La libertà di Frida Kahlo

di Giulia Carmen Fasolo

Il sipario della Rivoluzione in Messico (1910–1920) si era chiuso da poco. La realtà di quel tempo, per quanto mutevole e instabile, aveva dato vita a numerose esperienze artistiche da parte di molte personalità messicane, ma anche di altre parti del mondo. Alcuni nomi: Tina Modotti, Edward Weston, Antonin Artaud, André Breton, Leonor Carrinton.

Ciascuno si era accostato alla gente autoctona, ritenuta da alcuni un popolo di analfabeti, attraverso l’arte considerata medium di libertà. I profondi mutamenti in Messico, avvenuti nei primi decenni del Novecento, non avevano riguardato solo il campo dell’arte, ma anche la vita politica, economica e culturale dell’intera nazione. L’invito del governo ad adottare artisticamente gli edifici pubblici era stato accolto con arazzi multicolori. L’obiettivo era chiaro: restituire un messaggio estetico al popolo messicano.

Da qui prende avvio il movimento muralista, che lascia alla nostra Street Art contemporanea una tradizione da riproporre. Gli artisti riuscivano a riversare nelle opere le proprie idee anche quando dovevano “obbedire”, nel tema dei murales, a richieste estetiche, filosofiche, al contesto politico e storico.

Così era capitato a Diego Rivera che aveva introdotto nei suoi dipinti i temi a cui era affezionato: lo sfruttamento dei minatori, le condizioni dei braccianti nelle loro terre, le lotte tra le classi sociali ed anche l’influenza nefasta di certi apparati repressivi della Chiesa.

Frida Kahlo, anch’ella pittrice, se ne innamora (quasi per caso) per 28 lunghissimi e intensi anni, dal 1926 al 1954, quando poi morirà.

Nelle tele di Frida vi è la cura per il dettaglio. Le sue opere sono intrise di intimità: ogni pennellata è una preghiera alla vita e, dicotomicamente, alla sua assenza, all’amore e alla morte. A quel tempo, mentre ad alcuni artisti messicani — pochi, a dire la verità — i temi da lei affrontati sembravano limitanti ed eccessivamente introspettivi, al contrario per la maggior parte erano immensi e non traducibili in una unica cifra stilistica.

Tanto era a volte mentalmente assente, rispetto ai vincoli della comunità intellettuale messicana in cui comunque militava nelle fila del comunismo, altrettanto era fisicamente radicata nello spazio geografico in cui viveva e che amava. Questa una delle tante ragioni per cui aveva rifiutato una collocazione stabile e categorizzante in un solo movimento artistico.

Nella prima metà del Novecento, soprattutto in Messico, la condizione femminile era complessa: la donna faceva fatica ad affermarsi in un mondo eterodiretto e maschilista. Ecco perché l’esposizione delle opere di Frida Kahlo, per volontà della stessa o di Diego Rivera, in luoghi che normalmente ospitavano i lavori di uomini, fu già motivo di rivoluzione.

Se Frida era fisicamente presente, dunque, mentalmente era spesso distante dai grandi temi imposti dallo Stato. Era troppo libera per recintare la sua arte. Spesso partiva con il marito e soggiornava in diverse parti del globo. Ma altrettanto spesso, e non per malattia, restava isolata nella sua abitazione, nel suo giardino, nel suo perimetro di vita. Nei suoi spazi adottava gli angoli della casa dove riusciva a lavorare in piena solitudine. Quello era un tempo in cui Frida sembrava essere fragile e allo stesso tempo forte, dipendente dal mondo, dalle passioni e dall’amore (non sempre e solo per Diego), ma anche indipendente da tutto questo. Donna apparentemente piccola in un quartiere piccolo in un Messico ancora non fiorente.

La capacità minuziosa di dettagliare la vita e l’ambiente circostante, che fosse esso la natura morta o la quotidianità, rispecchiava anche una certa ambizione personale soprattutto se consideriamo il contesto storico in cui Frida Kahlo viveva.

