In Cina e Asia — Dying to Survive, la commedia cinese che conquista cuori e botteghino

La nostra rassegna quotidiana

Dying to Survive, la commedia cinese che conquista cuori e botteghino

Niente kung fu né patriottismo. L’ultimo film campione d’incassi al box office cinese è una commedia malinconica dall’eloquente titolo Dying to Survive. La pellicola, che solo nella giornata di sabato ha incassato 383 milioni di yuan, ricalca in maniera romanzata la vera storia di Lu Yong, un commerciante di tessuti della provincia orientale di Jiangsu malato di leucemia, processato per aver importato illegalmente dall’India medicinali contraffatti. Sebbene circa il 95% della Cina continentale sia coperta da un’assicurazione sanitaria di base, questo non vale per molti farmaci o trattamenti antitumorali, ancora off limits per molti cinesi. Si pensa che grazie a Lu circa 1000 persone abbiano avuto accesso alle cure con costi dieci volte inferiori a quelli previsti dal mercato ufficiale. Accertate le buone intenzioni, le accuse contro l’uomo sono state lasciate cadere nel 2015. Non è andata altrettanto bene al protagonista del film, condannato a 5 anni di carcere.

Myanmar: a processo i due giornalisti della Reuters

Dopo sei mesi di udienze preliminari, un tribunale di Yangon quest’oggi ha accusato ufficialmente i due giornalisti della Reuters Wa Lone, 32, and Kyaw Soe Oo, 28, di violazione della legge di epoca coloniale Official Secret Act. I due, che si sono dichiarati innocenti, verranno processate e rischiano un massimo di 14 anni di detenzione. Secondo la sentenza di lunedì, le accuse contro i reporter sono state accolte ai sensi della sezione 3.1(c) della legge per sondare la loro responsabilità nella raccolta e ottenimento di documenti segreti relativi alle forze di sicurezza con l’intenzione di danneggiare la sicurezza nazionale. Ma secondo la difesa i due sono stati arrestati mentre conduceva investigazioni sul massacro dei rohingya da parte dell’esercito regolare sulla base di documenti pubblici. In una deposizione di aprile, il capo della polizia Moe Yan Naing ha ammesso che un alto ufficiale aveva ordinato ai suoi subordinati di passare documenti segreti a Wa Lone apposta per “incastrarlo”.

Dazi e contro dazi: i media cinesi ci vanno cauti

La guerra commerciale con gli Usa non diventerà “una guerra di insulti”. Sono le istruzioni diramate ai media dalle autorità cinesi con l’intento di prevenire un’escalation verbale all’indomani dell’applicazione delle sanzioni americane contro il made in China. Le linee guida sembrano voler soprattutto voler evitare che Trump e il suo entourage diventino l’obiettivo esplicito dei rancori cinesi, dando vita a uno scambio di improperi sul genere messo in atto dai vertici nordcoreani e americani, rischiando di minare il rapporto amichevole instaurato da Xi Jinping e Donald Trump. Qualche giorno fa il Scmp aveva riportato il tentativo di limitare il dibattito pubblico sul piano industriale “made in China 2025”, vero casus belli delle ritorsioni statunitensi e fino a poco tempo fa elogiato dalla stampa d’oltre Muraglia come volano dell’ascesa pacifica cinese sullo scacchiere globale. Negli ultimi tempi, in ambito ufficiale, non sono mancati appelli alla modestia e al riconoscimento che il sorpasso su Washington in termini di egemonia tecnologica è ancora lontano.