Rupi Kaur: quando le parole confortano e sollevano

di Giulia Carmen Fasolo

Chi non ricorda lo scatto, pubblicato su Instagram, che ritraeva Rupi Kaur a letto, mostrando le lenzuola e il pigiama macchiato dalla mestruazioni? Per quel gesto, la fotografia fu segnalata e bloccata dallo stesso social.

Rupi Kaur è considerata, oggi, una tra le più significative personalità artistiche. Ama definirsi femminista, intendendo con questo termine il suo essere inclusiva e non esclusiva. E non è semplice definirsi tale in un mondo costruito e ragionato a misura d’uomo. Poeta di origine punjabi, Rupi vive in Canada e vuole dare un senso specifico all’uso della lingua.

Il suo impegno artistico rientra a pieno titolo in quel manipolo di poeti legati al social poetry: Facebook, Instagram, Tumblr e piattaforme simili sono i luoghi di eccellenza scelti per la diffusione di nuove forme d’arte. Ma Rupi Kaur si esprime anche attraverso la spoken word poetry: una performance poetica dal vivo (o in video), dove le parole vengono pronunciate ad alta voce e messe una dopo l’altra con un ritmo ben scandito, incantando chi ascolta.

Cresciuta nella comunità dei sikh punjabi, ma etichettata — secondo il catalogo narrativo dell’esclusione — “un’immigrata, per giunta donna e di colore”, Rupi ha dovuto fronteggiare una vita frastagliata di ostacoli, anche di natura misogina. Ad un certo punto, ha deciso che per imparare la nuova lingua bisognava partire dalla sua condivisione di senso.

La prima cosa che balza all’occhio, leggendo i suoi testi, è certamente la sovversione della regola tradizionale secondo cui dopo il punto debba necessariamente esserci una maiuscola. Nella scrittura di Rupi Kaur non ci sono maiuscole non per un orpello artistico, ma per offrire un omaggio alla sua prima lingua. Nel gurmukhi, infatti, tutte le lettere sono trattate allo stesso modo. Lei stessa ne spiega il senso: “mi piace questa semplicità. questa simmetria e questo andare sempre avanti. è una rappresentazione visuale di quello che vorrei vedere più spesso nel mondo: uguaglianza. per proteggere questi piccoli dettagli della mia lingua li includo in quest’altra lingua”.

Nel 2014 pubblica Milk and honey, ristampato con un editore un anno fa e divenuto un bestseller. Nella cultura punjabi, miele e latte sono elementi “ricostituenti”: rimettono in forza, vengono addirittura prescritti con questo scopo. Il volumetto è diviso in quattro parti (o fasi): the hurting (il ferire), the loving (l’amare), the breaking (lo spezzare), the healing (il guarire).

Rupi Kaur usa la poesia per parlare di pensieri, paure, cadute e delusioni delle donne. Ma racconta anche gli stupri, gli abbandoni, gli specchi e i coltelli. Fa emergere tutte quelle esperienze che spingono la donna a scavarsi dentro, a rialzarsi magari dopo essere caduta. Sembra semplice, ma non lo è affatto riscoprire il proprio corpo e la propria dignità, soprattutto perché bisogna fare i conti con una cultura maschilista tendente a silenziare l’autostima delle donne, facendole sentire inadeguate, sbagliate, incapaci di reagire.

Un interessante aspetto della poetica di Rupi Kaur è senza dubbio l’esplorazione del rapporto donna-donna. Il concetto di “power to uplift” è fondamentale nella sua poetica: uplift corrisponde al nostro sollevare, sia fisicamente sia moralmente, ma vuol dire anche confortare e motivare. Questo è il grande tesoro posseduto dalle donne: saper sollevare, confortare e motivare. E questa meravigliosa “pratica” può uscire dalle mura di casa propria e diventare “sorellanza condivisa”, una sensibilità donata e ricevuta. E proprio come il latte e il miele sono ricostituenti, l’empowerment che viene attivato da donne a favore di donne, in direzione di reciprocità, permette ciò che viene definito dalla poeta “flourish and nourish”: fiorire e prosperare, nutrire e rafforzare.