Luigi Marfè: Isole di parole letterarie

L’immagine dell’isola nella storia della letteratura
di
Luigi Marfè

Ogni mattina, per sette anni, Odisseo, lontano da casa, si siede su uno scoglio di Ogigia, guarda verso oriente e ripensa tutto il giorno a quella Itaca che ha lasciato da giovane, molto tempo prima. Dalle sponde di un’isola Odisseo ne piange un’altra, dall’altra parte del mare, cui vorrebbe tornare. Poi ogni sera, quasi senza volere, torna alla grotta della ninfa che lo chiama. E in questa polarità tra il desiderio del ritorno e la fascinazione per il lontano si muove gran parte del poema, scosso da furiose spinte centrifughe come quelle dei venti che sono conservati in una terza isola, quella di Eolo, che porteranno Odisseo di nuovo lontano, quando ormai pensava di essere sulla via del ritorno.
L’Odissea passa da un’isola all’altra, come se attorno a ciascuna di esse si addensasse uno specifico nucleo narrativo, poetico, immaginario. Itaca, in particolare, pare serbare il ti esti del protagonista. Non ci sarebbe viaggio senza necessità di tornare ad Itaca, ed Itaca mancherebbe di significato se non ci fosse il viaggio, come ha osservato Konstantinos Kavafis in Ithaka (1911):

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

Il frangersi delle onde sulla spiaggia segna il confine tra l’io e l’altro: l’isola è immagine dell’identità e del suo rapporto con il mondo.
Più tardi, come Itaca, anche altre isole letterarie hanno saputo diventare paradigmatiche: Atlantide, Thule, Avalon, Utopia. Mondi in sé conclusi eppure aperti al mare, limitati eppure completi, le isole sono per loro natura dispositivi narrativi perfetti e, al contempo, specchi metaletterari della pagina scritta. Ogni libro è a suo modo un’isola, spazio in cui chi scrive può far germogliare e crescere il proprio mondo di finzione, portarvi il lettore, farlo perdere e ritrovare, come in un labirinto.

Di volta in volta, le isole hanno rappresentato in letteratura il locus amoenus, la casa cui ritornare, lo spazio dell’utopia o della distopia, l’eden, il luogo dell’incontro, la prigione, lo scampo dal naufragio, il laboratorio metatestuale dello scrittore e molto altro ancora. Di volta in volta, i personaggi che vi sono approdati hanno trovato in esse solitudine, esilio, felicità, nostalgia, fascinazione, desiderio.

Quando Platone nel Timeo e nel Crizia (IV sec. a.C.) allude alla storia di Atlantide, sceglie un’isola per raccontare il sogno di una passata età felice. Qualche secolo più tardi, Luciano di Samostata ne farà una parodia, immaginando, nella sua Vera storia (II sec.), un’isola-mondo dentro una balena: senza saperlo, inventa la distopia, ma nello stesso tempo conferma la forza del tema letterario di cui vuole burlarsi.

Il topos dell’isola felice prosegue infatti ben oltre il mondo antico. Nell’immaginario cavalleresco, come attesta ad esempio la Morte d’Arthur (XV sec.) di Thomas Malory, è Avalon, luogo magico in cui alla fine della vita riposerebbe Artù. Più avanti, Thomas More immaginerà proprio su un’isola il suo esperimento mentale di società ideale, Utopia (1516), e negli stessi anni Ludovico Ariosto, nell’Orlando Furioso (1516; 1532), darà al giardino degli incanti di Alcina proprio lo spazio di un’isola.

I viaggi di scoperta danno alle isole letterarie della prima età moderna una sfumatura di esotismo, facendone lo spazio per eccellenza dell’incontro multiculturale. Forse pensando a un naufragio realmente avvenuto, William Shakespeare immagina nell’incontro di The Tempest (1610–1611) tra gli istinti di Calibano e la magia di Prospero la rappresentazione letteraria di ciò che stava accadendo nel Nuovo Mondo. Ma la sua isola è molto di più: luogo della magia, lontano dalla realtà, è anche metafora del teatro.

