Introduzione alla linguistica eptapode

Da Storia della tua vita ad Arrival
Di Simone Barco

Vedendo per la prima volta un canguro, gli esploratori europei in Australia chiesero agli abitanti del luogo come si chiamasse l’insolito animale e questi gli risposero quello che Tom Cook capì come kanguroo (in Guugu Yimithirr attuale gangurru), vale a dire “non capisco”. Per quanto si tratti di una leggenda, la storia non manca di simili fraintendimenti linguistici: Tzvetan Todorov riporta tra gli altri l’esempio di Colombo che capisce che gli abitanti dei Caraibi siano dei sudditi del Gran Can antropofagi dalle teste di cane, per cui la denominazione locale Cariba diventa Caniba, da cui poi cannibali. È da immaginare che anche un eventuale incontro con specie extraterrestri non sarà immune da malintesi, ed è quello che mette in scena Denis Villeneuve in Arrival, in cui gli assetti geopolitici mondiali tremano a causa dei problemi di comunicazione umano-alieno (e umano-umano). I linguisti di tutto il mondo vengono chiamati dai propri governi a tentare di stabilire un canale comunicativo con i nuovi arrivati, gli eptapodi, sorta di calamari giganti che producono suoni simili «a un cane bagnato che si scrolla l’acqua di dosso». Gli Stati Uniti si affidano a Lousie Banks, linguista dalla non specificata formazione ma largamente poliglotta, la quale, per superare le differenze anatomiche tra specie che impediscono agli alieni di produrre suoni distinguibili dalle orecchie umane, tenta fin da subito di stabilire un canale di comunicazione attraverso la scrittura. Tramite il getto di inchiostro fuoriuscente dai loro arti, gli eptapodi formano dei ghirigori simili a «un fantasioso insieme di mantidi religiose in preghiera, disegnate in stile corsivo, aggrappate l’una all’altra».

Il racconto da cui la sceneggiatura è tratta, Story of your life di Ted Chiang, illustra il lento processo di decrittazione della scrittura che passa attraverso la prima convinzione che si tratti di una scrittura logografica (in cui ogni carattere riproduce un morfema, come il cinese o l’egiziano geroglifico), per arrivare poi alla comprensione che la scrittura degli eptapodi non è, come per gli attuali sistemi scrittori umani, glottografica (in cui i caratteri sono espressione di un’informazione linguistica), bensì semasiografica (in cui i segni non sono riferibili a nessuna unità linguistica). Questo tipo di scrittura non è pura trascrizione e ricodifica della lingua orale ma è da questa indipendente in quanto non risponde a strutture linguistiche e non contiene informazioni fonetiche o morfologiche, ma funziona per associazioni semantiche descrivendo concetti più che singole parole. Nella scrittura semasiografica non è possibile dunque isolare alcun elemento linguistico (fonemi come avviene nell’alfabeto o morfemi come avviene nella logografia) dal momento che i simboli non rappresentano categorie grammaticali o morfologiche (sono grafemi non segmentali), ma un oggetto, un’idea, un concetto nel suo complesso. All’interno di questo sistema di scrittura poi, se i simboli raffigurano oggetti specifici si parla di pittogrammi, se invece un pensiero o un’idea più ampia di ideogrammi (simboli matematici e musicali, segnali stradali, emoji). Nel linguaggio eptapode un enunciato, breve o esteso che sia, è raffigurato da un singolo semagramma («la sola differenza tra una frase e un paragrafo, o una pagina, era la dimensione» del segno circolare) e la modalità di produzione dei messaggi è data dalla combinazione di diverse proprietà, come curvatura, ondulazione, dimensione dei tratti.

La comprensione delle strutture linguistiche diventa per Lousie Banks fondamentale per poter addentrarsi nel mondo alieno. In particolare la protagonista nota che né nella lingua scritta né in quella orale gli eptapodi mostrano di aderire a un ordine dei costituenti fisso, così come manca un ordine nella lettura, e per quanto riguarda le modalità di scrittura, anche i semagrammi più grandi vengono prodotti con l’istantaneità di un polipo che spruzza l’inchiostro. Queste e altre caratteristiche portano la linguista a concludere «che l’eptapode doveva conoscere come sarebbe stata composta l’intera frase, prima di poterne scrivere il primo tratto» e presto si mostrano come sintomo di un peculiare sistema di pensiero che ha alla sua base una concezione (e percezione) del tempo non lineare.

