Frammenti di un discorso diabolico

Diario di letture brasiliane ep. II: Se Bernardo Carvalho incontra Roland Barthes
Di Pierluigi Manchia

Se è vero che un diario che possa chiamarsi tale dovrebbe aspirare a un effetto di sincerità — reale o simulata, poco importa — allora un diario di letture dovrà, proprio come nella vita reale, contemplare la possibilità di letture multiple e simultanee, letture prime, letture complete, letture abbandonate, a volte riletture (e quante altre sfumature dell’atto di lettura possiamo concepire). Nel caso in questione il lettore di questo diario — un lettore di secondo grado, lettore di letture — si trova di fronte al resoconto di una rilettura del romanzo Simpatia pelo demônio (letteralmente: Simpatia verso il demonio) dello scrittore carioca Bernardo Carvalho. Per tenere fede alle aspirazioni di sincerità del genere diario, imbraccerò a partire da questo momento l’attrezzo più primitivo, e allo stesso tempo il più basico, presente nella cassetta del diarista: la prima persona.

Bernardo Carvalho (Karime Xavier / Folhapress)

Rileggo Simpatia pelo demônio con piacere, a distanza di qualche mese dalla prima lettura. L’avevo comprato all’aeroporto Galeão di Rio de Janeiro per far fronte alle dodici ore che mi aspettavano sul volo Rio-Zurigo, prima tappa di un lungo viaggio di ritorno a casa. Un tascabile ideale per il viaggio, con una copertina intrigante (un dettaglio di un famoso dipinto di Hyeronimous Bosch) che aveva subito attirato la mia attenzione, senza contare che, poche settimane prima, avevo letto con interesse un altro romanzo breve dello stesso autore Nove noites (“Nove notti” vincitore dei premi Portugal Telecom e il Prêmio de literatura da Biblioteca Nacional). Una volta sull’aereo avevo divorato le pagine del romanzo una dopo l’altra, interrompendo soltanto quando il torpore indotto dal continuo rollare dei motori aveva la meglio sulla mia volontà di lettura. Quando dopo undici ore e mezza il capitano o chi per lui annunciò l’inizio della discesa verso Zurigo, mi mancavano una manciata di pagine per completare la lettura. Avrei potuto benissimo leggerle, accelerando un po’ il ritmo, in quella mezz’ora di discesa verso l’aeroporto svizzero, ma decisi di riservarle per un momento più propizio. Il giorno successivo, raggiunta finalmente casa mia, dopo un periplo di altri 2 aerei e un pullman notturno, eccomi che poggiato al termosifone dello studio, gusto le ultime venti pagine del romanzo di Carvalho. Lo finisco, ci penso un po’ su, poi lo metto da parte e me ne dimentico per qualche mese.

Ora, a distanza di mesi da quella prima lettura, cosa mi spinge a riprendere in mano un romanzo che avevo praticamente gettato nel dimenticatoio e a scriverci sopra questi appunti? La risposta è forse anche troppo ovvia: una lettura affine. Da tempo avevo voglia di leggere i Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes: lo vedevo spesso a casa di amici, una candida edizione Einaudi che spiccava in mezzo a decine di altri titoli. Ed ecco che in modo quasi provvidenziale me ne ritrovo in mano una prima edizione catalana piuttosto recente (Àtic dels llibres, 2015), altrettanto candida, con una grafica di copertina che ricorda per la sua elegante semplicità i volumi Gallimard, pubblicata in occasione del centenario dalla nascita del semiologo francese. Leggendo le osservazioni di Barthes sulle figure e le scene del discorso amoroso non posso fare a meno di ripensare ai protagonisti del romanzo di Carvalho, Rato e Chihuahua, la cui relazione amorosa per quanto peculiare si presta a un confronto con il sistema di figure del discorso amoroso descritto dal celebre semiologo. Ecco allora che mi ritrovo nuovamente tra le mani Simpatia pelo Demônio, sperando di penetrarne più a fondo la relazione d’amore, vero centro dinamico della trama, servendomi delle categorie (le figure) di Barthes.

