venerdì 1 novembre: le notizie di ieri, lette e ragionate con calma. Buona lettura!
Comuni, fondi a tre vie per gli investimenti
Mezzo miliardo all’anno, dal 2020 al 2024, per gli investimenti comunali che puntano all’efficientamento energetico, all’illuminazione pubblica e al trasporto sostenibile. E poi 85 milioni per finanziare la progettazione esecutiva, 50 milioni aggiuntivi per la manutenzione delle strade da parte di Province e Città metropolitane. E fondi per gli investimenti in crescita dal 2021 in poi, quando gli spazi di bilancio si allargano. La manovra di bilancio del governo giallorosso rende strutturali le misure introdotte dal governo gialloverde per riavviare i cantieri della PA.

In tre mesi -60mila occupati. Continua la frenata del lavoro
Un segnale preoccupante che stranamente non è al centro del dibattito pubblico: continua la frenata del lavoro. A settembre, rispetto ad agosto, l’occupazione si è contratta di 32mila unità, e a scendere, per la prima volta in maniera consistente, sono stati soprattutto i rapporti a tempo indeterminato, -18mila posizioni, oltre agli autonomi. Il trend negativo dura ormai da luglio: negli ultimi tre mesi infatti gli occupati sono scesi di 60mila unità. A tornare su è stata anche la disoccupazione, che, sempre a settembre, ha sfiorato la soglia psicologica del 10%, attestandosi al 9,9 per cento. Peggio dell’Italia, nel confronto internazio- nale, fanno solo la Spagna e la Grecia, a fronte di un tasso di disoccupazione nella media Ue stabile al 6,3 per cento (7,5% nell’area Euro).

Altro che contante, il problema sono i soldi sotto il materasso. Ma il BOT Italia?
I numeri della Banca d’Italia sono inequivocabili: nel 1988 il 57% dei ti- toli del debito pubblico era in mano alle famiglie. Ora quella percentuale è crollata al 5%. Nel mezzo è lievitata la liquidità: tra contanti sotto il materasso (stimati) e depositi in conto corrente i numeri ufficiali oscillano tra i 1.390 miliardi censiti dalla Banca d’Italia a fine 2018 ai 1.557 indicati dall’outlook di ottobre 2019 dell’Abi (dati al 30 settembre 2019). Si tratta di una enorme massa di denaro, non distante dal prodotto interno lordo del Paese, che nel 2018 si è attestato a 1.753 miliardi. Avere così tanti soldi in cassaforte è certamente un costo (l’inflazione, seppur bassa, ogni anno li erode) ma anche un’opportunità che in questo momento gli italiani (non investendoli) non sembrano disposti a cogliere: «sia per indole, sia per trovarsi più preparati in un contesto incerto». Quindi, gli italiani sono guardinghi con il proprio denaro, in questa fase più che mai, anche per una questione di attitudine. «Gli italiani sono sempre stati grandi risparmiatori e molto affezionati al reddito fisso. Negli ultimi anni però la volatilità sui BTp li ha spaventati. Ora la paura è passata ma sono passati anche i rendimenti – spiega Marco Piersimoni, strategist di Pictet -. Gli italiani oggi si trovano orfani del loro tipico strumento di investimento, le obbligazioni domestiche. E questo spiega perché la liquidità sui conti correnti sia a livelli mai visti»

Lufthansa e Alitalia
Lufthansa continua a girare intorno alla preda Alitalia, è interessata a un accordo commerciale ma non fa il passo necessario per entrare nell’operazione di salvataggio: non si impegna a diventare subito azionista della Nuova Alitalia. Anche nell’ultima lettera inviata ieri alle Ferrovie dello Stato e, per conoscenza, al ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, il vettore tedesco non fa la mossa che è stata richiesta come condizione irrinunciabile dalle Ferrovie dello Stato, capofila della cordata che lavora al piano di salvataggio insieme ad Atlantia e al Mef, cioè dichiarare l’impegno immediato a entrare nella Newco che dovrebbe fare ai commissari l’offerta vincolante di acquisto della compagnia. La compagnia americana Delta invece ha dato la disponibilità a prendere subito una quota del 10% della Nuova Alitalia, con un investimento di 100 milioni di euro.
