Donne che parlano. Recensione di “un atto di immaginazione femminile”

di Lunny

È la stessa Miriam Toews a spiegarci, nella nota di premessa al suo romanzo “Donne che parlano” (Marcos y Marcos, 2018), che si tratta di “un atto di immaginazione femminile”, anche se basato su fatti realmente accaduti in una colonia mennonita boliviana tra il 2005 e il 2009. Durante i quattro anni molte donne della comunità subiscono ripetuti stupri nella notte, vengono stordite con un anestetico veterinario e al mattino si svegliano trovando sul corpo le tracce della violenza subita, priva di apparente spiegazione, che i più eminenti membri della comunità attribuiscono ad una stregonesca punizione divina per i loro peccati. È nel momento in cui vengono scoperti e denunciati i responsabili di questi atti che ha inizio la vicenda. Due interi giorni durante i quali queste donne, in attesa che venga pagata la cauzione agli aggressori e che questi ultimi tornino a vivere nella comunità, si riuniscono in segreto. Devono prendere una decisione e devono farlo in fretta. Non si tratta solo di elaborare una presa di coscienza riguardo ciò che hanno subito per tanti anni. I dubbi che le tormentano sono molteplici, e vengono sintetizzati in tre opzioni tra cui scegliere: non fare niente; restare e combattere; andarsene.

Cosa sceglieranno?

Ciò che a noi può sembrare illogico, in realtà ha un senso se considerato e letto all’interno della cornice di vita in cui queste donne vivono la loro storia. Le donne sono analfabete, solo gli uomini hanno il permesso di imparare a scrivere e a leggere, dunque sono gli unici che all’interno della comunità detengono il potere di divulgazione e interpretazione della Bibbia. Le donne non hanno alcun mezzo per mettere in dubbio la legge patriarcale che viene loro tramandata. Sanno che verrà loro richiesto di perdonare gli stupratori che si apprestano a ritornare al villaggio, sotto la minaccia che, se non li perdoneranno, loro stesse non verranno perdonate da dio, e quindi sprofonderanno all’inferno. Queste donne non hanno la minima conoscenza geografica, non si sono mai allontanate dal villaggio, e non parlano altra lingua se non il plautdietsch. Qualsiasi decisione prenderanno, sarà inevitabilmente influenzata da queste grandi limitazioni.

Indubbiamente una realtà parecchio lontana dalla nostra, no?

Eppure, partendo da una storia estrema come questa, mi sono trovata a fare un collegamento spontaneo tra le vicende narrate e i diversi casi di denuncia riportati recentemente dai media di tutto il mondo. Denunce che arrivano dopo diversi anni dallo svolgimento dei fatti. Con quanta leggerezza diciamo: “ma perché, una donna denuncia uno stupro dopo tutti questi anni? Perché non lo fa prima?”.

Forse, dopo essere state violentate, e nel momento in cui dobbiamo decidere cosa fare, a differenza delle donne mennonite a turbarci non è la prospettiva di non essere ammesse nel regno dei cieli, ma temiamo un altro tipo di giudizio. Più terreno, ma che indubbiamente esiste.

Alle donne mennonite viene insegnato che la donna non è altro che una serva dell’uomo. A noi, sin da bambine, ci insegnano che se un maschio ci tira uno spintone, è perché gli piacciamo. “Ti ha tirato i capelli? È perché ha una cotta per te”. Ci viene insegnato che la violenza maschile è una dimostrazione d’affetto. Quando cresciamo, la retorica cambia nella forma ma non nella sostanza. “Una donna dice di no, ma in realtà vuole dire di sì”. Ci raccontano che una donna è sempre contenta di subire insistenza. E purtroppo finiamo per crederci.

Le donne di questa storia, che vivono in un sistema completamente e spietatamente patriarcale, dove mettere in discussione una decisione maschile rappresenta un atto sovversivo, hanno grosse difficoltà a decidere come affrontare la consapevolezza di avere subito inganni e violenze per anni. Ma in effetti non è che noi nel mondo “libero e occidentale” ce la caviamo molto meglio.

La maggior parte delle volte che veniamo molestate non diciamo nulla per paura di subire conseguenze peggiori; e dopo essere state stuprate molto spesso il desiderio di voltare pagina e dimenticare prevale sulla sete di giustizia, e anzi, quasi quasi ci convinciamo di essercela andata a cercare.