È il governo di un’isola fittizia, Barataria, che, nel Don Quijote (1605–1615), corona i sogni di Sancho. E proprio con avventure su isole, anche nella cultura inglese, prosegue la storia del romanzo: si pensi alle comunità di Lilliput e Laputa nei Gulliver’s Travels (1726); o a come, nel Robinson Crusoe (1719), l’orrore di essere solo si materializzi non appena, salendo sull’altura più elevata dell’isola dov’è naufragato, il protagonista scopre di essere circondato dal mare cui era appena scampato.

Al termine dell’età delle esplorazioni, e con essa le terrae incognitae, il fascino delle isole parrebbe dover venir meno. E invece per molti autori le isole diventano la meta di viaggi nell’immaginazione, che pongono nelle terre d’oltremare la dimensione perturbante e sensuale dell’ignoto, come in Un Voyage à Cythère (1855) di Charles Baudelaire. Scrittori e artisti come R.L. Stevenson, Pierre Loti, Paul Gaugin, Victor Segalen andranno così in cerca di felicità nelle isole dei mari del sud, come se la distanza fosse una forma di introspezione, che aiuta a conoscersi meglio.

Ogni libro è a suo modo un’isola, spazio in cui chi scrive può far germogliare e crescere il proprio mondo di finzione, portarvi il lettore, farlo perdere e ritrovare, come in un labirinto.

Nel Novecento, le isole letterarie diventano altrettanti laboratori di esperimenti metaletterari: si pensi a romanzi come The Island of Dr. Moreau (1896) di H.G. Wells e La invención de Morel (1940) di Adolfo Bioy Casares, in cui l’esitazione del fantastico si trasforma in un’occasione di riflessione sul rapporto tra realtà e immagine, verità e finzione. Anche in opere come Tulio Montalbán y Julio Macedo (1920) di Miguel de Unamuno o, più tardi, L’isola di Arturo (1957) di Elsa Morante, il tema dell’isolamento rappresenta una metafora della condizione umana, meditazione dell’individuo che si interroga su cosa determini i confini dell’io.

Le isole lontane hanno a lungo rappresentato l’illusione di un hortus conclusus fuori dal tempo, al sicuro da ogni avversità, impassibile alle vicende del mondo. Spesso la letteratura contemporanea racconta invece di come l’invadenza della storia possa raggiungere anche questi spazi. W (1975) di Georges Perec descrive ad esempio una società ideale basata sulle regole dello sport, in un’isola al largo della Patagonia. Presto, tuttavia, questo mondo alternativo si rivela una distopia, simile all’universo concentrazionario.

Forse in un mondo globalizzato non c’è più spazio per luoghi del tutto felici o infelici, forse l’isolamento assoluto non esiste più, e lo stesso concetto di isola ha perso parte del suo significato. Eppure sempre più spesso ci si ritrova a essere isole in se stessi: individui che non si parlano, che sono in grado di costruire solamente legami stereotipati, che rischiano di rimanere sommersi, come Atlantide, nel vano rumore di comunicazioni senza messaggio. Édouard Glissant ha scritto in questo senso che proprio un insieme di isole, quell’arcipelago caraibico da cui lui stesso proveniva, con la sua varietà di lingue e culture, potrebbe essere il modello per una nuova Poétique de la Relation (1990) che permetta di trovare nel confronto con la diversità culturale una bussola per la comprensione del sé.

Il poeta più noto di quei luoghi, Derek Walcott, recentemente scomparso, ha riscritto in Omeros (1991) la storia degli eroi omerici, collegandola a quella della sua piccola isola, St. Lucy. “Casa da dove guardo la strada riarsa” — è la sua versione del nostos — “non vivo in te, porto la casa / dentro di me”.

Luigi Marfè è dottore di ricerca in letteratura comparata. Ha insegnato Letterature Comparate e Teoria della Letteratura presso le Università di Torino e di Parma. È autore di diverse pubblicazioni e curatele, tra cui Oltre la fine dei viaggi (Olschki 2009) e Profezia e disincanto (Mesogea 2013). È traduttore dall’inglese, dal francese e dallo spagnolo e scrive su «L’Indice dei Libri».

Cerchi nell'acqua

Cerchi nell'Acqua è uno spazio di dialogo nato intorno all'Università di Torino. Raccoglie testi di generi e linguaggi diversi redatti da studiosi, studenti, artisti e scrittori. cerchiredazione@gmail.com

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