Perché c’è bisogno di Chayn Italia

di Chiara

In Italia assistiamo a un’epidemia di violenza contro le donne.
Nel 2013
179 donne sono state uccise da partner o ex partner, una ogni due giorni. Sebbene questi casi siano sulle prime pagine di tutti i giornali, la violenza di genere, inclusa la sua estrema conseguenza, il femminicidio, sono ancora trattati come ‘raptus’ di un momento, come gesti insensati di uomini accecati dal troppo amore e dalla gelosia o in crisi per problemi economici. La violenza di genere tocca tutte le donne in Italia, in forme diverse.

I dati ISTAT ci confermano oltre il 31% delle donne italiane tra ai 16 e i 70 anni subisce violenza nel corso della propria vita, la percentuale sale al 36% per le donne disabili. L’80% di questi atti di violenza è compiuto da persone conosciute, e sono i partner e ex partner a commettere le violenze più gravi. Le donne italiane e le straniere subiscono violenza in ugual numero. Le donne richiedenti asilo e rifugiate vedono i loro diritti particolarmente a rischio a causa delle attuali politiche sull’immigrazione, come dimostra il caso delle ragazze nigeriane a rischio espulsione nonostante il rischio di violenza che corrono nel proprio paese di origine.

Se si parla tanto delle vittime, del loro aspetto e della loro vita privata, si tace invece sulla vera causa della violenza: la sistematica disuguaglianza di genere che permea la nostra società a tutti i livelli.
La violenza viene ancora in gran parte vista come un fatto privato e questa attitudine ancora persiste tra i più giovani. Un’indagine di We World su dati Ipsos Rosa Shocking 2 sulla percezione della violenza sulle donne e degli stereotipi di genere da parte delle generazioni più giovani riporta che il 32% dei ragazzi e delle ragazze tra i 18 e i 29 anni afferma con enfasi che gli episodi di violenza vanno affrontati all’interno delle mura domestiche, poiché quanto accade nella coppia non deve essere di alcun interesse per gli altri. Per il 25%, cioè 1 su 4, la violenza è causata da “raptus” momentaneo che va giustificato e legittimato dal “troppo amore” oppure da una motivazione legata al preconcetto che le donne siano abili ad esasperare gli uomini e che gli abiti succinti siano troppo provocanti, attribuendo, quindi, alle donne la responsabilità di far scaturire la violenza.

Di fronte a un giornalismo di cronaca che avvalla gli stereotipi più crudi, abbiamo bisogno di un cambiamento culturale radicale. Ma quali politiche e leggi sono necessarie? Gli strumenti a disposizione del legislatore in Italia, volendo, ci sarebbero.

Nel giugno 2013 il parlamento italiano ha ratificato la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Istanbul è la convenzione più avanzata dal punto di vista giuridico, indica in dettaglio i doveri dello stato per quanto riguarda la prevenzione e il contrasto alla violenza di genere. La ratificazione della Convenzione di Istanbul obbliga il governo italiano a recepirne le direttive integrandole nella legislazione nazionale e colmando eventuali vuoti legislativi. Non solo, l’Italia ha anche obblighi ben precisi per quanto riguarda la coordinazione delle varie attività necessarie, attraverso un organo nazionale, e lo stanziamento di fondi per far sì che sia possibile tradurre in pratica gli obblighi di legge. In particolare, la Convenzione di Istanbul promuove il ruolo delle associazioni di donne nella gestione di servizi specializzati, dalle case rifugio ai programmi educativi, per contrastare e prevenire la violenza di genere sulle donne.

A oggi un organo di coordinamento nazionale in Italia non esiste e la gestione dei fondi del piano antiviolenza del governo Renzi desta molti dubbi in quanto a trasparenza sulla destinazione dei fondi.

Action Aid Italia ha calcolato che nel 2013/14 per il piano antiviolenza siano stati stanziati 16 milioni e 400mila euro, ma solo 6 milioni siano arrivati nelle case rifugio. A oltre due anni dalla ratifica della Convezione regioni e governo non sono in grado di presentare una mappatura aggiornata delle strutture disponibili.

I rifugi per le donne che fuggono situazioni di violenza domestica sono dei salvavita ma non sono sufficienti a raddrizzare la cultura di misoginia e maschilismo che viviamo in Italia. Sono necessarie campagne educative, incluse nelle scuole, per scardinare stereotipi che vedono un genere prevaricare sull’altro.

È sotto gli occhi di tutti la resistenza contro queste politiche da parte di gruppi di fondamentalisti cattolici e della destra in parlamento e fuori che si sono fatti portatori dello spauracchio della fantomatica ‘teoria del gender’. Sebbene in molte scuole di ogni ordine e grado ci siano progetti all’avanguardia ancora non c’è un piano nazionale per un’educazione di contrasto agli stereotipi di genere e all’omofobia e per la promozione dell’uguaglianza e dei diritti di tutte e tutti.

In questo contesto Chayn Italia si pone due obiettivi: il primo è fornire strumenti pratici alle donne che vivono relazioni violente e a chi sta loro vicino attraverso informazioni semplici e accessibili e guide pratiche. Da come riconoscere la violenza a cosa fare se ci si trova in immediato pericolo passando per cosa dice la legge e cosa fare e non fare per stare vicino a un’amica e esserle d’aiuto.

Il secondo obiettivo che ci poniamo è di diventare un luogo virtuale che possa catalizzare le energie e i saperi delle realtà sparse sul territorio nazionale, a partire dagli sportelli anti violenza, che ogni giorno tra mille difficoltà burocratiche e economiche, lottano per garantire protezione e assistenza alle donne che vivono relazioni violente.

Chayn Italia non vuole sostituirsi a questi servizi vitali ma vuole facilitare connessioni e la diffusione di buone pratiche sviluppate attraverso anni di lavoro.

Se lavorate sul territorio e volete raccontarci la vostra storia, contattateci a info@chaynitalia.org.