Lufthansa è pronta a considerare un «importante investimento» nella nuova Alitalia ristrutturata, ma questo investimento è subordinato a delle “precondizioni”. Lo indica la compagnia tedesca nella lettera inviata a Ferrovie Italiane, secondo quanto riferiscono fonti che l’hanno visionata. Lufthansa chiede tra l’altro: una riduzione significativa del costo degli aerei e degli equipaggi, un dimensionamento della flotta e del network, un aumento della produttività e un accordo preventivo di riduzione dei costi con i sindacati prima di firmare qualsiasi impegno.
La lettera, firmata dal direttore commerciale di Lufthansa, Harry Hohmeister, indica altre due precondizioni: implementazione di una struttura di governance e l’iniezione di capitale nella nuova azienda senza il pagamento di obbligazioni supplementari. Nella missiva si spiega che Lufthansa e Atlantia insieme diventeranno “soci di maggioranza”. La compagnia tedesca indica quindi un target di Ebit margin dell’8% nei prossimi due anni, oltre al raggiungimento del break even. La società guidata da Carsten Spohr indica la strada della “partnership commerciale” per garantire un futuro di successo alla Nuova Alitalia e cita quanto fatto con Austrian Airlines e Swiss. In aggiunta alle discussioni fatte sulla partnership commerciale, è scritto nella lettera, Lufthansa prevede per il futuro un “potenziale investimento” in Alitalia, considerando “un importante investimento”, vincolandolo a specifiche precondizioni.
Il bonus facciate
Nel bonus facciate impianti di illuminazione, pluviali e cavi della Tv, intonacatura, verniciatura, rifacimento di ringhiere, decorazioni, marmi di facciata, balconi. È un primo elenco di interventi che saranno inclusi nel nuovo bonus facciate, stando alla formulazione della norma inserita nella bozza del Ddl di Bilancio.
La manovra mette in campo una nuova detrazione pari al 90%, senza tetti massimi di spesa, per gli interventi edilizi, «ivi inclusi quelli di manutenzione ordinaria, finalizzati al recupero o restauro della facciata degli edifici». Il presidente del Consiglio nazionale dei geometri, Maurizio Savoncelli fa una prima analisi di questa formulazione. Premettendo che «si tratta di una norma positiva, che completa il sistema degli incentivi esistenti e che consentirà di intervenire soprattutto sul tessuto di fabbricati costruiti tra gli anni ’50 e ’70, quelli dalla qualità più scarsa». Per Savoncelli il riferimento alla manutenzione ordinaria apre la strada a molte possibilità: «Sarà possibile tinteggiare, ma anche rifare i prospetti di facciata, le ringhiere, le decorazioni, i marmi. Ancora, sarà possibile detrarre la sostituzione di pavimenti dei balconi, di balaustre e fregi». Gli elementi di cui si compone una facciata sono molti e, in diversi casi, si tratta di impianti.
Rientrano nel perimetro delle detrazioni, certamente, i canali di gronda e tutti i sistemi di smaltimento delle acque piovane. Ma anche gli impianti di illuminazione di aree comuni. Non solo. In tutti i casi nei quali ci sono cavi penzolanti sulle facciate, sarà possibile metterli sottotraccia. Una possibilità in più, su cui vale la pena di interrogarsi, è poi quella di abbinare al rifacimento della facciata i lavori legati al risparmio energetico, ottenendo però, sulla spesa complessiva, la maxi detrazione del 90% anziché quella del 65- 70–75 per cento.

