Cresce la violenza sulle donne, chiudono i centri che le aiutano: elementare, Watson!

Ogni volta che una donna viene uccisa o violentata da un partner, un ex o un pretendente rifiutato, cordoglio e sdegno riempiono telegiornali e periodici che si affannano per raccontare quei particolari di cronaca e quei dettagli privati che di fatto perpetuano proprio quella cultura sessista in cui prospera e si riproduce l’idea di donna come oggetto di proprietà dell’uomo.

Gelosia, raptus, troppo amore, depressione, disoccupazione per lui. Bionda, giovane, avvenente, carina, da far perdere la testa lei. Sintetizzando: “lei lo tradisce, lui la uccide”.

Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito.

È qui che si gioca il paradosso della nostra società: a Roma, la città che è stata teatro dell’ultimo femminicidio, all’indomani della morte di Sara di Pietrantonio, cinque centri antiviolenza hanno ricevuto una serie di avvisi che ne minacciano l’imminente chiusura per mancanza di fondi o per mancato rinnovo dei permessi.

Quei centri che, secondo la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e lotta alla violenza sulle donne, ratificata dall’Italia nel 2015, i governi dovrebbero incoraggiare e sostenere attraverso adeguati fondi. In Italia, secondo l’ultimo censimento di Wave, Women against violence Europe ci sarebbero 140 centri antiviolenza e 73 case rifugio. Circa 6000 centri in meno di quanto previsto dall’Unione Europea.

Come CHAYN Italia sentiamo la necessità di dimostrare la nostra solidarietà ai Centri AntiViolenza (CAV) –romani e non– primo tra tutti il CAV S.O.S. donna, gestito dalla cooperativa Be Free, che interromperà il servizio il prossimo 26 giugno. La chiusura di questi CAV non solo porterebbe tutte quelle donne impegnate in un percorso di uscita dalla violenza a ritrovarsi senza un riferimento, ma priverebbe anche quelle donne che vivono una relazione abusante di uno strumento indispensabile.

L’interruzione brusca di qualsiasi percorso di cura può avere effetti negativi altissimi, immaginiamo cosa possa significare dover ricominciare da capo, con persone e strutture diverse, un percorso così delicato e traumatico. Sempre che poi le strutture rimanenti possano assorbire la domanda, cosa che puntualmente non accade.

Lanciamo la campagna “Cambiamo il finale”, perché se vogliamo che Cappuccetto Rosso esca dalla pancia del lupo, forse dobbiamo smettere di tifare perché la Bella sposi la Bestia.

Attraverso questa campagna vogliamo dare sostegno immediato ai CAV romani a rischio chiusura e dare informazioni rispetto al lavoro che i tanti Centri AntiViolenza italiani portano avanti nel totale assenteismo delle istituzioni. La maggioranza dei CAV in Italia sono infatti interamente gestiti da personale volontario e fanno affidamento su donazioni private. Emergenza e informazione, azione diretta e a lungo termine, perché le radici sociali della violenza di genere non vengano confuse con un problema di “violenza privata”.

Suonerà forse come un vecchio adagio, ma il privato è politico, baby.

Gli strumenti della campagna di CHAYN Italia in sostegno ai CAV — romani e non — sono gli stessi su cui si è basato fin dall’inizio il lavoro della nostra piattaforma: vogliamo sfruttare le potenzialità comunicative di social media e strumenti digitali per tenere alta l’attenzione intorno alla chiusura dei centri antiviolenza e per sensibilizzare sul loro lavoro attraverso un linguaggio comprensibile e di impatto, che raggiunga il più ampio pubblico possibile. GIF informative, video-interviste con operatrici di vari CAV, vignette, blog post dal contenuto più ampio e strutturato, invaderanno la rete come CAVallette per interrompere quel modus operandi che parla di violenza sulle donne solo a tragedia avvenuta. La violenza di genere è parte della nostra cultura che introietta e cristallizza rappresentazioni sociali intrise di elementi di misoginia; ed è da lì allora che vogliamo partire per debellarla.

Ma non si vive di soli social media. Per questo CHAYN Italia vuole unirsi a tutte quelle forze che sul territorio romano si battono contro la chiusura dei CAV e per un loro adeguato finanziamento.

Perchè per smettere di piangere sull’ennesimo caso di violenza di genere serve un cambiamento culturale ma anche e soprattutto politiche pubbliche rivolte alla prevenzione e all’accompagnamento di donne che escono da relazioni violente.

Per questo ieri siamo state in piazza del Campidoglio a Roma, al presidio indetto dalla rete Io Decido per denunciare il crescente numero di femminicidi — 53 dall’inizio del 2016 solo in Italia — e chiedere maggiore sostegno ai Centri AntiViolenza. (qui maggiori info).

Per contribuire alla campagna “Cambiamo il finale” seguiteci su Facebook Chayn Italia e su Twitter @Chayn_Italia

Condividiamo informazioni, solidarietà e strumenti per combattere la violenza di genere.

Unitevi alla banda!