A Pyongyang non ci sono gli alieni

La fantascienza nordcoreana canta le gesta dell’uomo. Sono però ammessi i mostri. E’ il caso di Pulgasari, ispirato a Godzilla e a un film sudcoreano degli anni Sessanta.

Nell’universo dei B-movie Pulgasari si è ritagliato una nicchia da film cult. E non poteva essere altrimenti per una pellicola comunemente conosciuta come la versione nordcoreana di Godzilla. «Una produzione Kim Jong Il», citando il titolo del volume di Paul Fisher sulla passione cinematografica del Caro Leader.

Passione tale che nel 1978 portò il leader a a far rapire la star sudcoreana Choi Eun-Hee , e il marito dal quale si era da poco separata, nonché famoso regista, Shin Sang-ok.

I due avrebbero dovuto contribuire ad assecondare e realizzare le manie artistiche del secondo Kim. L’avido consumatore di pellicole statunitensi, passato a dirigere la propaganda del regime, sperava con metodi spicci di migliorare la qualità della produzione nazionale e rendere grande il cinema del Nord.

Almeno nel caso di Pulgasari, il desiderio si è a suo modo avverato. Uscito nel 1985, il film negli anni ha finito per raccogliere una schiera di appassionati ed è stato proiettato in giro per tutto il mondo, distribuito in vhs dal Giappone agli Usa e ora è disponibile anche su Youtube. Gli elementi sono un concentrato di folklore locale e propaganda inseriti in una trama che prende spunto da Godzilla e, secondo alcune interpretazioni, da un film sudcoreano degli anni Sessanta: «Il mostro che mangiava ferro».

A grandi linee: un villaggio di contadini è oppresso dal signorotto locale che si appropria di tutto il ferro per armare il proprio esercito. Pentole e quant’altro, indispensabili per la vita quotidiana, sono requisiti per essere fusi e trasformati in armi. Il primo gesto di ribellione al feudatario è quello di un fabbro che si rifiuta di forgiare le spade e in cella si dedicata a modellare una piccola statuina dalle fattezze di un drago.

Quando la figura di Pulgasari prende vita, bagnata con una goccia di sangue della figlia dell’artista, i contadini scopriranno di avere dalla loro un potente alleato. Il mostro cresce nutrendosi di ferro fino a diventare invincibile, tanto da non poter essere scalfito neppure dai razzi dell’esercito del feudatario.
Potrebbe concludersi in questo modo. Ma come scrive Jason Barr in Kaiju Film, storia critica sui grandi mostri cinematografici, Pulgasari è una creatura che non si interessa agli uomini, ma il cui agire è mosso dall’istinto di sopravvivenza (verrebbe da dire proprio come il regime, il cui fine ultimo è perpetrare sé stesso). Poiché il mostro si ciba soltanto di ferro, da alleato dei contadini diventerà lui stesso la loro maggiore minaccia, sconfitto soltanto dal sacrificio della protagonista.

Fin qui la trama, con un finale che rimanda allo spirito di abnegazione e altruismo del singolo a favore delle comunità. Per il semplice fatto di essere una produzione nordcoreana, il film si presta a una lettura politica. Il mostro è la rappresentazione del capitalismo. Da prima è un aiuto per il popolo in lotta per rompere il giogo del feudalismo; in un secondo momento, però, rivela la propria natura famelica e l’insaziabile bisogno di consumare risorse. Nella tradizione delle rivolte popolari in Corea, gli abitanti del villaggio sono invece un’allegoria del Partito al potere e dei suoi sforzi per battere le forze dell’imperialismo. Lo stesso Kim, scrive Fischer, vedeva in questa storia un metafora del popolo in lotta contro l’avidità, la ricchezza privata e l’oppressione.