Roland Barthes

Simpatia pelo Demônio narra su due piani paralleli due diversi periodi della vita di Rato (letteralmente, il Topo), cinquantenne con alle spalle una florida carriera come mediatore di conflitti tribali per un’importante agenzia umanitaria statunitense, nonché autore di una “rivoluzionaria” tesi di dottorato sulla violenza. Se su un piano vediamo il protagonista che disperato accetta di intraprendere una quanto mai pericolosa missione di riscatto in un ignoto paese mediorientale scosso da un perpetuo conflitto (senza nessun appoggio da parte dell’agenzia per cui lavora, che per dissimulare il proprio coinvolgimento dovrà licenziarlo), sull’altro seguiamo le vicende che lo hanno portato sull’orlo del precipizio dal quale scruta l’abisso: leggiamo della turbolenta (che cliché, penserà qualcuno, l’amore turbolento!) ambigua e clandestina relazione d’amore che Rato (sposato, con una figlia) intrattiene con il Chihuahua, ricercatore messicano pochi anni più giovane di lui (che a sua volta convive con Palhaço, il pagliaccio).

Fin dal loro primo incontro in un teatro Berlinese, Rato viene fatto prigioniero dal pericoloso gioco di seduzione del Chihuahua, che lo trascinerà attraverso un percorso di continui inganni e menzogne, alternando atteggiamenti apparentemente nostalgici e affezionati a improvvisi scatti d’ira e repulsione. È così che il Chihuahua, che nei momenti d’intimità vorrebbe essere chiamato raposinha, volpina, cattura le sue prede (e a pensarci bene il Topo è, per natura, una delle prede principali delle volpi, oltre che l’animale da laboratorio per antonomasia) e le tiene prigioniere, in bilico, per mesi e anni, divorandone la voglia di vivere un morso alla volta. In questo modo, l’attesa che fa da intermezzo agli episodici incontri di Rato e Chihuahua (d’altronde la loro è una relazione a distanza, il primo lavora a New York, mentre il secondo vive con il compagno a Berlino) diventa per il Topo una vera e propria tortura: l’imprevedibilità del carattere del Chihuahua — che a distanza di ore può dichiararsi follemente innamorato per poi risolvere di interrompere la relazione tramite sms — rende impossibile trasformare lo slancio di desiderio del protagonista in una relazione stabile. Ogni reciprocità del Chihuahua, nel romanzo, è una menzogna, ogni dichiarazione, ogni gesto hanno un secondo fine, quello della conquista, del dominio. Come nelle negoziazioni in ambito bellico, si direbbe.

Il Chihuahua esercita il suo potere su un territorio, il corpo e la vita del Topo, che ha conquistato tramite un gioco di seduzione le cui regole non sono poi così diverse da quelle del campo di battaglia; ed è proprio a questo punto che l’analogia principale che percorre come una fine rete di rimandi e coincidenze l’intero testo, si fa palese in tutta la sua forza. Rato, così esperto nel risolvere situazioni di conflitto tribale, così abituato a parlare e trattare la violenza, a offrire soluzioni razionali, non è capace di difendersi dalle grinfie emozionali del Chihuahua.

L’amore, specialmente in questo caso, sembra voler suggerire l’autore, è un gioco di potere e violenza e come ogni attività bellica «non c’è vittoria definitiva» (p.30). La tregua è sempre una prospettiva provvisoria, le mediazioni e i trattati funzionano solo fino a un certo punto. Allora ci si rende conto che ogni riflessione sul conflitto o sulla violenza che per bocca del Topo l’autore ci mette di fronte può (e forse deve) essere letta come riflessione sull’amore; ed ecco dunque che lo stoico pragmatismo che caratterizza le posizioni teoriche esposte nella tesi del protagonista rappresenta altrettanto bene le dinamiche della relazione al centro del testo:

La pace è uno stato temporaneo di eccezione; è la stanchezza della guerra. L’uomo desidera la pace quando non sopporta più lottare o finché dura la memoria dell’orrore, che di solito è corta e caratterizza la fase gloriosa dei processi civilizzatori destinati a terminare in guerra. Basta dare tempo al tempo affinché, una volta recuperate le forze, l’entusiasmo si tramuti in rancore, l’uomo si dimentichi di quanto successo e si prepari nuovamente per l’attacco che esigono le stesse circostanze di sempre ma che lui vedrà come nuove ed inaspettate (Carvalho, p.30).

Allo stesso modo è la stanchezza che porta una e un’altra volta il Topo a contemplare la possibilità di porre fine al rapporto con l’amante, ma, anche dopo l’ennesima reticenza repulsiva e gratuita del Chihuahua, la ricaduta è inevitabile:

E in quel momento, per la seconda volta, una stanchezza provvidenziale prese possesso del Topo. Il destino gli offriva una nuova chance per scappare, per l’irritazione e lo sgomento. Aveva sprecato la prima occasione, in occasione del compleanno del Chihuahua; questa poteva essere l’ultima. Era prendere o lasciare. Per un istante l’amor proprio parlò più forte della passione e Rato non insistette. Non ebbe neanche bisogno di pensare: “Molto bene, con queste condizioni, non mi resta nulla da fare”, scrisse al Chihuahua, che a sua volta non aspettava una reazione di quel tipo, tanto che in meno di un’ora aveva già cambiato idea ed esortava Rato a partire per Berlino il prima possibile: moriva di nostalgia (Carvalho, p.103).

