Un approccio al nuovo nell’universo filosofico

La rivoluzione è finita. Adesso bisogna distruggere.

Tristan García, Faber

Nuovo è ciò che viene dopo e che prima non c’era. Diciamo che è nuovo ciò che era possibile prima e dunque, tecnicamente, ciò che non necessariamente si sarebbe dovuto verificare. Però c’è un’accezione aggiunta e talvolta nascosta: definiamo “nuovo” ciò che, per quanto possibile in precedenza, quantomeno sia risultato inaspettato. Ad esempio i vari nuovi realismi o pragmatismi, palazzi nuovi o nuovi movimenti di sorta, sono definiti “nuovi” perché simboleggianti, almeno per pretese se non per effetti, delle rotture con delle linearità che li hanno preceduti. In questo senso la filosofia, nel senso di storia della filosofia, è un’alternanza continua di “nuove filosofie”: Aristotele rispetto a Platone, Tommaso rispetto ad Agostino, Hegel rispetto a Fichte o più recentemente Wittgenstein dopo Russell (una storia di parricidi, verrebbe da dire). Dunque più che definire cosa sia “nuova filosofia” in generale credo sia più corretto provare a dire cosa sia la filosofia nuova oggi: come si consuma questa contrapposizione? Chi ne fa le spese e chi è, se è qualcuno, il futuro di questa disciplina?

Tradizionalmente, e qui sta l’errore, si parte dai primi del ‘900 per fotografare l’inizio della contrapposizione tra analitici e continentali: tutto troppo vecchio. Troppo vecchio perché purtroppo oggi, onestamente, il concetto si risolve nell’oggetto e la filosofia è vincolata perlopiù alle sue pratiche. Siamo in una situazione di crisi evidente non della filosofia, che è eterna (in relazione alla nostra permanenza in questo pianeta) per definizione, ma della sua possibilità di libertà dalle istituzioni che ne fanno un uso: università, riviste accademiche e centri di ricerca. Il recente dibattito, non solo italiano ma europeo, sull’americanizzazione dei sistemi di valutazione degli atenei ha inciso profondamente sullo statuto delle discipline: la filosofia, la cui storia è costellata di uomini fuori dalle istituzioni (Wittgenstein, Thoreau, Spinoza, ecc.) non poteva che risentirne.

Scot Miller, CU tilt up, Statue of Henry David Thoreau in front of Walden cabin replica, Walden Pond State Reservation, Concord, Massachusetts (Image Bank Film/Getty Images)

La nuova filosofia, nel senso di attuale, è dunque una corda tesa tra ciò che deve meritarsi per essere ancora parte integrante dei sistemi educativi e di ricerca e ciò che dovrebbe fare, va da sé, per essere ancora materia rivoluzionaria rispetto ai pensieri, concetti e argomenti del passato. Credo che l’effetto più nefasto della recente iper-burocrazia che ha investito la ricerca filosofia sia l’incremento della separazione tra teoria e prassi: come sosteneva proprio Thoreau nel suo Walden, libro profetico sulla filosofia come strada maestra per la libertà, ci sono centinaia di migliaia di professori di filosofia ma di questi solo pochissimi possono essere anche definiti “filosofi” (non sta a me definire a chi pensasse lui). In questo la contrapposizione tra filosofia analitica, come metodo rigoroso spazza-pseudo problemi, e la filosofia continentale, come riflessione profonda e oscura perché oscuro è anche il mondo che si indaga, è vecchia perché superata: i metodi si sono fatti precisi e i contenuti più profondi.

Non che l’università non vada bene per la filosofia, anzi è il suo luogo: ma che si apra, come un vero “sistema aperto”, consentendo a coloro che credono nel suo interno di poter vivere anche secondo i dettami che la filosofia come forma di vita ci impone.

La vera contrapposizione oggi, giacché ogni cosa è sempre un bilancio di coppie oppositore da decostruire, è quella tra la filosofia come disciplina e la filosofia come forma di vita: se la seconda, in qualche senso intuitivo implica la prima, di sicuro la prima no (la frase sui professori non filosofi di Thoreau è tutta qui). Chiaramente la burocrazia allontana la vita, la mette da parte, e spinge sulla disciplina: pubblicare qui o là, parlare a questo o quel convegno, ma poi una volta a casa staccare la spina — la filosofia come uso e consumo. Vorrei dire che il fallimento dell’etica tradotto nel mondo pratico, così come dell’estetica o della filosofia politica, è interno a questa schizofrenia. Certo se la filosofia vuole non solo essere istituzione ma anche, come è sempre stata “prima”, fonte di progresso allora si deve consumare la cesura di cui sto parlando: il corpo, dualisticamente diviso dalla mente, deve riunirsi in un’unica entità. Non che l’università non vada bene per la filosofia, anzi è il suo luogo: ma che si apra, come un vero “sistema aperto”, consentendo a coloro che credono nel suo interno di poter vivere anche secondo i dettami che la filosofia come forma di vita ci impone.

La nuova filosofia, quella di oggi e chissà invece come sarà quella di domani, è la filosofia che testa i suoi argomenti nel quotidiano: non bastano più sillogismi o argomenti validi e fondati per fare di una teoria una Teoria (anche se ovviamente continuano a servire). Ciò che rende filosofico un discorso è la sua dirompenza, ovvero l’unico impact factor di cui dovremmo davvero tenere conto è quanto la filosofia ci cambi la vita, cosa abbia influenzato, quali azioni siano state ispirate dal suo contenuto.

L’idea che anche la filosofia diventi fucina di soli progetti di ricerca e finanziamenti, o che i suoi programmi vengano segati seguendo false tassonomie di organizzazione dei bordi delle sue categorie, è avvilente (dove inizia la filosofia morale e inizia quella politica?): la filosofia nuova da dentro le accademie deve osservare il fuori, la vita, il mondo esterno.

E allora eccola, più o meno esplicita, la mia definizione di “nuova filosofia”: ciò che ricongiunge pensiero e azione, ovvero ciò che si caratterizza come forma di vita. La filosofia più recente ha guardato alle neuroscienze o alla linguistica per testare le sue argomentazioni ma siamo sicuri, al contrario di tutto ciò, che non avrebbe dovuto imparare dal teatro o dalle performance? Non sarà forse più una questione di usi che di tecniche il futuro di questa mistica connotazione del pensiero che si fa oggetto delle sue stesse riflessioni?


L’autore: Leonardo Caffo insegna Ontologia del Progetto al Politecnico di Torino ed è membro del Laboratorio di Ontologia dell’Università di Torino. Editorialista dell’inserto culturale «la Lettura» del «Corriere della Sera» è condirettore di «Animot». Tra i suoi ultimi libri: A come Animale: voci per un bestiario dei sentimenti (Bompiani 2015) e La vita di ogni giorno (Einaudi, 2016).

Cerchi nell'acqua

Cerchi nell'Acqua è uno spazio di dialogo nato intorno all'Università di Torino. Raccoglie testi di generi e linguaggi diversi redatti da studiosi, studenti, artisti e scrittori. cerchiredazione@gmail.com

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