Gabriele Battaglia
Dec 5, 2017 · 4 min read

Gli sgomberi di Pechino vengono da lontano

L’incendio che il 18 novembre ha ucciso 19 migranti a Daxing, il sobborgo meridionale di Pechino, è stato il pretesto per scatenare una grande campagna di 40 giorni a base di sgomberi e demolizioni. Ufficialmente si fa tutto per la “sicurezza” e per portare la “modernità” nelle sacche di arretratezza cinese, ma l’idea diffusa è che il progetto arrivi da più lontano. Nel 2005, una risoluzione del Congresso Nazionale del Popolo aveva identificato 33 “zone pilota” (contee, città, distretti), dove le autorità avrebbero dovuto “adeguare e attuare la legge sull’amministrazione del territorio”. Lo slogan coniato ad hoc fu quello di “far entrare la città in campagna”, trasformare cioè i terreni rurali in appetibile area edificabile. Daxing, dove c’è stato l’incendio, è una di quelle 33 zone pilota. Figura centrale in questa nuova grande operazione di ingegneria sociale sarebbe il segretario del Partito comunista di Pechino, Cai Qi, un fedelissimo di Xi Jinping, che si sarebbe “fatto le ossa” a Hangzhou

The Lady a Pechino e altri incroci sulla rotta Cina-Myanmar

Aung San Suu Kyi è appena stata a Pechino. La Cina approfitta della freddezza crescente tra “the Lady” e l’Occidente per portare avanti la propria agenda in Myanmar, cioè la penetrazione economica nell’ambito del progetto di nuova Via della Seta. Nell’incontro con il presidente cinese Xi Jinping i due leader hanno deciso di dare impulso al “corridoio economico Cina-Myanmar”, che fa parte di un grande piano per migliorare l’interconnettività tra quattro Paesi: Bangladesh, Cina, India e Myanmar. Il progetto collegherà Kunming, nella provincia sud-occidentale dello Yunnan, in Cina, a Kolkata in India, passando anche per Mandalay in Myanmar, Dacca e Chittagong in Bangladesh. Durante la visita in Myanmar del ministro degli Esteri cinese Wang Yi, lo scorso novembre, è stato comunicato che la parte birmana del tracciato si estenderà alle zona economiche speciali di Yangon e di Kyaukphyu, sull’Oceano Indiano e proprio nello stato Rakhine, dove una delle principali società di costruzione cinesi inizierà l’anno prossimo a costruire un porto da 7,3 miliardi di dollari. Dal porto, grandi condotti trasporteranno gas e petrolio verso il sud della Cina.

Non è al momento chiaro se e quanto i rohingya faranno parte di questo progetto. Quasi in contemporanea con il viaggio di Wang, la visita a Pechino del generale Min Aung Hlaing — capo di stato maggiore dell’esercito di Myanmar — ha rinvigorito il rapporto tra la Cina e i militari birmani che, dopo il boicottaggio subito dagli Stati Uniti, guardano nuovamente all’Esercito Popolare di Liberazione come partner privilegiato. Pechino e Naypyidaw potrebbero trovarsi su un’agenda comune antiterrorismo di cui, oltre ai rohingya, potrebbero fare le spese gli uiguri dello Xinjiang cinese.

Crisi rohingya: un lascito dell’impero britannico

La minoranza musulmana dello stato Rakhine di Myanmar è osteggiata dalla maggioranza buddhista, che non la considera parte della nazione. Il criterio di cittadinanza del paese si basa sul concetto di taingyintha, o “razze nazionali”, un criterio piuttosto arbitrario che identifica i gruppi etnici già insediati in Myanmar nel 1823, un anno prima della prima guerra anglo-birmana in cui gli inglesi conquistarono l’Arakan (cioè il nome dello stato Rakhine fino al 1989) e altre regioni del paese. La legge sulla cittadinanza, approvata nel 1982, ha reso il taingyintha il criterio principale, anche se non il solo, per concedere la piena cittadinanza. Nove anni dopo, il governo ha pubblicato una lista di 135 razze ufficiali, e i rohingya non c’erano. Il governo dei militari li aveva cancellati dalla storia nazionale. Ma diversi antropologi e storici hanno dimostrato che nella Birmania pre-coloniale, le identità etniche erano fluide e mutevoli, gli stessi confini tra Myanmar e Bangladesh non erano definiti. Furono gli inglesi a classificare le persone in compartimenti stagni, principalmente su base linguistica, scoraggiando spesso interazioni e miscugli, e creando quindi le divisioni dove fino a quel momento non ce n’erano.

Escalation coreana tra parole e fatti

L’Fbi si avvicina alla Casa Bianca e Trump cerca una grande distrazione di massa come potrebbe essere una guerra in Asia Nord Orientale. Così, a pensar male, potrebbero essere intese le esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud cominciate ieri: 230 aerei tra cui tutti quelli di ultima generazione, 12.000 uomini per una settimana di manovre, le cosiddette Vigilant Ace 18. Meno di una settimana fa, la Corea del Nord ha sperimentato un missila di nuova generazione, lo Hwasong-15, quello a più lunga gittata mai visto finora. Uguale e contraria retorica a Pyongyang e Washington, la stampa ufficiale nordcoreana e i falchi statunitensi parlano di rischio di guerra sempre maggiore.

Difficile credere che Washington e Pyongyang vogliano davvero il conflitto: gli Stati Uniti metterebbero troppo a rischio gli alleati nell’area e sarebbero davvero i soli a volerlo; il regime nordcoreano è consapevole invece che un eventuale conflitto determinerebbe la propria fine. Diversi esperti, dopo l’ultimo lancio e l’annuncio di Kim di aver completato il programma missilistico hanno visto la possibilità di un ritorno al tavolo dei negoziati, ma bisogna vedere quanto gli Stati Uniti siano disposti a trattare con una Corea del Nord missilistica e nucleare. Il problema, ora, nel quadro dell’escalation più retorica che effettiva, è soprattutto quello di eventuali errori e fraintendimenti. Ci si chiede quindi se per evitarli, stiano proseguendo contatti sotterranei anche mentre sfrecciano gli F-35.

China Files

China Files è un collettivo di giornalisti specializzati in affari asiatici. Copriamo l'attualità di Cina, India, Asia Centrale, Giappone e Coree, fornendo news, approfondimenti e reportage scritti e audio. Potete leggerci anche su www.china-files.com.

    Gabriele Battaglia

    Written by

    Journalist, based in Beijing, @chinafiles, @Internazionale, @radiopopmilano, @asiatimesonline, @ilTascabile, @PRISMOMAG, @The_TownerITA, die-hard @acmilan fan

    China Files

    China Files è un collettivo di giornalisti specializzati in affari asiatici. Copriamo l'attualità di Cina, India, Asia Centrale, Giappone e Coree, fornendo news, approfondimenti e reportage scritti e audio. Potete leggerci anche su www.china-files.com.

    Welcome to a place where words matter. On Medium, smart voices and original ideas take center stage - with no ads in sight. Watch
    Follow all the topics you care about, and we’ll deliver the best stories for you to your homepage and inbox. Explore
    Get unlimited access to the best stories on Medium — and support writers while you’re at it. Just $5/month. Upgrade