Alla critica non è comunque sfuggita l’interpretazione opposta. Al terribile feudatario si può anche sovrapporre la figura di Kim Il Sung e del regime che affama la propria popolazione. Terza ipotesi, collegata a quest’ultima: nonostante tutto il signorotto garantiva ai contadini un minimo di stabilità. Spodestato, il villaggio deve fronteggiare un nemico ancora più pericoloso. Un monito quindi contro eventuali impulsi alla ribellione.

Almeno per la coppia di reclusi, il successo di Pulgasari fu la chiave della libertà. Ricevuto il permesso di andare a Vienna per un festival cinematografico Choi e Shin riuscirono infatti a trovare riparo nell’ambasciata statunitense e chiedere asilo politico. Era il 1986. Trascorsi due anni Kim Jong Il avrebbe pronunciato il discorso che diede nuovo impulso alla letteratura fantascientifica della Repubblica popolare democratica di Corea, fino ad allora presente soltanto sporadicamente nelle riviste per ragazzi.

L’universo fantascientifico immaginato dagli autori nordcoreani è incentrato sull’uomo, scrive Benoit Berthelier suL sito accademico SinoNK. Nelle opere non c’è alcuno spazio per gli alieni, ma al contrario gli autori esaltano le scoperte scientifiche e i continui sforzi verso l’avanzamento tecnologico. L’assenza di creature extraterrestri, sottolinea su NK News lo studioso Fyodor Tertitskiy, è molto più importante di quanto si possa pensare. Scrivere di alieni permette infatti di descrivere in modo indiretto la nostra società. Gli scrittori nordcoreani, al contrario, «scrivono essenzialmente di umani. Del resto, gli umani sono il centro dell’universo e i padroni».

Di fatto si tratta dell’essenza dello juche, il fumoso sistema teorico alla base del regime elaborato, secondo tradizione, da Kim Il Sung. Comunemente lo si traduce come «autosufficienza» e/o «autarchia». Ma il nucleo della juche è la convinzione che l’uomo possa modellare a suo piacere il mondo che lo circonda. Il juche, riassume Tertiskiy, è l’antropocentrismo al suo stadio primordiale. Una tale concezione del mondo non può che riflettersi anche in letteratura.

D’altra parte a dettare i canoni fu il Caro Leader, Kim Jong Il, per preparare il terreno alla propria successione al padre esaltandone dunque il pensiero. Così come estranea agli alieni, la fantascienza a Nord del 38esimo parallelo non prevede distopie o società utopiche. Scienza e tecnologia sono gli elementi portanti, assieme al sacrificio per raggiungere gli obiettivi che ci si è posti. «Individualismo, orgoglio e ambizioni personali sono di contro spesso collegate al fallimento», aggiunge Bertherlier. Niente di diverso di quanto avviene nella vita reale.

La Cnn di recente ha definito Pyongyang il set ideale per un film di fantascienza. Al pari di altre metropoli nel mondo, anche la capitale è una città in piena espansione. E tra gli interventi che ne stanno cambiando il volto c’è un nuovo quartiere dedicato agli scienziati, artefici dello sviluppo militare e tecnologico del Paese.

Non è soltanto una questione di test nucleari e balistici. Pyongyang può vantarsi di aver anticipato i cugini del Sud nella corsa allo spazio. Il lancio del razzo Unha-3 per mettere in orbita un satellite a dicembre del 2012, precedette infatti di alcuni mesi l’analogo esperimento del Sud con il Naro-1. La fantascienza è però anche il genere che concede agli scrittori libertà, pur mantenendo intenti pedagogici , fedele ai dettami della tradizione confuciana. Per definizione parla del futuro, pertanto non è per forza ancorata all’esaltazione dei leader presenti o passati e delle loro imprese. Per di più nel tempo ha incorporato elementi del thriller e dei gialli, aggiungendo suspense narrativa o tematiche, dalla criminalità alla violenza (mai gratuita) altrimenti meno presenti. Comunque permesse fintanto che servono a mettere in risalto la crudeltà dei nemici.

[Scritto per il manifesto]