È morto Liu Xiaobo, l’intellettuale che impauriva Pechino

Promotore di Charta 08, il manifesto politico che voleva sostituire lo stato di diritto borghese al governo dell’uomo confuciano

Scrittore dissidente, già presidente del Pen club cinese, Liu Xiaobo era stato arrestato nel dicembre del 2008 in quanto firmatario e promotore di un manifesto politico, Charta 08, a cui avevano aderito 350 intellettuali cinesi e che chiedeva sostanzialmente la fine del sistema a partito unico. Nel 2009 gli era stata formalizzata l’accusa di “incitamento alla sovversione del potere dello stato”. Nel dicembre del 2009 si svolse il processo che lo condannò a 11 anni di reclusione. Nel 2010 aveva ricevuto il premio Nobel per la pace in absentia con la motivazione ufficiale che recitava: “Per la sua lunga e non violenta lotta a favore dei fondamentali diritti umani in Cina”.

La solidarietà e l’empatia per l’uomo Liu Xiaobo prescindono totalmente da valutazioni di merito sull’intellettuale Liu Xiaobo. Se avessi avuto la fortuna di incontrarlo ai tempi di Charta 08, probabilmente avrei cercato di stanare il neoliberismo insito nel suo pensiero politico. Se non fosse stato sbattuto in galera e avessimo concordato un’intervista, gli avrei chiesto dei suoi legami con il National endowment for democracy, longa manus del governo di Washington in tutto il mondo. Purtroppo non ho mai avuto la fortuna di farlo. E non per colpa di Liu Xiaobo.

Libertà e liberismo
Charta 08 aveva il pregio di indicare una grande contraddizione del sistema cinese: quella di presentarsi in teoria come governo “del popolo” ma di essere in realtà regime “del partito”. Contraddizione insita in tutti i regimi socialisti, che infatti erano già crollati quasi ovunque, ma ancora più stridente in un paese che in quel dicembre 2008 aveva appena finito di celebrare i successi della modernizzazione con le storiche Olimpiadi di Pechino e che da anni cresceva a ritmi vertiginosi.

Da questa contraddizione ne derivavano a cascata altre, che il documento non mancava di rimarcare, in forma di proposta politica alternativa: libere elezioni, stato di diritto, separazione dei poteri, pluralità dell’informazione, libertà di espressione. Mescolati a questi “princìpi universali” — non a caso il 10 dicembre 2008 scelto per la diffusione del documento era il 60º anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani — se ne trovavano altri più tipicamente liberisti: privatizzazione del settore statale, difesa della proprietà privata, libera impresa.

Nell’impianto generale, la libertà era dichiaratamente anteposta all’uguaglianza come principio guida, e la seconda non appariva altro che una parità di diritti di fronte alla legge che lascia però intatta la disuguaglianza originaria.

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Gabriele Battaglia