Lo spot della RAI per la giornata contro la violenza sulle donne: perché criticarlo non è cercare il pelo nell’uovo.

un fermo immagine dello spot Rai

La Rai ha creato uno spot di sensibilizzazione per la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”. Bambine e bambini raccontano alla telecamera cosa sognano di fare da grandi: chi la veterinaria o la stilista, chi il poliziotto o il musicista, finché l’ultima bambina rompe l’atmosfera positiva e annuncia “Da grande finirò in ospedale, perché mio marito mi picchia”

Donne tumefatte? Non ne abbiamo (se non nella foto-poster).

Ombre minacciose e hitckochiane che si stagliano su muri di vicoli deserti? Non ce ne sono.

Uomini prodi e valorosi che salvano donne in pericolo? Per stavolta niente.

Quindi tutt’apposto.

Non proprio.

E non perché il gene polemico del femminismo non ci permette di apprezzare nulla che non provenga da ambienti extra-istituzionali e ci obblighi a fare questioni per partito preso.

Ora vi spieghiamo perché.

Mettiamoci nei panni di chi ha creato la pubblicità. La scelta di usare dei bambini sarà stata dettata dal pensiero: un bambino suscita tenerezza e istinto di protezione, quindi, associare l’immagine di una donna che subisce violenze con quella di una bambina, non può che aiutare ad empatizzare con lei. La bambina, per di più, è bella & bionda, una bambola.

Ecco, le donne che subiscono violenze non sono delle bambole. A volte alzano la voce, hanno brutti capelli e si vestono male o in maniera “poco fine”, sono antipatiche, sono povere, ma non in modo cool tipo neorealismo, più tipo squallore urbano. A volte hanno fatto errori, hanno difetti, non sono madri modello, insomma, non sono sempre l’altro in cui vorresti specchiarti. Proprio ieri sera ho saputo che una ragazza che conosco ha subito — e forse tuttora subisce — molestie da un suo professore. Ma è una antipatica, che non piace, una stronza, insomma, ed è difficile voler stare dalla sua parte. Ecco: se una donna non è la bambina bionda dello spot RAI e non suscita empatia, cosa si fa?

E qui veniamo al problema. Non abbiamo bisogno di empatia e di spremute di cuore, ma di giustizia.

La maniera in cui è costruito lo spot RAI gioca sull’effetto spiazzante tra la tenerezza che suscitano i sogni e progetti dei bambini — raccontati a suon di carillon — e lo stacco repentino dell’ultima scena, senza sottofondo musicale, che è di impatto ancora maggiore proprio perché arriva una volta che si è già costruito in chi guarda un senso di amorevole benevolenza. Tipo effetto di porta che sbatte mentre sei lì che ti riposi sul divano.

Perché abbiamo bisogno di trasferire il discorso della violenza sulle donne ai bambini? Forse perché le donne non sono soggetti che ispirano abbastanza solidarietà? O forse perché ci decolpevolizza? Chi augurerebbe mai a quella bambina di avere un marito che la picchia? Ovviamente nessuno. Non certo i bambini dello spot, che — sarà una svista? — non dicono “io da grande non picchierò mia moglie”, mentre hanno invece le idee ben chiare sul fatto che da grandi faranno i musicisti o i maestri di sci. E non glielo augurerebbe nemmeno quell’uomo che pensa che fare i complimenti alla gambe della cameriera sia accettabile, e nemmeno quell’uomo che ti offre da bere e poi se non gli dai il numero ti insulta, e nemmeno quel datore di lavoro che ti dà un aumento e il giorno stesso ti invita a pranzo. E nemmeno quell’uomo che ti urla “troia!” dal finestrino della macchina, perché, con quella gonna, te la sei chiamata, o quel fidanzato che ti controlla WhatsApp solo perché è tanto geloso. Loro non augurerebbero MAI alla bambina bionda una cosa del genere. Quindi stanno con le donne. Quindi tutt’apposto. Sì, tutt’apposto…

Il problema dello spot creato dalla RAI è che adotta la stessa retorica di certe campagne che sembrano avere di mira l’eliminazione del senso di colpa del proprio pubblico, piuttosto che l’eliminazione del problema che vorrebbero affrontare.

Prendete un problema e rendetelo più vago e generale possibile. Fatto?

Ora assicuratevi di aver tagliato tutte le possibili connessioni con il sistema che produce e alimenta questo problema. Fatto?

Mondate il vostro messaggio da ogni senso di responsabilità che possa far sentire a disagio chi guarda. Fatto?

Ora prendete dei bambini — mi raccomando: occhi grandi e lucidi, bei faccini, felici, ma anche intensi, per mantenere il pathos — e fate leva sul senso di protezione verso di loro. Fatto?

La vostra ricetta per uno spot che faccia sentire tutti più buoni e uniti contro un problema brutto-brutto, di cui però preferiamo non parlare troppo in dettaglio, è pronta.

Perché mica vogliamo stare a rimestare tra le responsabilità personali di ognuno nell’alimentare una cultura sessista e oppressiva verso le donne. Non starebbe mica bene…