Facebook e Twitter nel gioco politico
Il fondatore di Facebook non si smuove. Ieri ha saputo di Twitter men- tre stava facendo una «conference call» con gli investitori. Questa la sua reazione: «Anche io avevo pensato di togliere gli spot politici, ma è difficile stabilire dove tirare la linea. Vogliamo veramente bloccare le inserzioni su temi importanti come il climate change o l’avanzamento so- ciale delle donne?». E aggiunge che non è una questione di soldi: «Ci aspettiamo che per il prossimo anno i ricavi dalle inserzioni politiche siano pari allo 0,5% del nostro fatturato». Per mettere le cose in chiaro: i ricavi di Facebook si aggirano sui 66 miliardi di dollari: la politica, dunque, rende sui 330 milioni di dollari l’anno.
Amazon e il Talmud
Borough Park, zona ortodossa hassidica della città di New York, da sola fa il 7 per cento di tutte le vendite di fornitori terzi sul portale di e-commerce Amazon. Borough Park (per i newyorchesi semplicemente «Boro») e il suo principale codice postale sono i depositari più o meno nascosti di un piccolo e poco conosciuto segreto di Amazon. Dallo Zip code 11219 hanno origine infatti il 7 per cento di tutte le vendite fatte da fornitori terzi sul portale del colosso del e-commerce e considerato che i fornitori terzi contribuiscono al 57 per cento del totale delle vendite su Amazon è facile capire come il codice postale 11219 sia diventato una sorta di caposaldo nell’azienda multi-miliardaria di Jef Bezos.
Yisroel, che ha chiesto a BuzzFeed di essere identiicato solo così per motivi di privacy, possiede un magazzino dove ferve l’attività. Diversi operai, alcuni ortodossi, in maggioranza «latinos», lavorano alacremente sui tavoli con grandi pacchi che vengono riempiti di merce e imballati con rotoli di nastro adesivo. Yisroel è cresciuto a Boro, ha studiato alla Beth medrash govoha (istituto ebraico nel New Jersey, conosciuto come “the Harvard of yeshivos”) la più grande scuola per studi talmudici fuori da Israele e ino a pochi anni fa era convinto di voler diventare un rabbino. Sposato e con otto figli da mantenere nel 2013 ha deciso che era giunto il momento di trovare un lavoro più redditizio.
La sua era una situazione simile a quella di molte famiglie della comunità. Borough Park, che negli ultimi quaranta anni ha accentuato la sua essenza ultra-ortodossa tanto da venire deinito “suburb to shtetl” dal nome dei piccoli villaggi ebraici dell’est europeo spazzati via dai pogrom e dall’Olocausto, nel 2000 si è guadagnato il soprannome di “Baby boom capital” per l’alta natalità e le famiglie con sei o più igli sono quasi la norma. E questo in un quartiere dove il tasso di povertà è il più alto di tutta New York (il 28 per cento dei residenti vivono al disotto della linea dei poveri) accresce le già complicate diicoltà economiche.
Yisroel è stato uno dei pionieri, ma negli ultimi cinque anni il numero degli hassidici di Boro che si sono messi al servizio di Amazon si è rapidamente moltiplicato, trasformando altrettanto rapidamente l’economia del quartiere. Il motivo è semplice: per vendere come fornitori terzi su Amazon non occorre avere particolare esperienza nel commercio e soprattutto non occorre fare investimenti in negozi reali (con i relativi costi a iniziare da quello dell’affitto). Inoltre, cosa che ai membri della comunità non dispiace affatto, permette di gestire quasi tutta l’attività in modo anonimo, avendo contatti con clienti invisibili, usando principalmen-te posta e posta elettronica o utilizzan-do società di consegna pacchi.
«Amazon non chiede e non è interessata al tuo curriculum, la tua foto che scegli non è affare suo, l’investimento è minimo e puoi lavorare tranquillamente anche dalla tua camera da letto», ha raccontato ai media americani Sam Friedman, uno dei nuovi businessman di Boro che lavora con molti venditori di Amazon. Inoltre, se Amazon prende a suo carico imballaggio e spedizione, secondo alcune recenti interpretazioni della legge ebraica, i proprietari dei magazzini di Boro possono gestire le loro attività sia durante la festività del sabato, sia in feste comandate come Rosh Hashana, Sukkot e il capodanno ebraico senza violare la prescrizione contro il lavoro nei giorni sacri. E così uomini religiosi che erano abituati a trascorrere gran parte della propria giornata a studiare il Talmud e a pregare e donne che erano abituate a occuparsi tutto il giorno dell’educazione e della crescita dei numerosi igli, hanno trovato, grazie a un’azienda che più moderna non può essere, la possibilità di diventare a tempo pieno commercianti di successo.

