati” o di “clandestini” ne è l’esempio più lampante, rendendo ulteriormente futile la distinzione tra migranti economici e politici, distinzione che porta con sè la discriminante legalistica ma risulta superflua in percezione (sia positiva che negativa).

Lo scorso 2015 la rete televisiva Al Jazeera ha fatto sapere di aver abbandonato l’uso della parola “migrante”, con riferimento a quanti rischiano la vita attraversando il Mediterraneo per venire in Europa. Il direttore delle News, Salah Negm, commentò per l’occasione: «La parola migrante è diventata un ombrello molto poco accurato per definire la complessità di questa storia, un termine “peggiorativo” che “allontana e priva della sua umanità” la persona a cui è affibbiato, trasformando in numeri un individuo come te e come me, pieno di pensieri, di storie e di speranze […] Nel Mediterraneo non esiste una crisi di migranti, esiste invece un gran numero di profughi in fuga da inimmaginabili miserie e pericoli e un numero inferiore di persone che cercano di sfuggire a quel tipo di povertà che spinge taluni alla disperazione».

Per condivisibili che possano suonare queste parole, questo sottolinea solamente la viralità e potenza di un frame comunicativo capace di ribaltare il senso e l’effetto di ragioni e motivazioni che dovrebbero fare appello alle più fondamentali componenti dell’animo umano. Frame che continuerà ad acquisire potenza ed egemonia ogni qual volta si farà appello — anche da sinistra — ad una pelosa “generosità” nei confronti dei più sfortunati a patto però che questi poi siano riconoscenti, ad una cristiana accoglienza a patto che l’ospite mostri rispetto e si comporti con rettitudine, o a chi sollecita riparazioni in funzione del senso di colpa post coloniale.

Separare la giustizia di una politica dalla bontà del gesto è oramai un imperativo categorico non solo per l’elaborazione delle soluzioni ma anche per una conduzione funzionale del dibattito pubblico.
 Gestire il fenomeno migratorio in un determinato modo va fatto NON perchè siamo buoni e gentili, ma perchè è la cosa migliore per tutti, perchè ne abbiamo bisogno, perchè bisogna ampliare l’orizzonte temporale e ragionare in termini di decenni e non di settimane, perchè l’alternativa proposta è volutamente inattuabile, sconclusionata e facile paravento per basse e pulsioni violente.
 Così facendo potremo provare a sanare un discorso pubblico pericolosamente inclinato, ma soprattutto eviteremo noi stessi di restare delusi e pentirci in futuro.


Originally published at Argo.