In Cina e Asia — Pechino “abolisce” le detenzioni extragiudiziali

La nostra rassegna quotidiana

Pechino archivia le detenzioni extragiudiziali

Senza dubbio la revisione del sistema giudiziario è ciò che più si avvicina all’idea di riforme politiche in Cina. Lo stato di diritto, già protagonista del quarto plenum nel 2014, è tornato alla ribalta nel discorso di apertura a Congresso tenuto ieri da Xi Jinping. Tra gli obiettivi prefissati per i prossimi cinque anni dal presidente c’è l’abolizione dello shuanggui, sistema di detenzione extragiudiziale cui vengono sottoposti i membri del partito non raramente vittima di tortura; la formulazione di una legge per la supervisione nazionale; l’istituzione di un nuovo gruppo — presieduto da Xi — incaricato di sorvegliare l’attuazione di una governance basata sulla legge, e di una supercommissione disciplinare con poteri di controllo non solo sul partito — come la Commissione centrale per l’ispezione della disciplina (CCDI) — ma anche sul personale statale. Mentre si tratta di cambiamenti ufficialmente declinati a dissipare le critiche nei confronti di una campagna anticorruzione non sempre limpidissima, per gli esperti si tratta in realtà dell’istituzionalizzazione del controllo del partito sulla legge. E’ con questo obiettivo che secondo un’esclusiva del Scmp, alla fine del Congresso l’Assemblea Nazionale del Popolo (il parlamento) e la CCDI verranno affidati alla guida di due fidati alleati di Xi: Li Zhanshu, direttore dell’ufficio generale del Comitato centrale, e Zhao Leji, capo del personale del partito.

Il “sogno verde” di Xi Jinping

Se il discorso con cui Xi ieri ha aperto il Congresso va inteso come bussola per i prossimi anni, allora il futuro della Cina si prefigura sopratutto “verde” e sostenibile. Analizzando il report emerge infatti che la parola “ambiente” ricorre con più insistenza — ben 89 volte — rispetto al termine “economia” retrocesso dalle 104 menzioni del 2012 alle “sole” 70 di ieri. In confronto l’ex leader Hu Jintao si era limitato a parlare di questioni ambientali in appena 74 occasioni. “La modernizzazione che perseguiamo è quella caratterizzata da una coesistenza armoniosa tra uomo e natura” ha detto Xi che da quando ha assunto il ruolo di presidente cinque anni fa ha mandato in soffitta il vecchio modello di sviluppo basato su una crescita a tutti i costi.

Lo sviluppo “verde” è stato inserito per la prima volta nella costituzione del Partito durante il 18esimo Congresso, mentre lo scorso anno 6000 funzionari locali sono stati puniti per non aver fatto osservare le norme ambientali. Non a caso nella “nuova era” di Xi Jinping la “principale contraddizione” non è più quella teorizzata tra Deng Xiaoping nel 1981 “tra i sempre crescenti bisogni materiali e culturali delle persone e la produttività sociale arretrata”. “Le esigenze che devono essere soddisfatte per far vivere meglio le persone sono sempre di più”, ha sentenziato Xi, “Non solo i loro bisogni materiali e culturali sono cresciuti, ma sono aumentate anche le loro richieste per la democrazia, lo stato di diritto, l’equità e la giustizia, la sicurezza e un ambiente migliore.”

Lasciate che mille app sboccino

Mentre il partito comunista cinese cerca di ringiovanire la propria strategia di comunicazione sbarcando sui social — persino sul censurato Twitter — sono ormai diverse centinaia le app “rosse” mirate a fornire ai propri utenti tutorial ideologici, aggiornamenti sulle attività di partito, uno strumento con cui fare networking con i colleghi. “Good China Party Members” è un progetto nato nel 2015 che consiste nella creazioni, su ordinazione, di applicazioni comuniste. Chi sono i clienti? Sopratutto uffici locali del Partito e comitati politici all’interno di aziende statali desiderosi di mantenere stabile la comunicazione con i propri membri. E di controllarli. Sì, perché non solo la registrazione alle app richiede il rilascio di informazioni personali ma pare anche che gli sviluppatori si stiano affidando all’intelligenza artificiale per analizzare “i sentimenti” degli user e determinarne le inclinazioni politiche.

Corea del Nord a rischio collasso entro un anno

Kim Jong-un avrebbe fatto massacrare centinaia di riformisti vicini allo zio Jang Song Thaek, giustiziato nel 2013 per le sue idee controrivoluzionarie. A sostenerlo è Ri Jong Ho, ex funzionario vicino all’Office 39, l’agenzia incaricata di gestire le fortune della leadership nordcoreana, che durante un recente incontro presso l’Asia Society di New York ha ventilato la possibilità che il Regno eremita non riesca a sopravvivere nemmeno a un anno di sanzioni, considerato che “non c’è nulla da mangiare” e “il commercio è stato bloccato”. Secondo il disertore, inoltre, i rapporti tra la Corea del Nord e la Cina sarebbero sprofondati a un minimo storico, con Pechino infastidito dall’elemosinare del vecchio alleato comunista, restio ad avviare riforme economiche, e Pyongyang preoccupato all’idea di essere tradito da quel “figlio di puttana” di Xi Jinping. Per Ri, l’obiettivo immediato del regime di Kim è quello di instaurare il dialogo direttamente con gli Stati Uniti: “La Corea del Sud può sempre ingoiare la Corea del Nord. C’è un senso di minaccia. Ecco perché sviluppano armi nucleari”.

Tillerson corteggia l’India e condanna la Cina

A due settimane dalla visita di Trump in Asia, ieri Rex Tillerson ha delineato una visione strategica per le relazioni tra Stati Uniti e India nei prossimi 100 anni. Tenendo bene a mente la guerra in Afghanistan e l’assertività cinese, il segretario di Stato ha riaffermato la volontà del nuovo presidente americano di rafforzare la partnership con quella che nel 2050 potrebbe diventare la seconda economia mondiale e il paese più popoloso al mondo. Mentre Delhi e Washington condividono gli stessi obiettivi nella guerra al terrorismo e il libero commercio nell’Indo-Pacifico, “non avremo mai le stesse relazioni con la Cina, una società non democratica”, ha affermato Tillerson al Center for Strategic and International Studies vagheggiando una nuova architettura per la sicurezza regionale affianco a India, Giappone e Australia. Al contrario la Cina viene descritta come un elemento destabilizzante per il continente asiatico per via del suo non rispettare le leggi internazionali. Il segretario di Stato Usa ha fatto chiaro riferimento all’ampliamento delle isole del Mar cinese meridionale. Una questione che ieri è stata inserita dal presidente Xi Jinping nel discorso di apertura al Congresso del Partito tra i maggiori successi ottenuti dal gigante asiatico nei suoi primi cinque anni di governo.

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