Il super computer in Italia
Importante annuncio da parte di Eni che ha presentato l’evoluzione della infrastruttura di supercalcolo al Green Data Center. Nello specifico, la società italiana ha avviato la realizzazione del nuovo sistema di supercalcolo HPC5 allo scopo di potenziare e aggiornare l’attuale HPC4. L’operazione permetterà di triplicare la potenza di calcolo che passerà da 18 a 52 PetaFlop/s, vale a dire 52 milioni di miliardi di operazioni matematiche svolte in un secondo. A contribuire a questo progetto la tecnologia di Dell Technologies che permetterà a HPC5, ospitato all’interno del Green Data Center di Eni, di disporre da inizio 2020 di una potenza di picco totale pari a 70 PetaFlop/s, divenendo così l’infrastruttura di supercalcolo dedicata al supporto di attività industriali più potente al mondo.
Non ditelo a Saviamo, la mariujana fa male
Fumare cannabis farebbe più male che bere alcol. In particolare durante gli anni dell’adolescenza. È l’allarme appena lanciato sulle pagine di American Journal of Psychiatry da uno studio dell’Università di Montreal, in Canada, Paese che, ricordiamo, ha appena legalizzato l’uso della marijuana a scopo ricreativo. In particolare, la nuova ricerca suggerisce che l’uso di cannabis da parte dei teenager avrebbe un impatto peggiore e più a lungo termine sullo sviluppo del cervello e sulle capacità cognitive, come la memoria e il comportamento, rispetto al consumo dell’alcol. Per valutare l’impatto dell’alcol e della cannabis sul cervello degli adolescenti, lo studio ha coinvolto circa 3.800 adolescenti di 13 anni di età, provenienti da 31 scuole canadesi. Ai ragazzi è stato chiesto di riferire in un questionario online le informazioni riguardanti le loro abitudini sul consumo di droghe e alcol una volta all’anno, per quattro anni consecutivi. Utilizzando test cognitivi, i ricercatori hanno potuto poi misurare le funzionalità cerebrali degli adolescenti, tra cui la memoria di lavoro, ovvero la memoria a breve termine implicata nell’apprendimento, il ragionamento percettivo, ovvero la capacità di usare le informazioni provenienti dai sensi, e il controllo inibitorio, ossia la capacità di controllare i propri impulsi.
Sebbene l’assunzione di entrambe le sostanze, alcol e cannabis, in giovane età sia già stata in precedenza associata a problemi relativi allo sviluppo cognitivo, come per esempio l’apprendimento, l’attenzione e i processi decisionali, la nuova analisi ha rivelato che questa correlazione sembra essere molto più marcata e con effetti più duraturi con l’uso di cannabis, rispetto al consumo di alcol. Più precisamente, i ricercatori hanno osservato che un aumento del consumo di cannabis da parte degli adolescenti in determinato anno è associato a un punteggio più basso nei test cognitivi non solo durante lo stesso anno ma anche in quelli successivi, suggerendo quindi che la cannabis abbia un effetto duraturo sulla funzione cerebrale dei giovani. Dati questi che, invece, non sono stati osservati negli adolescenti che consumavano alcol. In particolare, l’uso della cannabis è stato associato a effetti duraturi sul controllo inibitorio, ovvero la capacità di “trattenersi” dal compiere azioni o scelte di tipo impulsivo, noto come fattore di rischio per l’instaurarsi di altre dipendenze. “Il cervello degli adolescenti si sta ancora sviluppando”, ha spiegato Patricia J Conrod, autrice principale e psichiatra dell’Università di Montreal, e quindi qualsiasi droga o sostanza che possa influenzare il cervello, sia illegale che legale, potrebbe avere effetti a lungo termine. “I giovani dovrebbero riuscire a ritardare il più possibile l’uso di questa sostanza”.