In questa cornice si colloca anche l’interesse di Frida nel privilegiare l’autoritratto, come se esso fosse una sorta di documento identitario capace di provare — diremmo comprovare — la sua esistenza. I tratti del suo volto, dei suoi occhi, delle sopracciglia, della peluria sul labbro superiore (e così via) hanno rimandato la meticolosità di Frida, la sua personalità e libertà. Le pennellate, ma anche gli elementi che lei collocava e sceglieva — ora duri e crudi come il sangue, ora più umani e giocosi — avevano un intento terapeutico. Qualche volta a Frida è stata chiesta la motivazione degli autoritratti. Lei rispondeva che non poteva fare altro che dipingere ciò che più conosceva: se stessa. Ma in realtà lo faceva anche perché si sentiva spesso molto sola, seppur sentimentalmente accompagnata da uomini e da donne. Qualsiasi fosse la ragione, quasi in ogni quadro possiamo tracciare una sorta di convalescenza emotiva che non ebbe mai fine, se non con la morte sopraggiunta nel 1954.

La critica oggi parla delle sue opere come fossero un diario per immagini, un’autonalisi in cui Frida Kahlo sembra ora fissare le sue passioni, ora le sue ossessioni, ora i suoi dolori, ora ciò di cui pensava di aver bisogno. Dunque, i suoi quadri sono immagini di vita e allo stesso tempo di morte. Opere artistiche nelle quali emergono anche tutti i suoi ricordi di solitudine, di dolore… Ma anche quelli inquietanti, intrauterini o racchiusi all’interno di nature morte che evocano allo stesso tempo Eros e Thanatos.

A noi oggi arrivano dai suoi dipinti tutti gli elementi dualistici che popolano, quasi indisturbati, ora lo sfondo ora la parte centrale in cui in ogni caso lei spesso si presentava. Infatti, nei quadri è sovente lei il soggetto che si staglia contro tutto il dolore, o da esso viene vinta e inghiottita; o contro tutta la gioia. Basti pensare alle forme scheletriche o alla collana di spine che rimandano l’eco di una angoscia intima quasi indicibile.

Oppure potremmo riferirci ai punti in cui lei espone il cuore: sia come organo pulsante, sia come organo sofferente. Addirittura Frida si farà consegnare a casa dei libri di medicina, per poterlo studiare bene, quasi più da vicino. A volte utilizzava il cuore come icona di una sofferenza che rappresentava quasi un fossato di coccodrilli in cui è facile cadere. Le sue opere, sia quelle in cui raffigura i suoi “scimmiotti”, sia gli autoritratti o quelle che rappresentano i dolori che viveva, hanno tutte un codice stilistico che è poi quello emotivo: la negazione della vita e allo stesso tempo la sua esaltazione. Quasi come dentro Frida esistesse una dualità non risolvibile, che non era solo quella sessuale. Ogni quadro è contemporaneamente negazione di libertà e un volo che lei cerca di spiccare.

La voglia di essere libera non era solo fisica, sappiamo bene che gli ultimi anni della vita di Frida furono attraversati dai segni della malattia. Ma con Frida si può ben parlare anche di libertà o di assenza di essa in termini “psichici”. Le cicatrici dipinte, gli aborti o i feti sono rappresentazioni di una pena che richiede bende, non solo lacrime. Una visione della vita che è unica, irripetibile, la sua. Frida dipingeva anche le apparecchiature ortopediche, le bende, i letti di ospedale, il sangue, come se tutto questo non fosse un elemento pittorico di un quadro, ma una trama emotiva che ingombrava e allo stesso tempo liberava la sua vita.

Una convalescenza, la sua, dovuta ad una malattia che la rende unica, che plasma la sua personalità e traccia la sua storia con il suo consenso. Ciò però non dovrebbe far cadere in errore, perché Frida non rappresentò mai la vita in modo monocorde.

Quel che è certo è che fin da giovane Frida appare una donna piena di vita, di mistero, di pulsioni a volte anche violente. Nell’artista messicana sono vissuti contemporaneamente coerenze e incoerenze, sogni e incubi, vivacità e angoscia. Ma di certo una perenne urgenze di amare e di vivere è rimasta una costante fino alla fine dei suoi giorni.

La sua passione la spinse ad amare indistintamente uomini e donne, a vivere la passione per Diego e allo stesso tempo a respingerla. I due si sposarono il 21 agosto del 1929. Lei aveva 22 anni, lui 42 ed era stato già sposato. Lungo tutti gli anni in cui rimasero insieme, quindi fino alla morte dell’artista messicana, lei riuscirà ad amare anche altri e altre senza remore.