Metti che a comportarsi male sia stato “quello lì famoso”, che per nascondere lo stupro che ci ha fatto subire ci offre del denaro in cambio del silenzio. Accettiamo, perché non abbiamo voglia di affrontare un esercito di inquirenti decisi a scoprire come eravamo vestite, per quanto tempo abbiamo ballato con lui, e come mai abbiamo deciso di seguirlo in camera. Anche in questo caso, sotto sotto siamo convinte che sia stata colpa nostra. Perché è da quando eravamo piccole che i maschi ci tirano le sberle e gli adulti ci dicono che lo fanno come dimostrazione d’affetto. Quindi perché farla tanto lunga? Le conosciamo le regole del gioco: sono quelle che ci hanno insegnato. I maschi dimostrano apprezzamento con la violenza, e se quell’apprezzamento non lo desideri allora non devi ballare con loro, flirtare con loro, approcciarti a loro. Dovevi startene a casa, è colpa tua. Meglio prendere i soldi e dimenticare.

Nel frattempo gli anni passano. Peccato che non hai dimenticato, anzi, leggere storie simili alla tua ti aiuta ad elaborare quanto successo, ti convinci a chiamarla per quello che è: violenza. La rabbia sopita riemerge. E decidi di uscire allo scoperto.

Ma pare che purtroppo tu abbia perso il treno. Eh sì, perché della traccia che la violenza ha lasciato nella tua vita non gliene frega niente a nessuno. Ha una scadenza, come il latte. Ormai dovresti avere dimenticato. Lo stupratore si è fatto una famiglia, una reputazione. Come ti permetti di saltare fuori dopo tanti anni e rovinargli la piazza? 
A me non sembrano dinamiche molto diverse da quelle dei mennoniti. Una donna che si permette di parlare e di chiamare la violenza con il suo nome, è una donna SCOMODA. E se si alza in piedi a protestare dopo aver subito in silenzio per tanti anni, è ancora più scomoda, perché doveva farlo subito. A nessuno viene in mente che la violenza, spesso, non la riconosciamo subito. E se non ci riusciamo non è a causa nostra, ma di quanto ci è stato insegnato.

È vero, noi abbiamo molti più mezzi a disposizione per ottenere giustizia e sicurezza rispetto alle donne di una remota comunità mennonita. Sappiamo leggere e scrivere, abbiamo il diritto di pensare (diritto che per tante donne al mondo non è affatto scontato). Ma anche se più sottile, non subiamo anche noi una manipolazione psicologica sin da quando veniamo al mondo? Una manipolazione che ci spinge a concedere molte più attenuanti alla condotta maschile piuttosto che a quella femminile?

Subiamo un rapporto sessuale senza il nostro consenso, e quello che diciamo a noi stesse è “sono stata frivola, imprudente, ubriaca, impulsiva”. La nostra condotta non è stata integerrima. Nemmeno quella maschile se è per questo, lui è stato “insistente, prepotente, asfissiante, ubriaco, superficiale, violento” e quant’altro, ma può essere perdonato, perché “i maschi sono così”. Noi no, a noi non sono concesse certe sfumature. Una donna che denuncia una violenza deve avere la coscienza pulita e la fedina immacolata. Per poter risultare credibile deve poter esibire una vita regolare e modesta, un equilibrio psicologico perfetto e soprattutto un guardaroba sobrio e accollato.

Quando vi chiedete “perché non ha denunciato subito?” provate a pensare a questi fattori.
Uomini e donne sono frutto della società in cui crescono e in cui vivono.
Credo sia questo che Miriam Toews (cresciuta in una comunità mennonita canadese da cui è fuggita prima dei 18 anni) ha voluto mostrarci con il suo racconto. Il racconto di una realtà così distante, dai contorni così remoti che dovrebbero apparirci indecifrabili.
Eppure così contemporanei, così familiari. Come mai?
Forse perché la creazione di una categoria di persone destinate ad essere sottomesse è comune ad ogni tipo di comunità, da quella mennonita a quella moderna? Di solito siamo noi donne.
Evviva le donne scomode, in ogni cultura e in ogni luogo.