In risposta alla Segre e a chi strumentalizza la Shoah per fini diversi, politici. Da uno scritto di Herbert Pagani:
«Un antisemita di destra rimprovera agli ebrei di aver fatto la rivoluzione bolscevica. È vero. C’erano molto ebrei, nel 1917. Un antisemita di sinistra rimprovera agli ebrei di essere i proprietari di Manhattan, i gestori del capitalismo… è vero ci sono molti capitalisti ebrei. La ragione è semplice: la cultura, la religione, l’idea rivoluzionaria da una parte, i portafogli e le banche dall’altra sono stati gli unici valori mobili, le sole patrie possibili per quelli che non avevano una patria. Ora che di patria ne esiste una, l’antisemitismo rinasce dalle sue ceneri, o meglio, scusate, dalle nostre, e si chiama antisionismo.»
Beppe Grillo ci spiega perché tassare la plastica come fa il suo governo è una grande idiozia!
Se vogliamo mettere in atto una vera lotta all’inquinamento e contrastare il fenomeno dello smaltimento illecito di rifiuti plastici, serve andare alla fonte del problema, ossia all’eccessiva produzione di rifiuti.
I dati CONAI dicono che nel 2018 sono stati immessi sul mercato poco più di 2,3 milioni di tonnellate di imballaggi plastici. Di questi, solo il 43% è stato avviato a riciclo, pari a circa un milione di tonnellate, in leggero aumento rispetto al 2017 ma comunque troppo poco. Infatti, oltre la metà degli imballaggi plastici che circolano in Italia prendono altre strade diverse dal riciclo, ovvero lo smaltimento legale ed illegale.
L’introduzione delle tasse di scopo sulla plastica non vanno a risolvere il problema della riduzione della plastica se non in minima parte. La tassa di scopo, infatti, mira a colpire un comportamento scorretto invogliando il consumatore a modificare le proprie abitudini, privilegiando prodotti privi di imballaggio. Ragionando per estremi, il fine ultimo dell’imposta ambientale è l’azzeramento del consumo di imballaggi e di conseguenza il gettito generato da essa dovrebbe tendere a zero. Se però la tassa viene imposta a copertura di altri provvedimenti, queste iniziative vengono meno nel momento in cui termina il comportamento non virtuoso perché cessa il gettito derivante e quindi la copertura. In sintesi, un cane che si morde la coda.
In secondo luogo, la tassa di scopo va a creare un effetto discriminatorio tra chi può permettersela e chi no. In altre parole, la sovrattassa provocherà effetti evidenti solo per quella fascia di popolazione meno abbiente per la quale anche un aumento minimo del prezzo dei beni di consumo comporterà un pesante effetto sulle loro tasche. Si arriverà a penalizzare i consumi dei più deboli, a ridurre gli introiti delle aziende e non si arriverà a generare nessun cambiamento reale né dei consumi né delle produzioni.
Per i più ricchi, invece, cambierà poco o niente. Come esempio, vale lo stesso discorso che si applica per l’aumento dell’IVA. Un aumento dell’imposta sul consumo, sia essa sul valore aggiunto sia essa ambientale, per i più abbienti risulta essere irrilevante tanto da non modificare le loro abitudini e stili di vita. Continueranno a pagare, senza difficoltà, le maggiorazioni stabilite.
Il problema dell’eccessiva produzione di plastica va invece risolto alla radice adottando un diverso approccio pratico che punti ad eliminare il problema alla fonte. In Germania lo fanno dagli anni ’90, da quando cioè hanno introdotto il vuoto a rendere su tutte le bottiglie di plastica, vetro o latta. Le bottiglie di bevande, birra, vino e acque minerali, una volta consumato il loro contenuto, devono essere restituite dai clienti ad un qualsiasi esercizio commerciale. Questo è tenuto ad accettare il vuoto e contestualmente a restituire al consumatore una cauzione precedentemente versata al momento dell’acquisto. E’ a carico dell’esercente l’onere dello stoccaggio e della restituzione ai propri fornitori dei vuoti che invece di essere inviati al riciclo vengono mandati a impianti di lavaggio per il loro riutilizzo.