Come confrontare a questo punto le figure del discorso amoroso individuate e descritte da Barthes con il discorso concreto che definisce la relazione (e che a sua volta è definito da essa) dei protagonisti nel romanzo? Sembra naturale procedere selezionando le figure che nel romanzo prevalgono per quantità (numero) e qualità (intensità) e metterle letteralmente di fronte al modello barthesiano. Secondo questi criteri, tra le figure selezionate non potranno mancare quelle del rapimento, dell’attesa e infine, per chiudere, in un certo senso strizzando l’occhio al titolo del romanzo, dei demoni.

RAPIMENTO

Barthes: […]La lingua (il vocabolario) ha enunciato da un pezzo l’equivalenza tra l’amore e la guerra: in entrambi i casi si tratta di conquistare, rapire, catturare, ecc. Ogniqualvolta un soggetto «cade» innamorato, esso rivive un po’ del tempo arcaico, quando gli uomini dovevano rapire le donne (per garantire l’esogamia): ogni innamorato che riceve il colpo di fulmine ha qualcosa di una Sabina (o di qualsiasi altra Rapita celebre).
Qui c’è tuttavia un curioso intrecciarsi: nel mito antico, il rapitore è attivo, vuole acciuffare la sua preda, egli è il soggetto del ratto[…]; nel mito moderno (quello dell’amore passione), è invece il contrario: il rapitore non vuole niente, non fa niente; se ne sta immobile (come un’immagine) e il vero soggetto del ratto è l’oggetto «rapito»; l’
oggetto del rapimento diventa il soggetto dell’amore; e il soggetto della conquista passa al rango di oggetto amato. (Del modello arcaico sussiste però una traccia visibile: l’innamorato — colui che è stato rapito — è sempre implicitamente femminizzato) (Barthes, p.162).

Carvalho: La dinamica che Barthes descrive (equivalenza amore-guerra, caduta/rapimento del soggetto innamorato) con le eventuali inversioni già previste per il mito moderno dell’amore-passione si manifesta in diversi momenti del romanzo, e già dal primo incontro del Topo e del Chihuahua è possibile individuarne i segni caratteristici. Proprio come un’immagine il Chihuahua se ne sta immobile e lascia che sia lo stesso Topo a offrirsi come vittima di quella che sarà una relazione-sacrificio senza alcun beneficio:

Non appena il Topo sedette, dopo essersi scusato per la telefonata, il Chihuahua aprì la bocca per dire qualcosa e, per la prima volta, per la vicinanza, il Topo sentì il cattivo alito che pareva provenire dalle profondità dell’inferno. Ebbe una reazione immediata e naturale, di repulsione, irrigidendo la schiena contro lo schienale della sedia, volgendo altrove il viso e chiudendo gli occhi. Successe una volta sola, come la prima iniezione d’anestesia. Da quel momento in poi, non sentì mai più nessun cattivo odore in bocca al Chihuahua. Era come se qualcosa nel suo essere l’avesse allertato, in quel primo contatto, riguardo alla presenza di un organismo estraneo e nocivo ma contro il quale in pochi minuti il suo corpo avrebbe perso ogni difesa. Con la guardia ormai abbassata, il Topo continuò con la sua vita dopo quella notte (Carvalho, p.85).

ATTESA

Barthes: ATTESA: tumulto d’angoscia suscitato dall’attesa dell’essere amato in seguito a piccolissimi ritardi (incontri, telefonate, lettere, ritorni).

5. […] La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta.

6. […]si può così dire che, ove vi è attesa, vi è transfert: io dipendo da una persona che si fa a mezzo e che impiega del tempo a darsi — come se si trattasse di far crescere il mio desiderio, d’infiacchire il mio bisogno. Fare aspettare: prerogativa costante di qualsiasi potere, “passatempo millenario dell’umanità” (Barthes, p.42 e seg.).

Carvalho: Il Chihuahua, figura demoniaca, incarna perfettamente il potere durante gran parte della storia narrata e, come suggerito da Barthes, uno dei sintomi che ci indicano questo suo status è proprio la capacità di far attendere il Topo, di tenerlo in pugno, in ogni situazione possibile immaginabile, facendolo adattare immediatamente a ogni suo più imprevedibile capriccio. Scopriamo che il Topo vive una situazione di continua attesa, anche quando sembrerebbe indifferente ai segnali del Chihuahua.