La ricercatrice comprende infatti che gli eptapodi hanno sviluppato una scrittura semasiografica in quanto «molto più adatta a una specie con una modalità di conoscenza simultanea. […] Con la scrittura […] ogni segno della pagina era visibile simultaneamente. Perché costringere la scrittura in una camicia di forza glottografica […] che avrebbe richiesto di essere sequenziale come la lingua parlata? […] La scrittura semasiografica si adattava perfettamente alla bidimensionalità; invece di elemosinare i morfemi uno alla volta, li forniva tutti insieme nell’intera pagina.»

Progredendo nella scrittura, riuscendo a scrivere senza «cercare di pianificare accuratamente una frase», Banks arriva a sviluppare «una facoltà quasi pari a quella degli eptapodi», avviandosi in un’immersione graduale nel mondo alieno, che si lega a un lento assorbimento nel modo di pensare, di sognare, di agire:

Più interessante ancora era il fatto che l’Eptapode […] stesse cambiando il mio modo di pensare. Per me, pensare significava […] parlare con una voce interiore […], i miei pensieri erano codificati fonologicamente. La mia voce interna di solito si esprimeva in inglese, ma […] i miei pensieri stavano cominciando a essere codificati graficamente. C’erano momenti della giornata che trascorrevo quasi in trance, quando i miei pensieri non erano espressi dalla mia voce interna. Vedevo invece semagrammi, con il mio occhio interno.

Per spiegare questo cambiamento, nel film viene citata la discussa ipotesi di Sapir-Whorf, secondo cui una lingua influenza i pensieri e determina la visione del mondo di chi la parla: se l’eptapode è espressione di una certa idea di fisica, questa concezione verrà introiettata assieme alla lingua appresa. La comprensione di questa lingua ha quindi conseguenze personali nella vita di Louise Banks dal momento che, ampliando i limiti del suo mondo, lei riesce, proprio come accade per gli eptapodi, a sviluppare una conoscenza non più lineare ma simultanea e, sostanzialmente, a vedere il proprio futuro; ma nel film vengono aggiunte a questa abilità responsabilità e conseguenze di portata globale, nell’ottica di una minaccia agli equilibri mondiali che non viene solo dall’esterno ma dagli stessi abitanti della terra. In un momento di isteria collettiva (tra linguisti russi giustiziati e governo cinese pronto a dichiarare guerra agli alieni) e di terrore da guerra fredda, la NASA stacca infatti le comunicazioni con gli alleati e si trova isolata a fronteggiare il nuovo, incerta se considerarlo come portatore di problemi o di opportunità. Il non capire cosa dicano e cosa vogliano gli alieni ne amplifica la paura: lo scetticismo di fronte alla pacificità degli extraterrestri e la difficile accettazione della loro presenza (che porta anche ad attacchi terroristici e a proteste dei cittadini), passano attraverso l’incomprensione dell’altro, per cui un semagramma con cui gli eptapodi “offrono un’arma” (ma che potrebbe in realtà essere tradotto anche come “uno strumento”) diventa una dichiarazione di guerra. Ogni governo si chiude nelle proprie paure e la risoluzione è affidata a un deus ex machina che possa salvare le sorti dell’umanità: sarà infatti la Lousie Banks del futuro a impedire gli scontri facendo diventare la linguista un’eroina che condividerà infine con tutti il dono (“l’arma”) degli alieni, una lingua universale che probabilmente permetterà agli eptapodi di ricevere il non meglio specificato aiuto dalla terra di cui, dicono, necessiteranno fra 3000 anni.

Così, oltre a raccontare il cambiamento interiore di Louise, il film affronta anche il problema dell’altro, mostrando i rischi a cui portano le frettolose interpretazioni e le facili incomprensioni in cui si cade a causa delle distanze culturali non solo tra specie diverse ma anche tra gli stessi umani incapaci di comunicare e collaborare. Attraverso la nuova consapevolezza della protagonista, pronta a scegliere una vita di cui già conosce i dolori piuttosto che perdere i momenti felici che “ricorda” e che vuole vivificare («Fin dal principio conoscevo la mia destinazione, e scelgo la mia strada di conseguenza. Ma sto andando verso un’immensa gioia, o verso un immenso dolore?»), Arrival può leggersi come conferma dell’idea todoroviana secondo cui «la conoscenza di noi stessi passa attraverso quella dell’altro».


Le citazioni sono tratte da:
Ted Chiang, Storie della tua vita, traduzione di Giovanni Lussu, Stampa Alternativa & Graffiti, Viterbo, 2008;
Tzvetan Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell’altro, Traduzione di Aldo Serafini, Einaudi, Torino, 1984.