Le cosiddette “bottiglie a rendere”, si riconoscono per gli inevitabili segni dovuti ai ripetuti passaggi negli impianti di lavaggio ma soprattutto dalla plastica più rigida e consistente con cui sono fatte. Difficilmente si riesce a schiacciare una “bottiglia a rendere” proprio perché non sono state progettate per essere “usa e getta” ma per essere un vero e proprio bene durevole. La loro consistenza fa sì che possano essere riutilizzate per almeno 20 cicli di lavaggio prima del loro definitivo riciclo. Ciò comporta un notevole abbattimento dei consumi e della quantità di rifiuti prodotti, e quindi meno inquinamento e possibilità di lucro per la criminalità organizzata.
Il vuoto a rendere deve essere fatto con i giusti tempi facendo in modo che i produttori di imballaggi possano esaurire le scorte di lavorati e semilavorati in magazzino, riconvertendo gli impianti per la produzione di “bottiglie durevoli”.
In Germania tutti questi processi vengono svolti da decenni senza che nessuno ne abbia mai fatto una tragedia e grazie a questa misura il 97% delle “bottiglie a rendere” viene recuperato.
Il riuso è quasi sempre preferibile al riciclo il quale è, a sua volta, più opportuno rispetto al recupero energetico che distrugge definitivamente la materia dissipando per sempre il suo potenziale. E il riuso ha un bilancio energetico nettamente migliore rispetto al riciclo dato che nel primo caso i materiali di post consumo vengono riutilizzati per le medesime finalità senza subire ulteriori processi di lavorazione.
Ridurre alla fonte il rifiuto porterebbe ad un altro importante miglioramento nella sicurezza pubblica e ambientale, eliminando una grossa fonte di guadagno per la criminalità organizzata. Si ridurrebbe infatti in maniera drastica il mercato illegale di smaltimento e dei traffici illeciti e di tutti quegli episodi di incendi di impianti di trattamento e stoccaggio a cui si assiste con sempre più frequenza

Il modello DDR per il lavoro a 5 Stelle, c’è lo spiega sempre Beppe Grillo. Gustatevi questo futuro distopico:
Come cambierebbe la vostra vita se doveste lavorare solo 5 ore al giorno? Stesso stipendio e ferie garantite, si intende, ma con un impegno settimanale di 25 ore anziché di 35 o 40. In molti penserete che non può funzionare, che questa soluzione comporterebbe un sacco di problemi, di costi e di perdite per le imprese, che se si lavora 7 o 8 ore al giorno un motivo ci sarà, che con 5 ore la produzione calerebbe. Che, che, che…
Così però non state rispondendo alla prima e semplice domanda. “Come cambierebbe la vostra vita se doveste lavorare solamente 5 ore al giorno?”. Dedichereste più attenzione al lavoro? Il vostro tempo libero ne trarrebbe beneficio? Immaginate già come lo impieghereste?
Il tedesco Lasse Rheingans saprebbe come rispondere perché quest’esperienza l’ha sperimentata da imprenditore, con risultati inaspettati e sorprendenti. Titolare di una piccola azienda di servizi tecnologici e digitali, Rheingans ha imposto al suo team proprio un orario di lavoro di 5 ore. Il primo risultato riscontrato è che la produttività è rimasta identica. Per essere precisi, questa constatazione l’aveva già fatta da lavoratore dipendente, quando fu costretto a chiedere una riduzione dell’orario (quindi di salario) per seguire i suoi bambini. Si accorse che la sua produttività era rimasta inalterata e questo lo spinse a rivendicare un aumento (che ottenne) dal suo titolare.

