I love Dick

I love Dick — e non c’è bisogno di specificare il doppio senso del termine dick in inglese - è prima di tutto un libro uscito nel 1997 e scritto da Chris Kraus, una donna, newyorkese di nascita, artista eclettica. Per molti anni il romanzo — basato essenzialmente sulla sua vita — è stato praticamente ignorato dalla critica e dal pubblico: se ne vendettero un centinaio di copie, in Italia non fu nemmeno distribuito. L’attenzione attorno a I love Dick si è scatenata dopo la sua ripubblicazione nel 2015, che ne ha fatto un libro di culto tra le donne. Recentemente il romanzo è diventato anche una serie tv, che ci ha fatte riflettere su liberazione e consapevolezza.

Nella serie (e nel libro) Chris è una regista e sta aspettando con ansia che il suo film venga giudicato al festival di Venezia. Nel frattempo decide di lasciare New York per accompagnare il marito Sylvère, uno studioso dell’Olocausto, in una residenza d’artista a Marfa, in Texas.

Chi è Dick? È un artista che incute rispetto, che mette distanza, quasi un alieno atterrato a Marfa, che cozza con il fermento che si respira in città. Dopo il primo incontro tra i tre, in Chris scoppia come un tuono la passione per l’alieno. Non usiamo con leggerezza questo termine, perché alieno vuol dire l’altro da sé, l’estraneo e nella vita di Chris piomba con forza un essere in grado di rimetterla in moto, per cui prova una passione disarmante.

Solo a una prima analisi questo libro/serie tv sembra parlare della passione per Dick o di un banale menage a trois. In realtà è un percorso di autoconsapevolezza di una donna che tenta forsennatamente di emergere e di esprimersi attraverso la sua arte, i suoi discorsi, i suoi istinti e finalmente trova un canale: comincia a scrivere lettere indirizzate a Dick.

Chris è un fiume in piena quando scrive e chiunque abbia scritto almeno una lettera ad una persona reale o immaginaria sa bene quanto impegno ci voglia, quanto si debba scavare fino in fondo a sé stessi per dare forma a dei pensieri che circolano sconnessi nella mente, magari mentre aspetti l’autobus o fai una passeggiata o prima di andare a dormire, dopo una lettura, dopo aver conosciuto una persona che ha catturato la tua attenzione. Dick non è il maschio alpha con un cavallo e dei jeans che calzano a pennello, Dick piano piano diventa uno strumento nelle mani dell’autrice per tirare fuori tutto quello che negli anni ha elaborato e non ha mai trovato una degna espressione. Dick, come Sylvère gli fa spietatamente notare, è una musa per Chris e le muse, si sa, sono oggetti in grado di accelerare certe emozioni e idee.

L’artista porta avanti un lavoro, traendo la forza vitale da una musa, da un’ispirazione e quando manca ci si sente spenti, disperati, confusi, inutili, in apnea, proprio come la donna all’inizio della prima puntata. Volenti o nolenti, usiamo gli oggetti che scegliamo come ispiratori, e questi non possono rifiutarsi di ricoprire quel ruolo perché –semplicemente — non dipende da loro.

La maggior parte delle volte è però una donna a ricoprire il ruolo di musa: fin dai primi racconti dell’infanzia e successivamente a scuola con le muse greche passando da Dante, Petrarca, Shakespeare, Man Ray o Salvador Dalì, abbiamo considerato normale una donna-musa protetta da un uomo (il dio Apollo), libera di cantare suonare e danzare in un luogo appartato (il Parnaso), lontana dagli sguardi indiscreti e inattaccabile da altri, pena la punizione del dio. Alla musa quindi si è attribuito una sorta di potere ultraterreno, capace di far correre freneticamente le dita sul foglio.

Ma cosa ne pensa la musa di questa attenzione su di lei? Dick ammette di sentirsi umiliato da tutto questo. L’uomo ovviamente rifiuta la visibilità che queste lettere gli danno: lui è un artista, la cui opera più famosa è un pezzo di cemento rettangolare e dritto su una colonna, e viene riconosciuto dalla comunità come tale; come fa ad accettare questa nuova realtà, ovvero che si sta parlando di lui non come soggetto, ma come oggetto? Non può accettare di essere una musa. Chiunque abbia letto romanzi epistolari sa che principalmente sono stati scritti da uomini che hanno reso la donna un’ideale inarrivabile, dai contorni sfumati, un essere insondabile.

La scrittura incontenibile di Chris ci mette di fronte al processo inverso: stavolta è un uomo, un artista schivo e rispettato da tutti a essere l’oggetto non solo del desiderio di altri ma soprattutto un oggetto dichiarato, pubblico, di ispirazione. Mano a mano prende forma l’idea che, in un gioco di specchi, di continui rimandi e citazioni di filosofi e altri intellettuali, bisogna prendere consapevolezza della nostra vita interiore, del nostro desiderio e non diventare, come urla Chris in una delle otto puntate, una merce di scambio tra due uomini, una vacca al mercato su cui altri decidono o che zittiscono perché sconveniente. Lei è un’artista e come artista ha tutto il diritto di scegliersi la propria musa, di esporre la propria opera e sentirsi viva per questo.

E allora raccogliamo e rilanciamo l’invito che le autrici della serie hanno proposto: scriviamo lettere a Dick, raccontiamogli come vogliamo essere, cosa proviamo, perché e quando, senza aver paura di risultare ridicole, pesanti o inopportune, perché Dick non è altro che quello che tu vuoi che sia.

Dear Dick,

Per approfondire:

This female consciousness: on Chris Kraus

I Love Dick: the book about relationships everyone should read

Portare “I Love Dick” in televisione