Gabriele Battaglia
Nov 21, 2017 · 3 min read

Corea del Nord nella blacklist Usa degli “Stati sponsor del terrorismo”

Trump sta per inserire la Corea del Nord nella blacklist degli Stati sponsor del terrorismo. L’ha annunciato ieri e la misura sarà ratificata oggi dal ministero del Tesoro Usa, il che implicherà nuove sanzioni unilaterali da parte di Washington. Secondo le dichiarazioni del presidente statunitense, si tratterà del “livello più alto” di sanzioni mai imposte a Pyongyang. Come fatto scatenante, oltre all’escalation missilistico-nucleare degli ultimi mesi, il governo Usa ha citato l’assassinio di Kim Jong-nam, fratellastro di Kim Jong-un, avvenuto a Kuala Lumpur lo scorso febbraio.
La Corea del Nord si aggiungerà quindi a Sudan, Siria e Iran nella lista dei Paesi che secondo Washington “hanno ripetutamente fornito sostegno ad atti di terrorismo internazionale”. Vi era già stata dal 1988 al 2008, anno in cui, sotto la presidenza di George W. Bush, ne fu tolta nell’ambito di un accordo diplomatico in base al quale Pyongyang si impegnava a consentire ispezioni internazionali nel suo impianto nucleare di Yongbyon e a smantellare un impianto di plutonio. Come evento simbolico, una troupe della Cnn fu allora invitata da Kim Jong-il, padre dell’attuale leader, a filmare la demolizione di un reattore. Fu un evento isolato e il programma nucleare proseguì. L’impatto concreto della scelta statunitense sarà con ogni probabilità puramente simbolico, ma a Washington sperano che induca maggiori pressioni su Pyongyang.

Cina-Zimbabwe: relazioni pericolose

Dietro la caduta di Mugabe potrebbe esserci il silenzio-assenso di Pechino. Lo sostengono diverse fonti sia africane sia occidentali, che sottolineano come immediatamente prima della rimozione del 93enne presidente dello Zimbabwe il generale golpista Constantino Chiwenga fosse a Pechino dove si è incontrato con i vertici militari cinesi. Le relazioni tra Cina e Zimbabwe risalgono agli anni Settanta, quando Pechino appoggiava la guerriglia indipendentista capitanata dallo stesso Mugabe. Quando l’Occidente isolò lo Zimbabwe nei primi anni Duemila, Mugabe lanciò una “Go East” policy che ha immediatamente reso la Cina il maggior mercato di sbocco dei prodotti del Paese africano, nonché uno dei principali investitori sul suo stesso suolo. Oggi si dice che la disastrosa politica economica di Mugabe potrebbe avere danneggiato gli investimenti cinesi in Zimbabwe, per cui Pechino, pur proseguendo nella sua tradizionale politica estera di non intromissione nelle vicende altrui, avrebbe comunque lasciato intendere che non si sarebbe opposta alla rimozione di Mugabe.

La Germania ci ignora e allora noi continuiamo la lotta da soli”

I lavoratori della FAW-Volkswagen (FAW-VW) impiegati tramite agenzie temporanee a Changchun, nella Cina nord-orientale, stanno lottando per la parità di retribuzione dalla fine del 2016. FAW-VW è stata fondata nel 1991 come joint-venture tra l’impresa statale cinese FAW , Volkswagen e Audi. Oltre a Changchun (Jilin), ha fabbriche a Chengdu (Sichuan), Dalian (Liaoning) e Foshan (Guangdong). Impiega oltre 50.000 lavoratori e produce autovetture e componenti per auto. Il sito Chuang riporta che molti dei precari lavorano da anni nella fabbrica e ora chiedono che la joint venture li assuma direttamente come dipendenti e che siano risarciti per la disparità di retribuzione del passato. Fanno lo stesso lavoro dei loro colleghi a tempo indeterminato ma guadagnano circa la metà (per esempio, 60.000 yuan contro 120.000 all’anno) e non ricevono nessuno dei benefit previsti.

Bike-sharing: meno una

Bluegogo, una delle prime start-up cinesi di bike-sharing è sull’orlo del collasso, con salari non pagati, dirigenti che se la filano, l’amministratore delegato uccel di bosco e il quartier generale improvvisamente vuoto. Lo riferisce il blog di tecnologia Tech in Asia. Il valore di Bluegogo era stimato sui 140 milioni di dollari, dopo che la compagnia dalle tipiche bici blu aveva raccolto 58 milioni di dollari in investimenti e si era allargata fino a San Francisco e a Sydney. L’impresa avrebbe ancora in cassa decine o addirittura centinaia di milioni di dollari in depositi versati da circa 15 milioni di utenti, molti dei quali ora temono di non poter essere rimborsati. Dopo l’esordio, nel 2016, l’azienda si è espansa rapidamente al punto che, in base agli ultimi calcoli, avrebbe circa 350.000 biciclette sulle strade. Ora, la “guerra delle due ruote” sembrerebbe essere una questione a due tra i maggiori player: Ofo e Mobike.

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