In Cina e in Asia — Sgomberi alla pechinese

La rassegna quotidiana dall’Estremo oriente

Pechino giustifica gli sgomberi con la necessità di sicurezza. C’è della critica nel commento del filo governativo Global Times alle spiegazioni date dall’amministrazione della capitale alla campagna per la messa in sicurezza dei sobborghi, lanciata dopo il rogo che sabato scorso ha fatto 19 morti, per lo più lavoratori migranti, in uno di quegli edifici che fungono sia da luogo di lavoro sia da abitazione. L’articolo è in risposta a un commento sul Beijing Daily che negava siano i più poveri a risentire maggiormente delle opere di riqualificazione. L’incidente del fine settimana ha però portato allo scoperto uno dei nodi irrisolti dello sviluppo urbano pechinese. Per contenere l’aumento della popolazione si deciso per la chiusura di servizi e attività dedicati ai migranti. Chi ha intenzione di restare nelle metropoli si è quindi spostato nei sobborghi, spesso in condizioni prive di qualsiasi sicurezza.

La bolla del microcredito

E’ servito addirittura una riunione d’urgenza tra banca centrale e vigilanza bancaria per studiare i rischi dal boom del microcredito online in Cina. Pechino ha dato il via alla stretta contro la nuova possibile bolla che mette a rischio la tenuta finanziaria. Il successo del fenomeno è rappresentato da Qudian, società che fornisce microprestiti a breve termine tramite una app, finanziando i consumi dei giovani lavoratori cinesi. Il gruppo si è quotato il mese scorso a New York, raccogliendo 900 milioni di dollari in sede di ipo e dopo una partenza a razzo il titolo negli ultimi giorni è crollato per le restrizioni in arrivo nella Repubblica popolare. La voglia di credito in Cina, unita allo sviluppo dl fintech, ha infatti portato al proliferare di attività che forniscono finanziamenti online, spesso senza licenza, a tassi d’usura (anche con tassi a tre cifre) e senza badare molto all’affidabilità creditizia di chi chiede i soldi

Pechino lancia un segnale sul commercio

Tagli delle tariffe d’importazione per alimentari, medicinali, vestiti, e altri generi di consumo dal mese prossimo in Cina. Lo riporta il South China Morning Post di Hong Kong. Si parla di una riduzione che porterà la tariffa media al 7,7 per cento contro il 17,3 per cento in vigore attualmente. È un segnale che la Cina vuol dare soprattutto a Stati Uniti e Unione Europea che l’accusano di drogare il commercio a proprio vantaggio, Pechino intende così scongiurare una guerra commerciale. Ed è anche un segnale che sempre più cinesi, il nuovo ceto medio, vuole consumare globale. Gli analisti si dividono tra coloro che dicono si tratti di un buon inizio e chi invece lo considera un atto puramente simbolico, un contentino.

Preghiere, non profitti

I cristiani direbbero “fuori i mercanti dal tempio”. Pechino ha vietato gli investimenti commerciali in attività legate al taoismo e al buddismo. I quadri locali, spiega una nuova direttiva, non potranno trarre profitto dalla religione in nome dello sviluppo economico. I luoghi religiosi, in quest’ottica, devono resta no-profit. Le nuove norme prevedono inoltre che i turisti non siano tartassati con i biglietti e che i ricavi dei templi sia usati per opere opere caritatevoli o o per la manutenzione dei luoghi di culto.

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