Due giorni prima del compleanno del chihuahua e dieci giorni dopo la rottura intempestiva, quando il Topo usciva di casa per andare a lavoro ricevette una sua mail: “Ti penso (tanto). Mi manchi (tanto). Ti amo (tanto)”. […] Il Topo non rispose, come non aveva risposto neanche alla mail precedente. Ma commise un errore imperdonabile due giorni dopo: prima di andare a lavoro, scrisse un messaggio minimo ma che ovviamente voleva dire molto di più, augurando buon compleanno al chihuahua. E la conseguenza fu immediata: “Grazie per il messaggio. È il miglior regalo che potessi ricevere oggi. Mi sono svegliato alle cinque del mattino, pensandoti. Pensavo che… spero di non perderti” (Carvalho, p.96).

DEMONI

Barthes: DEMONI: Il soggetto amoroso ha talvolta l’impressione di essere posseduto da un demone del linguaggio che lo spinge a farsi del male e a espellersi — secondo le parole di Goethe — dal paradiso che, in altri momenti, la relazione amorosa rappresenta per lui […].

3. Come respingere un demone (vecchio problema)? I demoni, specialmente se sono demoni di linguaggio (e sennò di cos’altro sarebbero?), si combattono con il linguaggio. Io posso quindi sperare di esorcizzare la parola demoniaca che mi è suggerita (da me stesso) sostituendola (posto che io possegga il necessario talento linguistico) con un’altra parola più dimessa (procedo per eufemia). Così: credevo di essere finalmente uscito dalla crisi, ma ecco che — favorita da un lungo viaggio in automobile — sono colto da una loquela mentre continuo incessantemente ad agitare nella mia testa il desiderio, il rimpianto e l’aggressione dell’altro; e a queste ferite s’aggiunge lo sconforto di dover constatare che io sto avendo una ricaduta; ma il vocabolario è una vera e propria farmacopea (veleno da una parte, rimedio dall’altra): no, non è una ricaduta, è soltanto un ultimo sussulto del demone anteriore (Barthes, p.71).

Carvalho: Se è vero che i demoni del linguaggio si combattono con lo stesso linguaggio, come nota il semiologo francese, è anche vero però che nel caso di Simpatia pelo Demônio, la reazione di linguaggio non è sufficiente a debellare il demone amoroso che s’impossessa del Topo: «Il soprannome del Chihuahua […], concepito dal Topo quando ormai avevano smesso di parlarsi, mesi dopo l’incontro, sarebbe stato una reazione al nomignolo che lo stesso Chihuahua si era attribuito la prima volta che erano andati a letto insieme […]. A letto voleva essere chiamato “volpina”». (p.86). Neanche l’uso di un soprannome spregiativo per riferirsi all’amante riesce a liberare il Topo dalla trappola del Chihuahua. I demoni del linguaggio si combattono con il linguaggio, ma a volte, come sembra suggerire Carvalho, per riconoscere il demonio c’è bisogno di vederlo, ed è proprio quando il Topo riconosce nelle fattezze del Chihuahua il male che può iniziare il suo processo di liberazione dallo stesso demone che l’ha reso schiavo e condotto di fronte all’abisso; un processo che, paradossalmente, avrà come passo finale l’accettazione di una missione suicida in Medio Oriente:

Guardando la nuca di quell’uomo che aveva amato, per il quale sarebbe stato capace di lasciare tutto, forse perfino di commettere un delitto, Topo vide infine il demonio. Fu una visione repentina, mentre lo penetrava, mentre il chihuahua gemeva. All’improvviso, il Topo vide in quell’omuncolo con un grande cazzo penzoloni una possessione, l’incarnazione del demonio nel corpo sottile, fragile e indifeso della vittima incosciente, e sferrò il primo colpo (Carvalho, p.229).

La conclusione del romanzo, come anche la conclusione del frammento di Barthes, ci avvertono: quando abbiamo a che fare con un demone del linguaggio, che sia in circostanze belliche o amorose (che come abbiamo potuto vedere non sono, strutturalmente, poi così distanti), per potercene liberare una volta per tutte dobbiamo necessariamente nominarlo e in tal modo riconoscerlo. Senza un nome per il demonio (desiderio, Satana, Chihuahua) non esiste esorcismo che possa liberarci dalla sua influenza, dalla sua simpatia.


Opere citate:

Bernardo Carvalho, Simpatia pelo Demônio, Companhia das Letras, 2016.
Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, 1979.