Quello tra Frida e Diego fu un rapporto tormentato come già detto. Durante il matrimonio, i viaggi furono tantissimi e in essi Frida soffrì la distanza dalla sua terra, il Coyoacán, dove voleva tornare a vivere. Basterebbe ricordare che in alcuni dei suoi dipinti lei rappresenta le radici alla sua terra, dalla quale spesso deve allontanarsi. Le radici profonde impedirebbero a chiunque di tagliarle, di portarla via da lì. Quando Frida si sposa con Diego, il padre di lei dice allo sposo qualcosa, come a volerlo mettere in guardia sulla malattia di Frida. Gli dice che sta per sposare una donna che sarà malata per tutta la vita. Frida aveva raccontato a Diego di aver avuto una poliomelite, ma sapeva bene di avere anche la spina bifida e di essere rimasta segnata profondamente e per sempre dall’incidente dell’autobus avvenuto quando era adolescente e si trovava con l’allora fidanzato Alejandro. Frida aveva continui dolori alla schiena anche a causa della scoliosi e soffriva di problemi circolatori che la porteranno nel 1953 addirittura all’amputazione della gamba (anche se prima era avvenuta quella delle dita). Racconterà di questo episodio in una lettera e nel suo diario, oltre a immaginare questo momento molti anni prima attraverso una sua opera famosa. Sembrerà ora rassegnata, ora disperata, ora consapevole, ora deturpata emotivamente e per sempre.

Relativamente, poi, all’assenza di figli, bisogna dire che le leggende si sono susseguite instancabili. Una certa letteratura e una certa filmografia racconta di una Frida che voleva diventare madre. Questa letteratura e questa filmografia però dimenticano l’esistenza di documenti inconfutabili: nei primi anni di matrimonio Frida decise volontariamente di abortire e lo fece diverse volte.

Il suo corpo e le sue ossa rispondevano male ai suoi stimoli, era come se fosse stata fratturata per sempre, all’esterno e all’interno. Come se quel mese di ospedale dopo l’incidente con l’autobus nel quale, ricordiamolo, un tubo metallico le aveva perforato il ventre, avesse segnato la sua vita in modo definitivo. Eppure, nonostante tutto, Frida non aveva rinunciato a vivere, dedicandosi anche alla bellezza e alla scelta di vestiti sgargianti. Qualche volta erano gonne ampie, altre volte vestiti maschili. Ma tutti ideati da lei. Così come era suo, quindi unico, il resto del suo stile: gli 8 anelli alle dita delle mani, collane vistose e particolari acconciature altrettanto suggestive.

La sua infermità fisica fu certamente un campo di battaglia, ma in cui Frida tentava di vivere e di sopravvivere come meglio poteva. Il suo corpo fu fonte anche di ispirazione, poiché fu contemporaneamente una gabbia e una libertà, uno spazio di ricordi e di narrazioni, ma anche la registrazione di una malattia inesorabile.

I suoi diari e le sue lettere, finanche le sue opere, ce lo hanno dimostrato fino alla fine.

Il decadimento fisico arriva esattamente il 13 luglio del 1954. Frida durante la notte muore: ufficialmente si dice che sopravviene un edema polmonare, ma più probabilmente fu una volontaria overdose di demoral, un farmaco derivato dalla morfina che l’aiutava a resistere al dolore.

Muore a 47 anni, anche se oggi diremmo che è rimasta eterna.

Tutta l’opera di Frida Kahlo è un sintomo stilistico della sua personalità: un immenso immaginario di dolore e di libertà. Ci lascia un alfabeto emotivo, immortale, capace di narrare la vita ma anche le mutilazioni del dolore.

Frida vive solo 47 anni, gli ultimi dei quali nel letto della sua abitazione a causa degli impedimenti fisici. Fu una donna che amò la vita a qualsiasi prezzo e in qualsiasi forma, e questo già basta per ricordare la grande eredità che resterà indimenticabile e la rende immortale.

Consigli di lettura:

Rauda Jamis, Frida Kahlo, TEA, 2003

Hayden Herrera, FRIDA, Neri Pozza, 2016